La Nuova Sardegna

Ma in Sardegna le donne conquistano nuovi spazi

di Giacomo Mameli

Il mercato del lavoro nell’isola nell’analisi della sociologa Lilli Pruna «Il tasso di occupazione femminile è cresciuto, ci sono troppi contratti precari» 

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CAGLIARI. «L’unico elemento dinamico del mercato del lavoro in Sardegna è l’incremento dell’occupazione femminile: era del 20 per cento negli anni ’70 del Novecento; lo scorso dicembre era al 42,5 per cento». Lo dice Lilli Pruna, docente di Sociologia economica all’Università di Cagliari, autrice del saggio (pubblicato da Il Mulino) “Donne al lavoro”, fra le massime esperte del settore in Italia, da decenni conoscitrice attenta delle dinamiche occupazionali in Sardegna.

I dati citati sono quelli rilevati dall’Istat e dall’Eurostat. In quali settori lavorano le donne?

«Soprattutto, o quasi esclusivamente, nel terziario pubblico e privato: scuola, sanità, servizi alla persona. Ma con un dato inequivocabile: con qualunque tipo di titolo di studio le donne sono determinate a fare ogni tipo di lavoro, l’importante è avere un’occupazione, procurarsi un reddito, avere un’autonomia finanziaria totale, essere libere insomma».

Che cosa è successo nell’isola negli ultimi quarant’anni, dopo l’avvio della industrializzazione?

«Emerge, clamoroso, un fatto: l’occupazione maschile si è ridotta, direi consumata, è esangue. Quella femminile, al contrario, è letteralmente esplosa. Una cifra in particolare è molto significativa: dagli anni ’70 a oggi i maschi hanno perso oltre ventimila posti di lavoro. Il picco di 388 mila occupati maschi era stato raggiunto nel 1991. Nello stesso periodo le donne occupate in Sardegna, invece, hanno avuto un’impennata di 135 mila unità: dal 20 per cento degli anni Settanta, quando già cominciava a scricchiolare l’industria petrolchimica, le donne sono passate al 42,5 per cento. Hanno spesso occupato posti di rilievo anche all’interno delle organizzazioni imprenditoriali decisamente maschilizzate al massimo».

E il mercato del lavoro oggi?

«Sappiamo tutti quanto sia preoccupante la condizione lavorativa. La Sardegna soffre molto in questo settore. La crisi c’è, soffia pesante. Guardando la serie storica, notiamo che l’occupazione maschile dal 1970 è scesa di 13 punti in quarant’anni, quelle femminile è cresciuta del 22,5».

E in raffronto alla media italiana?

«I dati più recenti, quelli del secondo trimestre 2017, dicono questo: occupazione femminile in Italia 59,4 e in Sardegna 42,8. Quella maschile: Italia 67,1 e Sardegna 49,1. Stiamo meglio di prima ma sempre nelle ultime posizioni in classifica. La Sardegna primeggia nel Mezzogiorno: sempre nel secondo trimestre 2017 donne al lavoro nell’isola 51,3 contro il 33,3 delle otto regioni del Sud».

Hanno importanza i più elevati tassi di istruzione femminile?

«Le donne sono più laureate e più diplomate dei maschi. Il livello medio dell’occupazione maschile sarda continua a essere soprattutto da terza media e lo è, quasi nelle stesse forme, in campo nazionale. Le donne, contrariamente a quanto si dice, non sono neanche la maggioranza nella pubblica amministrazione, nemmeno all’interno della Regione. Però la donna sarda è decisa, non demorde, vuole avere una busta paga: e così le donne, hanno toccato in quest’anno il picco di 242 mila occupate, il più alto nella storia dell’isola. Ma è pur sempre poco».

Il lavoro diventerà sostantivo femminile?

«Mi ha colpito un recente incontro a Fonni: donne sindaco, donne imprenditrici nel turismo, nell’enologia, tre sorelle di Mamoiada imbottigliano cannonau chiamato ’Eminas, l’attività culturale sarda è coniugata al femminile».

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