La Nuova Sardegna

«Il bello del teatro, ricominciare ogni volta»

di Fabio Canessa
«Il bello del teatro, ricominciare ogni volta»

Intervista con Liliana Cavani alla sua prima prova di regia teatrale al Comunale di Sassari con “Filumena Marturano”

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SASSARI. Ha diretto documentari di stampo sociale, miniserie televisive, film entrati nella storia del cinema e curato la regia di opere liriche. Mancava nel suo curriculum la prosa. Una nuova esperienza per Liliana Cavani che nel suo debutto in questo genere teatrale ha lavorato su uno dei testi più importanti firmati da Eduardo De Filippo: “Filumena Marturano”. La nota commedia sarà portata in scena martedì a Sassari al Teatro Comunale, e dalla sera successiva sino a domenica 14 gennaio a Cagliari al Teatro Massimo, per la stagione di prosa organizzata dal Cedac. Sul palco Mariangela D’Abbraccio e Geppy Gleijeses nei panni di Filumena Marturano e Domenico Soriano, protagonisti della storia in tre atti scritta dal grande drammaturgo napoletano nel 1946. «Il mio battesimo nella prosa non poteva accadere con un’opera teatrale migliore» sottolinea la regista Liliana Cavani.

Aveva mai pensato in passato di impegnarsi in una regia teatrale?

«Tanti anni fa mi fu proposto dalla direzione del Piccolo Teatro di fare qualcosa. Era il 1969, stavo preparando il film “I cannibali” e non me la sentii di accettare l’impegno. Il teatro mi piaceva, ma ero molto occupata con il cinema».

Poi però ha curato la regia diverse opere liriche.

«Sì, a partire dal 1979. Ho cominciato a Firenze con “Wozzeck” e in seguito ho fatto opere a Milano, a Parigi e in altre città».

E adesso la prosa. Perché questa volta ha accettato?

«In primis perché ho conosciuto Eduardo, avevamo la stessa agente. Lo stimavo e mi è sempre piaciuta in particolare “Filumena Marturano” che Vittorio De Sica aveva trasformato anche in un bellissimo film con Sophia Loren e Marcello Mastroianni (con il titolo “Matrimonio all’italiana”). Così ho accettato».

Cosa l’ha colpita del testo di De Filippo studiandolo attentamente per la preparazione di questo adattamento?

«È ultramoderno anche adesso che sono passati più di settant’anni da quando Eduardo l’ha scritto. Perché il problema della famiglia, dei figli nati fuori dal matrimonio, del cognome e le difficoltà di certi ceti sociali sono sempre d’attualità. E poi è un racconto molto bello, da un certo punto di vista vicino al cinema neorealista. Non a caso De Sica ci ha fatto un film».

Con Mastroianni che anche lei ha diretto. In particolare viene da ricordare “La pelle”ambientato a Napoli. C’è qualche legame con questo lavoro su un’opera di De Filippo?

«C’è il mio interesse per la cultura napoletana. Una vera cultura, con una sua storia e una sua lingua, che Eduardo ha rappresentato in tutte le maniere».

A proposito di lingua, come ha affrontato questo aspetto?

«All’inizio avevo timore che non tutti capissero. Poi mi sono convinta e ho visto che la gente capisce, che applaude e ride nei momenti giusti».

Agli attori che indicazioni ha dato?

«Ho fatto quello fanno tutti i registi. Ho parlato con loro spiegando come la vedevo, approfondendo la figura, la psicologia del personaggio in modo che ognuno potesse diventare la persona che doveva rappresentare».

Però rispetto al cinema ci sono delle notevoli differenze.

«Certamente. Il cinema si fa una sequenza dopo l’altra, si mette via e non ci si torna sopra. Invece con il teatro si ricomincia tutti i giorni. È completamente diverso e provo grande ammirazione per gli attori della prosa, perché ripartono ogni sera. Una bella fatica per gli attori rispetto al cinema».

Anche per lei immagino sia stato faticoso. Ci riproverà ?

«Pensavo di no, invece adesso stiamo provando un Pirandello. “Il piacere dell’onestà”, un testo molto intrigante».

E il cinema?

«Sto lavorando a una sceneggiatura. Vediamo se si riesce farne un film».

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