«Nel mio Rodolfo il disimpegno di oggi»
di Paolo Curreli
Francesco Demuro parla della sua interpretazione a Bologna nella straordinaria Bohème del regista Graham Vick
3 MINUTI DI LETTURA
SASSARI. Strepitosa: è uno dei tanti aggettivi della critica che hanno accolto in maniera positiva la Bohème con la regia di Graham Vick e la direzione di Michele Mariotti, opera che ha aperto la stagione lirica del Comunale di Bologna il 19 e sarà in cartellone fino a domenica. L’opera è stata anche trasmessa in diretta il 24 in numerose sale cinematografiche e ieri sera il pubblico di tutta Italia ha potuto seguire su Rai5, con repliche previste domani (alle 11,35) e domenica (alle 18,45) sempre sullo stesso canale.
Un allestimento atteso quello del regista britannico, che ha ridato potenza e intensità all’opera di Puccini e al libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. Sul palco, applauditissimo, il tenore di Porto Torres Francesco Demuro nei panni del protagonista principale: il poeta Rodolfo. Vick ha ambientato al giorno d’oggi la storia dei romantici artisti parigini, eliminando le sfumature melliflue e riportando la vicenda al dramma contemporaneo dell’egoismo e dell’edonismo. I bohèmien ottocenteschi diventano hippies spensierati con la sicurezza, dopo il disimpegno giovanile, del ritorno alla vita borghese e garantita.
Un lavoro attoriale impegnativo, oltre alla grande prova musicale, per Francesco Demuro, che aveva già interpretato la parte con successo, a Detroit e a Vienna alla Staatsoper. «Questa Bohème è stata rivoluzionaria – confessa il cantante –, musicalmente e scenograficamente. Il rapporto tra Rodolfo e Mimì ha avuto una chiave di lettura diversa, che ne ha profondamente mutato il senso delle parole». Proprio il rapporto tra Rodolfo, giovane che sfugge dalla realtà e desidera essere bohèmien per essere libero, e Mimì, che invece è povera e lo sarà per sempre, da tutto un altro colore alla loro storia d’amore. «Rodolfo, dopo l’innamoramento, vede in Mimì solo un problema, una scocciatura a cui non vuole far fronte – sottolinea Francesco Demuro –. Un giovane immaturo che preferisce chiudersi nel suo mondo piuttosto che guardare la realtà. Vick è riuscito in maniera davvero impressionante a restituire il senso di questa relazione. All’inizio del quarto atto, Mimì entra in scena chiedendo aiuto. Rodolfo con distacco non le risponde, scappa dalla morte e dalla serietà della vita».
È la scena finale, quella dell’aria della “vecchia zimarra” venduta da Colline per scaldare Mimì, della solidarietà, secondo la messinscena classica, che diventa gelida rappresentazione in cui la giovane fioraia muore in una squallida solitudine. Distacco reso dal tenore in maniera intensa. «Nel terzo atto Rodolfo vuole abbandonare Mimì e nel suo “mi hai sentito”c’è tutto il piglio di fastidio con cui, ormai, vede la relazione – spiega Demuro –. Non è un cambio di drammaturgia, ma, piuttosto, un mutamento dell’interpretazione. Quindi i personaggi devono essere credibili, ogni parola deve sempre tenere quel carattere. Nella scena finale: “Benedetta bocca, tu ancor mi parli!”, quel “benedetta” rende con durezza il fastidio, il ricordo dell’amata per Rodolfo è una cosa da cancellare, la fine della giovinezza da sfuggire. Un grande lavoro ma un’esperienza bellissima, interpretare la visione di Vick mi ha insegnato molto. Come essere diretto da Mariotti alla sua prima Bohème – confesse Demuro –. Sono due grandi artisti e tutto il cast è stato magnifico».
Grande prova anche la diretta tv. «Certo, è una fotografia immutabile dove tutto deve essere perfetto, ma arrivare al grande pubblico è essenziale». Chissà se c’è qualcosa di autobiografico per Francesco. «Solo un po’ di vita da bohemien, quella che spetta a ogni giovane che sceglie di campare con l’arte. Una cosa che riesce a pochi, e che in fondo ci stà». Conclude il tenore di Porto Torres.
Un allestimento atteso quello del regista britannico, che ha ridato potenza e intensità all’opera di Puccini e al libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. Sul palco, applauditissimo, il tenore di Porto Torres Francesco Demuro nei panni del protagonista principale: il poeta Rodolfo. Vick ha ambientato al giorno d’oggi la storia dei romantici artisti parigini, eliminando le sfumature melliflue e riportando la vicenda al dramma contemporaneo dell’egoismo e dell’edonismo. I bohèmien ottocenteschi diventano hippies spensierati con la sicurezza, dopo il disimpegno giovanile, del ritorno alla vita borghese e garantita.
Un lavoro attoriale impegnativo, oltre alla grande prova musicale, per Francesco Demuro, che aveva già interpretato la parte con successo, a Detroit e a Vienna alla Staatsoper. «Questa Bohème è stata rivoluzionaria – confessa il cantante –, musicalmente e scenograficamente. Il rapporto tra Rodolfo e Mimì ha avuto una chiave di lettura diversa, che ne ha profondamente mutato il senso delle parole». Proprio il rapporto tra Rodolfo, giovane che sfugge dalla realtà e desidera essere bohèmien per essere libero, e Mimì, che invece è povera e lo sarà per sempre, da tutto un altro colore alla loro storia d’amore. «Rodolfo, dopo l’innamoramento, vede in Mimì solo un problema, una scocciatura a cui non vuole far fronte – sottolinea Francesco Demuro –. Un giovane immaturo che preferisce chiudersi nel suo mondo piuttosto che guardare la realtà. Vick è riuscito in maniera davvero impressionante a restituire il senso di questa relazione. All’inizio del quarto atto, Mimì entra in scena chiedendo aiuto. Rodolfo con distacco non le risponde, scappa dalla morte e dalla serietà della vita».
È la scena finale, quella dell’aria della “vecchia zimarra” venduta da Colline per scaldare Mimì, della solidarietà, secondo la messinscena classica, che diventa gelida rappresentazione in cui la giovane fioraia muore in una squallida solitudine. Distacco reso dal tenore in maniera intensa. «Nel terzo atto Rodolfo vuole abbandonare Mimì e nel suo “mi hai sentito”c’è tutto il piglio di fastidio con cui, ormai, vede la relazione – spiega Demuro –. Non è un cambio di drammaturgia, ma, piuttosto, un mutamento dell’interpretazione. Quindi i personaggi devono essere credibili, ogni parola deve sempre tenere quel carattere. Nella scena finale: “Benedetta bocca, tu ancor mi parli!”, quel “benedetta” rende con durezza il fastidio, il ricordo dell’amata per Rodolfo è una cosa da cancellare, la fine della giovinezza da sfuggire. Un grande lavoro ma un’esperienza bellissima, interpretare la visione di Vick mi ha insegnato molto. Come essere diretto da Mariotti alla sua prima Bohème – confesse Demuro –. Sono due grandi artisti e tutto il cast è stato magnifico».
Grande prova anche la diretta tv. «Certo, è una fotografia immutabile dove tutto deve essere perfetto, ma arrivare al grande pubblico è essenziale». Chissà se c’è qualcosa di autobiografico per Francesco. «Solo un po’ di vita da bohemien, quella che spetta a ogni giovane che sceglie di campare con l’arte. Una cosa che riesce a pochi, e che in fondo ci stà». Conclude il tenore di Porto Torres.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
