Nel nuovo album di Elena Ledda i lumi della musica
di Andrea Massidda
Con “Làntias” la cantante sarda torna al successo Un progetto pregevole che tratta di temi attuali
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SASSARI. Cinquanta minuti di bellissima musica condensati in dodici brani, tra originali e tradizionali riletti, che spaziano dalla Sardegna al mondo e toccano con i testi (tutti in limba, tranne uno) le complesse vicende umane che caratterizzano la società appena entrata nel terzo millennio, come le stragi degli innocenti in ogni angolo del pianeta, le tragedie di chi è costretto a migrare nel Mediterraneo o attraverso il deserto, e ancora la violenza che esplode nelle relazioni di coppia. È l’estrema sintesi di “Làntias” (Lumi), il nuovo album inciso da Elena Ledda per l’etichetta S’ArdMusic. Un piccolo capolavoro arricchito da molte collaborazioni (da Enzo Avitabile a Gabriele Mirabassi, da Gigi Biolcati a Gianluca Pischedda, passando per il maestro di launeddas Luigi Lai) e che conferma come la folksinger campidanese sia tra le più grandi voci isolane di sempre.
Nonostante i temi trattati nel disco siano non soltanto di stretta attualità, ma anche forti e dolorosi, il progetto già dal titolo esprime speranza, con quei lumi (le làmpias, appunto) il cui auspicio è che si trasformino in un enorme faro etico capace di sottrarre l’umanità da un destino di sofferenza. E anche la traccia iniziale – “Nora”, certamente uno dei pezzi più suggestivi – racconta, grazie alle parole di Maria Gabriela Ledda, di una bella donna che si affaccia alla finestra in un giorno di festa. La produzione artistica del disco è curata da Michele Palmas e gli arrangiamenti sono di Silvano Lobina, che nell’album suona il basso insieme con Mauro Palmas (mandola e mandoloncello), Marcello Peghin (chitarre). E a questo già nutrito gruppo vanno aggiunti Andrea Ruggeri (batteria e percussioni) e la cantante Simonetta Soro. Tanti talenti per un prodotto che a poche settimane dalla sua pubblicazione sta ricevendo grandi consensi di critica.
Tra i brani più toccanti dell’opera c’è “De Arrubiu” (quello con Avitabile che canta e suona il sax), ma anche la filastrocca “Ca sa terra est tunda”, «che racchiude una riflessione profonda sulla consapevolezza del passaggio dell’uomo sulla terra», e ancora “Beni”, «ispirato al canto delle donne che lavoravano il torrone a Tonara, e che viene eseguito in una fase precisa della lavorazione perché ha un ritmo particolare». Poi, naturalmente, la traccia che dà il titolo all’album, dove compare Luigi Lai con le sue launeddas. Impreziosiscono e completano idealmente l’itinerario tra le emozioni ben tre canzoni d’amore: “Serenada”, del musicista galiziano Antonio Placer, “Ninna nanna in re”, di Bianca D’Aponte, omaggio alla talentuosa cantautrice aversana scomparsa all’età di 22 anni, e infine un celebre canto popolare andino, “Ojos Azules”.
Per “Làntias”, dunque, un successo strameritato, soprattutto se si tiene conto che questo nuovo album arriva dopo otto anni dall’uscita di “Cantendi a Deus”. «In realtà – precisa Elena Ledda – nel frattempo ho fatto anche “Undas”, un disco in studio uscito soltanto per il mercato sardo e poi anche tanta altra roba non a nome mio, come ad esempio “Bella Ciao”, un’opera che ripropone uno spettacolo di oltre cinquant’anni fa, quando per la prima volta si portò la musica popolare in teatro. L’esordio, che suscitò scalpore, fu al Festival di Spoleto e passò alla storia».
Tornando a quest’ultima produzione, Elena Ledda spiega qual è stata l’urgenza che l’ha riportata in uno studio di registrazione. «Io credo – dice – che un disco debba essere un punto d’arrivo, non una partenza, anche perché le canzoni hanno bisogno di maturare, di crescere. E qualche mese fa ho capito che era arrivato il momento giusto per “fermare” ciò che avevo elaborato in questi anni. Mi era capitata una cosa simile con “Cantendi e Deus”, un disco di musica sacra frutto di un lungo percorso e di raccolta di materiale immenso che mi aveva convinto, pur non essendo certo in crisi mistica, dell’importanza di incidere».
Nonostante i temi trattati nel disco siano non soltanto di stretta attualità, ma anche forti e dolorosi, il progetto già dal titolo esprime speranza, con quei lumi (le làmpias, appunto) il cui auspicio è che si trasformino in un enorme faro etico capace di sottrarre l’umanità da un destino di sofferenza. E anche la traccia iniziale – “Nora”, certamente uno dei pezzi più suggestivi – racconta, grazie alle parole di Maria Gabriela Ledda, di una bella donna che si affaccia alla finestra in un giorno di festa. La produzione artistica del disco è curata da Michele Palmas e gli arrangiamenti sono di Silvano Lobina, che nell’album suona il basso insieme con Mauro Palmas (mandola e mandoloncello), Marcello Peghin (chitarre). E a questo già nutrito gruppo vanno aggiunti Andrea Ruggeri (batteria e percussioni) e la cantante Simonetta Soro. Tanti talenti per un prodotto che a poche settimane dalla sua pubblicazione sta ricevendo grandi consensi di critica.
Tra i brani più toccanti dell’opera c’è “De Arrubiu” (quello con Avitabile che canta e suona il sax), ma anche la filastrocca “Ca sa terra est tunda”, «che racchiude una riflessione profonda sulla consapevolezza del passaggio dell’uomo sulla terra», e ancora “Beni”, «ispirato al canto delle donne che lavoravano il torrone a Tonara, e che viene eseguito in una fase precisa della lavorazione perché ha un ritmo particolare». Poi, naturalmente, la traccia che dà il titolo all’album, dove compare Luigi Lai con le sue launeddas. Impreziosiscono e completano idealmente l’itinerario tra le emozioni ben tre canzoni d’amore: “Serenada”, del musicista galiziano Antonio Placer, “Ninna nanna in re”, di Bianca D’Aponte, omaggio alla talentuosa cantautrice aversana scomparsa all’età di 22 anni, e infine un celebre canto popolare andino, “Ojos Azules”.
Per “Làntias”, dunque, un successo strameritato, soprattutto se si tiene conto che questo nuovo album arriva dopo otto anni dall’uscita di “Cantendi a Deus”. «In realtà – precisa Elena Ledda – nel frattempo ho fatto anche “Undas”, un disco in studio uscito soltanto per il mercato sardo e poi anche tanta altra roba non a nome mio, come ad esempio “Bella Ciao”, un’opera che ripropone uno spettacolo di oltre cinquant’anni fa, quando per la prima volta si portò la musica popolare in teatro. L’esordio, che suscitò scalpore, fu al Festival di Spoleto e passò alla storia».
Tornando a quest’ultima produzione, Elena Ledda spiega qual è stata l’urgenza che l’ha riportata in uno studio di registrazione. «Io credo – dice – che un disco debba essere un punto d’arrivo, non una partenza, anche perché le canzoni hanno bisogno di maturare, di crescere. E qualche mese fa ho capito che era arrivato il momento giusto per “fermare” ciò che avevo elaborato in questi anni. Mi era capitata una cosa simile con “Cantendi e Deus”, un disco di musica sacra frutto di un lungo percorso e di raccolta di materiale immenso che mi aveva convinto, pur non essendo certo in crisi mistica, dell’importanza di incidere».
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