Uno sguardo alla Terra Marcias celebra Serra, poeta con la cinepresa
di Fabio Canessa
Applausi a Trieste per la pellicola sul documentarista sardo Due anni di riprese in tutto il mondo e le musiche di Favata
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TRIESTE. All’uscita dalla sala, quella del Teatro Miela, subito qualcuno chiede informazioni su come poter recuperare il lavoro di Fiorenzo Serra nella sua interezza. C’è da scommetterci, sarà così a ogni proiezione. Le immagini del documentarista, scomparso nel 2005, rubano lo sguardo. Impressionano per la forza visiva e narrativa. Riprese che hanno fermato nel tempo la Sardegna di oltre mezzo secolo fa. Un’isola diversa, poco conosciuta come del resto il regista che l’ha raccontata. Perché a Serra non è mai stato pienamente riconosciuto, fuori dai confini regionali (e forse anche dentro), il valore che merita per la sua opera. L’omaggio firmato da Peter Marcias con “Uno sguardo alla Terra” può sicuramente essere il motore della sua (ri)scoperta, a livello non solo nazionale. Anche grazie agli interventi dei grandi registi coinvolti nel progetto, ai quali Marcias ha mostrato “L’ultimo pugno di terra”, il capolavoro di Fiorenzo Serra: il cinese Wang Bing, il filippino Brillante Mendoza, il catalano Jose Luis Guerin, l’iraniano Mehrdad Oskouei, l’afghana Sahraa Karimi, la francese Claire Simon, l’israeliano Tomer Heymann e l’italiano Vincenzo Marra. Tutti sono rimasti impressionati dalle immagini catturate da Serra, così come il pubblico del Trieste Film Festival che ha ospitato l’anteprima italiana del documentario di Peter Marcias.
L’isola di ieri.
In “Uno sguardo alla Terra”, in concorso per il Premio Corso Salani, compaiono stralci dei filmati di Serra che raccontano la situazione economica e sociale della Sardegna degli anni Sessanta. Insieme al montatore Andrea Lotta il regista ha sventrato, analizzato e discusso a lungo sul materiale d’archivio da utilizzare. Ci sono i pastori, i pescatori di Cabras, i minatori del Sulcis, c’è la Sardegna delle faide e quella dell’emigrazione che porta inevitabilmente a una riflessione sull’oggi. I giovani sardi che partono e i migranti che arrivano da diverse zone nel mondo. Significative le parole del regista israeliano Tomer Heymann, che a Cagliari, in un bar, racconta di aver incontrato un ragazzo palestinese che gli ha affidato una lettera per i familiari da portare in Medio Oriente.
La sardegna di oggi.
Perché c’è anche l’isola di questi giorni, fatta conoscere ad alcuni dei registi coinvolti. Come l’afghana Sahraa Karimi che prova un costume tradizionale sardo e riconosce molte similitudine tra la Sardegna di allora, filmata da Serra, e il suo paese oggi. E l’iraniano Mehrdad Oskouei che passeggia per le strade di Orgosolo. «Due anni di riprese – spiega Marcias – tra la Cina, la Spagna, le Filippine, la Francia e ovviamente la Sardegna. Tra i vari posti dove abbiamo girato ci sono Cagliari, Sassari, Nuoro, Carbonia, Lollove, Desulo».
Da sottolineare anche le riprese aeree dal grande impatto visivo, momenti quasi di sospensione emotiva nella narrazione. Merito anche delle evocative musiche di Enzo Favata.
I ricordi di chi l’ha conosciuto.
Non ci sono solo le voci di grandi registi. Nel documentario compaiono anche Piera Detassis, critica cinematografica con un legame forte con l’isola, che fra le varie osservazioni fa un parallelo interessante tra Mendoza e Serra per la profondità mostrata da entrambi nell'immergersi nella realtà da raccontare, e Manlio Brigaglia, grande amico del documentarista. «Sono davvero felice della sua partecipazione – ci tiene a sottolineare Marcias –. È un uomo di grande saggezza e sarei rimasto ad ascoltarlo per ore». Lo storico lavorò come consulente per “L’ultimo pugno di terra”, ma forse la sua testimonianza più coinvolgente riguarda la sfera privata. Come il ricordo di quando andavano a Castelsardo insieme per fare un bagno in mare e lungo il tragitto di andata e ritorno da Sassari si sfidavano a colpi di poesie. Scriveva versi fin da giovanissimo, Fiorenzo Serra, e la visione poetica l’ha poi espressa anche con la cinepresa in mano.
Il cinema del reale.
La poesia del reale che passa attraverso lo sguardo di un regista, la scelta di cosa mostrare, di chi seguire e dove posizionare la camera. Non si può non riconoscere nello stile di Serra grande fascino, sempre però legato al racconto che diventa politico nel senso più alto del termine perché mostra anche le difficoltà del persone. Non si potrà cambiare il mondo con un film, su questo i registi intervistati sono tutti d’accordo, ma arrivare fosse solo a una persona è già in fondo un grande risultato. Frutto di un lavoro complicato, perché la difficoltà a realizzare un film è un tratto che li accomuna e come sottolinea Wang Bing fare documentari è un lavoro davvero duro per molti motivi. «Ci siamo ritrovati sotto le stesso cielo – evidenzia Marcias – e la mia felicità deriva dal fatto che siamo partiti parlando della mia terra. Dalla Sardegna».
Un progetto che continua.
E non finisce qui. Appena terminata la versione di “Uno sguardo alla Terra”, presentata in prima italiana a Trieste dopo i passaggi ai festival internazionali del documentario a Londra e Guangzhou, in Cina, Marcias rivela che il progetto continuerà. Già pronta una lista di altri grandi registi da intervistare: da un gigante assoluto come Frederick Wiseman a Sergei Loznitsa, da Barbara Kopple a Malek Bensmail, da Nicolas Philipert «a tanti altri» anticipa l’autore sardo. Intanto il documentario si è già guadagnato la distribuzione: uscirà con Istituto Luce Cinecittà entro la primavera.
L’isola di ieri.
In “Uno sguardo alla Terra”, in concorso per il Premio Corso Salani, compaiono stralci dei filmati di Serra che raccontano la situazione economica e sociale della Sardegna degli anni Sessanta. Insieme al montatore Andrea Lotta il regista ha sventrato, analizzato e discusso a lungo sul materiale d’archivio da utilizzare. Ci sono i pastori, i pescatori di Cabras, i minatori del Sulcis, c’è la Sardegna delle faide e quella dell’emigrazione che porta inevitabilmente a una riflessione sull’oggi. I giovani sardi che partono e i migranti che arrivano da diverse zone nel mondo. Significative le parole del regista israeliano Tomer Heymann, che a Cagliari, in un bar, racconta di aver incontrato un ragazzo palestinese che gli ha affidato una lettera per i familiari da portare in Medio Oriente.
La sardegna di oggi.
Perché c’è anche l’isola di questi giorni, fatta conoscere ad alcuni dei registi coinvolti. Come l’afghana Sahraa Karimi che prova un costume tradizionale sardo e riconosce molte similitudine tra la Sardegna di allora, filmata da Serra, e il suo paese oggi. E l’iraniano Mehrdad Oskouei che passeggia per le strade di Orgosolo. «Due anni di riprese – spiega Marcias – tra la Cina, la Spagna, le Filippine, la Francia e ovviamente la Sardegna. Tra i vari posti dove abbiamo girato ci sono Cagliari, Sassari, Nuoro, Carbonia, Lollove, Desulo».
Da sottolineare anche le riprese aeree dal grande impatto visivo, momenti quasi di sospensione emotiva nella narrazione. Merito anche delle evocative musiche di Enzo Favata.
I ricordi di chi l’ha conosciuto.
Non ci sono solo le voci di grandi registi. Nel documentario compaiono anche Piera Detassis, critica cinematografica con un legame forte con l’isola, che fra le varie osservazioni fa un parallelo interessante tra Mendoza e Serra per la profondità mostrata da entrambi nell'immergersi nella realtà da raccontare, e Manlio Brigaglia, grande amico del documentarista. «Sono davvero felice della sua partecipazione – ci tiene a sottolineare Marcias –. È un uomo di grande saggezza e sarei rimasto ad ascoltarlo per ore». Lo storico lavorò come consulente per “L’ultimo pugno di terra”, ma forse la sua testimonianza più coinvolgente riguarda la sfera privata. Come il ricordo di quando andavano a Castelsardo insieme per fare un bagno in mare e lungo il tragitto di andata e ritorno da Sassari si sfidavano a colpi di poesie. Scriveva versi fin da giovanissimo, Fiorenzo Serra, e la visione poetica l’ha poi espressa anche con la cinepresa in mano.
Il cinema del reale.
La poesia del reale che passa attraverso lo sguardo di un regista, la scelta di cosa mostrare, di chi seguire e dove posizionare la camera. Non si può non riconoscere nello stile di Serra grande fascino, sempre però legato al racconto che diventa politico nel senso più alto del termine perché mostra anche le difficoltà del persone. Non si potrà cambiare il mondo con un film, su questo i registi intervistati sono tutti d’accordo, ma arrivare fosse solo a una persona è già in fondo un grande risultato. Frutto di un lavoro complicato, perché la difficoltà a realizzare un film è un tratto che li accomuna e come sottolinea Wang Bing fare documentari è un lavoro davvero duro per molti motivi. «Ci siamo ritrovati sotto le stesso cielo – evidenzia Marcias – e la mia felicità deriva dal fatto che siamo partiti parlando della mia terra. Dalla Sardegna».
Un progetto che continua.
E non finisce qui. Appena terminata la versione di “Uno sguardo alla Terra”, presentata in prima italiana a Trieste dopo i passaggi ai festival internazionali del documentario a Londra e Guangzhou, in Cina, Marcias rivela che il progetto continuerà. Già pronta una lista di altri grandi registi da intervistare: da un gigante assoluto come Frederick Wiseman a Sergei Loznitsa, da Barbara Kopple a Malek Bensmail, da Nicolas Philipert «a tanti altri» anticipa l’autore sardo. Intanto il documentario si è già guadagnato la distribuzione: uscirà con Istituto Luce Cinecittà entro la primavera.
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