La Nuova Sardegna

Dalle fake news all’iper reale Così cambia l’informazione

di Giacomo Mameli
Dalle fake news all’iper reale Così cambia l’informazione

Le immagini del suicidio di Slobodan Praljak e dell’attacco naziskin a Como Il direttore di Rai Radio3: «Prevalgono i codici della comunicazione on line» 

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Li definisce «due frammenti di immaginario fascista» riferendosi alle foto e ai video più diffusi in questi giorni: il suicidio, in tribunale, con boccetta al veleno, di Slobodan Praljak e la ronda naziskin di Como. «Sono immagini choc impossibili da ignorare», dice Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3, fra i più attenti osservatori dei fatti sociali interpretati dai media, parlando al telefono da Modena (biblioteca Delfini) dove ha dialogato con Eraldo Affinati sulle migrazioni contemporanee e l’eredità di don Lorenzo Milani. Sinibaldi individua «un’associazione tra i due fatti», ma ne osserva anche «le significative differenze».

Quali?

«Nelle surreali immagini del tribunale dell’Aja, quasi quanto l’orrore dell’autoavvelenamento dell’ex generale croato mi ha colpito lo straniante smarrimento dei giudici. Ignari, poi increduli e infine balbettanti di fronte a qualcosa evidentemente estraneo al loro orizzonte mentale. Avevano davanti un criminale che ha fatto saltare in aria il ponte di Mostar per cancellare la Storia. Erano smarriti anche loro: ma erano protagonisti di un reality, non di una fiction».

Immagini di una morte in diretta da un’aula di giustizia, una tragedia greca anni Duemila.

«Sono emersi i limiti del processo che vorrebbe giudicare e chiudere il conflitto. Momento necessario ma del tutto insufficiente, tanto da generare effetti perversi se non è accompagnato da una riconsiderazione storica e morale, da una qualche condivisione del giudizio sul passato e di impegno per il futuro. Oggi questo manca in Bosnia e in tutta la ex Jugoslavia. La comunità internazionale è del tutto indifferente e inconsapevole, lo spazio giuridico non può che balbettare le proprie giuste sentenze. Il feroce criminale Praljac (la cui formazione intellettuale è un’aggravante letteralmente imperdonabile) può così conquistare col suo gesto il centro della scena».

Momento difficile per l’informazizone tra fake news e fatti reali strazianti, sconvolgenti.

«Ci si sente indifesi davanti a qualunque verità, qualunque semplificazione si sbriciola davanti a fatti tanto complessi. Non è imposizione dittatoriale né conformismo diffuso. È più un terreno di battaglia che un destino segnato».

Scene in diretta, eppure sembrava tutto surreale.

«La lingua dei giudici, il loro grottesco abbigliamento, perfino la postura che assumevano, avevano qualcosa di astratto, privo di vita e di valori. Mentre – questo l’effetto perverso delle scene dall’Aja – il massacratore pareva assumere, nel carattere definitivo del suo gesto, qualcosa di umano o almeno di vitale. Se il gesto di Praljac ha qualche riferimento “valoriale” è nella penosa predilezione fascista per il gesto suicida, quando le proprie “ragioni” giungono agli esiti finali».

Quasi in contemporanea le squadracce erano a Como.

«Qui le immagini ci consegnano qualcosa di limpido, impossibile da equivocare. Da un lato c’è il delirio inconsistente di frasi fatte, minacce roboanti, definizioni insultanti: chiamare qualcuno “non popolo” rimanda alla definizione nazista di sottouomini e chiarisce bene quale soluzione (finale) costoro propongano al problema dell’emigrazione. Stronca alla radice ogni discussione sulla possibilità di intrattenere con queste idee e con queste persone una qualunque forma di conversazione pubblica e mediatica: non si può far parlare qualcuno che non riconosca all’altro nemmeno la sua natura umana».

Chi sono i nazisti di Como autunno 2017?

«Tra le persone sequestrate e i confusi agitatori non c’è confusione possibile. Da un lato c’è chi resta sobriamente seduto, dall’altro ci sono l’arroganza dell’invasione collettiva di uno spazio inerme e la vile incoerenza delle idee: se davvero il nemico fosse il globalismo, ha fatto notare qualcuno, dovrebbero assalire una multinazionale e non un centro di volontariato disarmato. A fare davvero la differenza era quello che avveniva dall’altro lato della scena: la posizione, l’atteggiamento fisico e mentale dei volontari. Le immagini sono equivoche per definizione. Ma il fatto che quegli uomini e quelle donne non sembrassero aspettare altro che riprendere il loro impegno, riduceva di colpo l’invasione con i suoi fanatici obiettivi a una recita di pagliacci che parlavano male e vestivano peggio».

Ancora l’informazione: c’è chi dice che le prossime elezioni in Europa saranno dirette telematicamente. E non solo dalle sponde della Moscova.

«Il tema era già presente nel mondo bipolare. Ma le preoccupazioni aumentano perché, col neologismo di Max Liniger-Goumaz, dopo le dittature e le democrazie, oggi parliamo di democratura. Le elezioni hanno sempre avuto limiti. Ma adesso in rete navigano suggestioni che corrodono e corrompono. Le macchinazioni di Vladimir Putin sono preoccupanti come i twitt di Trump. I finanziamenti sotterranei a Tizio e a Caio cominciano a essere documentati. Il cittadino smarrito ha bisogno di anticorpi, che solo un’informazione corretta può offirgli. Il ruolo responsabile dei media diventa sempre più importante».

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