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«Dobbiamo dire ai giovani che la Shoah non è finita»

«Dobbiamo dire ai giovani che la Shoah non è finita»

Lo studioso di cultura ebraica Bruno Segre al Liceo classico di Ascoli Piceno Dal Ruanda all’ex Jugoslavia le pulizie etniche e i genocidi si ripetono nella storia 

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ASCOLI PICENO. «Il Giorno della Memoria è molto difficile da celebrare perché o vale per i giovani che devono rendersi conto di una pagina fondamentale della storia d'Europa, oppure non vale nulla. Per questo non credo alle celebrazioni che si limitino a dire che queste cose non devono accadere mai più, perché è un discorso che non porta da nessuna parte». Lo ha detto lo studioso di storia e cultura ebraica Bruno Segre, 87 anni, che ad Ascoli Piceno ha incontrato gli studenti del liceo classico “Stabili”, lo stesso da lui frequentato nel 1943, quando si rifugiò nella città marchigiana, con la madre e la sorella, e dove riprese gli studi dopo la guerra.

Nei giorni scorsi è tornato per la prima volta dopo 73 anni. «Noi - ha aggiunto - dobbiamo cercare di spiegare quello che è successo utilizzando questo momento per educare i giovani a fare storia, quindi a capire scientificamente che tipo di situazione stanno vivendo oggi». Segre non considera finita la Shoah: «È un genocidio che è ancora in corso oggi, purtroppo. Ci sono situazioni in cui intere popolazioni vengono sacrificate, mandate in tutti i continenti. Penso per esempio al disastro accaduto anni fa in Ruanda, alla ex Jugoslavia, pulizie etniche che riproducono in qualche modo questa cosa assurda che è stata la Shoah. Credo - ha insistito - che mettere i giovani in condizione di misurarsi con questa assurdità, cercando di capirla e comprendere come sia accaduta sia assolutamente importante». Per capire i giovani devono iniziare «dall'onorare i giusti. In Europa è successo quello che è successo, ma negli stessi anni della Shoah ci sono stati molti europei che hanno aiutato le persone che andavano al macello. Dalle fogne di Berlino, quando nel maggio del '45 arrivò l'Armata rossa, sono usciti vivi 5.000 ebrei - ha raccontato -: vuole dire che ci sono state altrettante famiglie tedesche che li hanno aiutati rischiando sulla propria pelle».

Segre nel corso della giornata ha anche consegnato pergamene di riconoscimento agli eredi di Romeo De Amicis, il ciabattino anarchico con nove figli che ospitò ad Ascoli nella sua casa in via Berardo Tucci (oggi via delle Canterine) lui, sua madre e sua sorella: «In quella casa rimanemmo per nove mesi, con carte d’identità false. Cambiammo cognome in Crema per non destare sospetti – ha ricordato –. Di Ascoli ricordo che vedevo i carri trainati dai bovini, cosa che al Nord non avevamo mai visto e di macchine ce ne erano pochissime. Ricordo anche che pioveva sempre e tutto era molto desolante, per non parlare della fame: mangiammo del pane che sembrava un pezzo di travertino e una volta feci anche una scorpacciata di salsicce; il maiale è proibito dalla nostra religione ma in quel periodo non ci si faceva proprio caso». «Quello che ho con Ascoli – ha aggiunto – è un fortissimo legame affettivo perché qui ho trascorso un paio d'anni decisivi, passando dall'infanzia all'adolescenza. Ad Ascoli ho ripreso a frequentare la scuola dalla quale ero stato bandito in quarta elementare e ho potuto riprendere dal liceo Classico, completando gli studi a Milano dopo la liberazione del Nord Italia. Nel 1944, ha ricordato, quando gli angloamericani iniziarono a liberare l’Italia e ad Ascoli ci fu un generale scozzese che guidò le truppe insieme ad un armata polacca «Mia madre iniziò a lavorare nell’amministrazione militare della città e nel luglio del 1945 riuscimmo a tornare a Milano sopra ad un camion che trasportava mele. Milano era completamente distrutta ma trovammo una sistemazione in una delle poche case rimaste in piedi».

Segre per oltre dieci anni ha fatto parte del Consiglio del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano. Dal 1991 al 2007 ha presieduto l'Associazione «Amici di Nevé Shalom/Wahat al-Salam». Ha diretto dal 2001 al 2011 il periodico di vita e cultura ebraica Keshet. È molto conosciuto anche per essersi occupato di sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti nell'ambito del Movimento di Comunità di Adriano Olivetti, a cui ha dedicato alcuni dei suoi libri.



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