La Nuova Sardegna

«Nel mio cd catalano e sardo brucia il fuoco dell’identità»

di Andrea Massidda
«Nel mio cd catalano e sardo brucia il fuoco dell’identità»

Il grande musicista folk parla del suo nuovo album in cui compare anche un brano algherese

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Ha conosciuto la Sardegna appena sette mesi fa, quando – ospite della Fondazione Maria Carta – si è esibito per la manifestazione “Freemmos”, a Monteleone Roccadoria. E, proprio come è accaduto a tanti altri musicisti, anche per lui è stato amore a prima vista. Soltanto che nel caso di Kepa Junkera questo sentimento così forte e improvviso si è trasformato ben presto in qualcosa di concreto. Infatti ha inserito un antico brano algherese nel suo ultimo e monumentale doppio album dal titolo “Fok” (fuoco), attraverso il quale ripercorre i suoni tradizionali di tutte le terre dove si parla il catalano. Cinquantadue anni, figura di punta della scena musicale dei Paesi Baschi e virtuoso di trikitixa, l’organetto diatonico tipico di quella regione, Junkera nei giorni scorsi è tornato sull’isola per presentare il nuovo disco nell’azienda agrituristica “Sa Mandra”, a due passi dall’aeroporto di Fertilia. Con lui, ovviamente, anche gli artisti sardi che hanno contribuito al progetto: da Claudio Gabriel Sanna (voce e mandòla) alla cantante Franca Masu, da Vanni Masala (che suona l’organetto con i Fantafolk, assieme al maestro di launeddas Andrea Pisu) alle voci dei Tenores di Orosei, sino ai Mamuthones di Mamoiada. «Un evento che si chiama “Catalani, baschi, sardi: i suoni dell’identità” e che sarebbe piaciuto molto a Maria Carta», spiega Leonardo Marras, presidente della Fondazione intitolata alla folksinger di Siligo. Un appuntamento magico anticipato da un’intervista sull’album e in generale sui suoni della tradizione. «Ho sempre composto brani originali – racconta Junkera –, tuttavia da tempo mi sono appassionato alla conoscenza di altre culture, cercando di imparare il più possibile dai musicisti che propongono le sonorità della loro terra. Io del resto sono un autodidatta e anche per questo sono convinto che il miglior modo di apprendere sia proprio quello di imparare dagli artisti che mi piacciono e mi trasmettono emozioni. Così ho pensato di affiancare parallelamente alla mia personale carriera molte collaborazioni con gente di altre culture. Il mio primo progetto di questo tipo – continua –, l’avevo dedicato alla Galizia, “Fok” invece si concentra sulla Catalogna».

LA SCOPERTA

Un viaggio iniziato l’anno scorso senza definire con precisione l’approdo. «In effetti – ammette lui stesso – non sapevo con certezza che cosa sarei andato a scoprire. Ma avevo la convinzione che sarebbe stato qualcosa di grande e questo mi ha portato a conoscere una cultura appassionante, molto più vasta di quello potessi immaginare. Mi sono reso conto, per intendersi, che la cultura catalana va ben oltre i confini della Catalogna amministrativa, e arriva praticamente in ogni luogo dove viene parlato l’idioma di quel Paese. Come ad esempio ad Alghero, in Sardegna.

“MARINER”

I brani contenuti nel doppio cd sono quasi tutti tradizionali, ma in qualche modo riletti. «Nel caso di “Mariner”, la canzone che rappresenta Alghero e la Sardegna, ho scelto di inserire un collage sonoro per raccontare il mio sguardo su quest’isola, iniziando ovviamente dall’enclave catalana che si affaccia su Capo Caccia per poi addentrarmi tra le launeddas e l’organetto sino ad arrivare al canto a tenore e ai Mamuthones. Mi piacciono molto i suoni della cultura sarda – sottolinea –, avevo visto per la prima volta i Mamuthones a Lisbona, ma è soltanto qualche mese fa, a Monteleone Roccadoria, che sono rimasto fortemente colpito da loro. Al punto che mentre si esibivano ho catturato quel caratteristico effetto acustico dei campanacci registrandolo al volo con il mio telefonino cellulare. E poi in fase di post produzione del disco l’ho inserito all’inizio e alla fine del brano “Mariner”. È stato un gesto istintivo, quello di acchiappare il suono dei Mamuthones. Ma in fondo questo progetto si basa moltissimo sull’istinto, sull’emozione diretta, e su quello che mi raccontano le persone del luogo che desidero esplorare».

LA COLLABORAZIONE

Kepa Junkera racconta anche di come sia rimasto piacevolmente sorpreso dallo spirito collaborativo dei colleghi sardi. «Essendo io basco – dice – e quindi non conoscendo bene la cultura musicale algherese e sarda, prima di cominciare il lavoro ho chiesto agli amici del posto quali fossero i musicisti locali in grado di esprimere al meglio il significato di questa loro cultura. E un po’ tutti mi hanno indicato Franca Masu e Claudio Gabriel Sanna per quanto riguarda la tradizione algherese, mentre il virtuoso di launeddas Andrea Pisu e l’organettista Vanni Masala per tutto il resto dell’isola. Poi, ovviamente, i Tenores di Orosei. Sono rimasto colpito dalla generosità di questi artisti: ognuno di loro ha voluto partecipare al progetto senza esitazione e con grande entusiasmo. Una disponibilità incredibile. Bello».

IL DISCO

“Fok” è un progetto enorme fatto di ben 34 tracce registrate con circa duecento musicisti. Un’opera colossale. «È vero – ammette l’autore – ma come dicevo prima, io non sono un ricercatore, bensì un autodidatta che ha imparato dagli altri musicisti e che vuole continuare ad apprendere. Un altro aspetto importante che ci tengo a sottolineare – aggiunge Junkera – è che “Fok” non è affatto un’opera commerciale: quando realizzo un disco mi faccio guidare solo da quello che mi parte dal cuore e dalla necessità di realizzare davvero qualcosa che abbia valenza culturale. In questo viaggio che tocca la Catalogna, Valencia, le Baleari e poi Alghero con la Sardegna, ho presentato il mio sguardo su queste terre, cercando però di essere il più rispettoso possibile con la tradizione musicale di quei luoghi, senza rinunciare alla mia impronta».

Ma come si produce un album tanto vasto in così poco tempo? «Lavoro tantissimo – conclude – e non deve stupire se questo progetto è cominciato appena un anno fa. Sono fatto così, m’impegno molto su quello in cui credo. Poi sin dal principio avevo una visione chiara di quale risultato volessi ottenere. Diciamo che avevo lo scheletro pronto e dovevo soltanto riempirlo di suoni. Infine, quando hai a che fare con musicisti professionali e collaborativi come quelli che, ad esempio, ho conosciuto qui in Sardegna, si lavora veloci e il progetto prende forma rapidamente».

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