“Virgin Mountain”, bamboccioni nordici
SASSARI. I film che arrivano dall’Islanda attraversano le sale italiane rapidi come meteore. È andata così anche alla commedia “Virgin Mountain”, diretta da Dagur Kári nel 2015 ma approdata...
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SASSARI. I film che arrivano dall’Islanda attraversano le sale italiane rapidi come meteore. È andata così anche alla commedia “Virgin Mountain”, diretta da Dagur Kári nel 2015 ma approdata brevemente da noi solo lo scorso aprile, dopo aver ricevuto riconoscimenti importanti: miglior film, miglior sceneggiatura e miglior attore (Gunnar Jónsson) al Tribeca Film Festival.
Adesso il film è uscito in dvd e in blu-ray e vale la pena rivederlo per la delicatezza malinconica e ironica della storia e per la bravura di Jónsson nei panni di un atipico “bamboccione” nordico. Il suo personaggio ha un nome da gatto, Fúsi, e la corpulenza di una montagna. A quarant’anni vive ancora con la mamma e gioca con i soldatini di un plastico gigante. Lavora in un deposito bagagli e i colleghi gli danno il tormento, ma lui non reagisce: non è stupido, è semplicemente privo di cattiveria o voglia di rivalsa. Fúsi è un puro, un santo idiota alla Dostoevskij, un’anomalia impossibile da accettare nel generale cinismo del mondo che lo circonda. La vita gli scorre intorno tra piccoli, soffocanti interni borghesi e stranianti non-luoghi, finché qualcosa sembra cambiare quando incontra la dolce e problematica Sjofn, con la quale per la prima volta farà le prove di un’esistenza adulta. Prove, appunto, perché il finale resta sospeso e rispecchia le possibilità che si aprono quando si decide di essere se stessi, non in linea con un’idea omologata dell’essere vincenti.
Adesso il film è uscito in dvd e in blu-ray e vale la pena rivederlo per la delicatezza malinconica e ironica della storia e per la bravura di Jónsson nei panni di un atipico “bamboccione” nordico. Il suo personaggio ha un nome da gatto, Fúsi, e la corpulenza di una montagna. A quarant’anni vive ancora con la mamma e gioca con i soldatini di un plastico gigante. Lavora in un deposito bagagli e i colleghi gli danno il tormento, ma lui non reagisce: non è stupido, è semplicemente privo di cattiveria o voglia di rivalsa. Fúsi è un puro, un santo idiota alla Dostoevskij, un’anomalia impossibile da accettare nel generale cinismo del mondo che lo circonda. La vita gli scorre intorno tra piccoli, soffocanti interni borghesi e stranianti non-luoghi, finché qualcosa sembra cambiare quando incontra la dolce e problematica Sjofn, con la quale per la prima volta farà le prove di un’esistenza adulta. Prove, appunto, perché il finale resta sospeso e rispecchia le possibilità che si aprono quando si decide di essere se stessi, non in linea con un’idea omologata dell’essere vincenti.
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