«Vi svelo i misteri e i simboli del nostro Carnevale arcaico»
di Paolo Curreli
Un viaggio negli antichi riti con l’etnologa Dolores Turchi Maschere ancestrali che arrivano da un passato lontano
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SASSARI. I grandi falò accesi il 17 per festeggiare Sant’Antoni ’e su Fogu in tanti centri della Sardegna hanno annunciato anche quest’anno l’inizio del Carnevale. Sfilate in maschera e veglioni, riti arcaici o la giostra equestre della aristocratica Sartiglia, il Carnevale tradizionale rimane nell’isola un appuntamento ricco di fascino e una delle poche attrattive per il turismo lontano dalla stagione balneare.
Una guida per capire meglio i tanti volti della festa e i suoi misteriosi simbolismi è il libro di Dolores Turchi “I Carnevali e le maschere tradizionali della Sardegna” (Newton Compton Editori, 254 pagine, 10 euro). Ultima fatica della ricercatrice nuorese, capace di far diventare bestseller i suoi volumi sulle tradizioni popolari, ricchissimi di informazioni e inappuntabili dal punto di vista scientifico ma scritti in maniera chiara e divulgativa.
Dottoressa Turchi intanto cos’è il Carnevale?
«La festa più diffusa, quella dei travestimenti, della gioia sfrenata dei canti e balli deriva in maniera diretta dai Saturnalia degli antichi romani dove sfilavano dei carri allegorici, i ruoli si rovesciavano: i servi si vestivano da padroni e viceversa. È questo è il Carnevale di Viareggio, Tempio o Cagliari. Una festa della trasgressione dedicata al dio Bacco, ma nel centro Sardegna la ricorrenza deriva da riti di origine diversa».
Dov’è la differenza?
«Sono il retaggio di un aspetto particolare e molto più antico. Sono riti dedicati al volto oscuro di Bacco: Dioniso il dio della fertilità e della rinascita. Un dio dalla doppia faccia che richiama la morte e la vita, in un momento di passaggio essenziale per l’anno agrario. Ecco perché questi riti sono così lontani dalla gioia ma appaiono tragici, luttuosi e cupi. Il dio della vegetazione deve morire per rinascere nel ciclo eterno di semina e raccolto».
Da dove arrivano queste tradizioni?
«Dioniso è una divinità del mondo cretese-miceneo che arriva poi nella Grecia classica, ma visti i rapporti profondi, non solo commerciali, tra la civiltà nuragica e quella micenea sicuramente arriva nell’isola in tempi molto antichi».
I segni degli antichi dei nelle nostre maschere?
«Sono tantissimi. Dalla danza dei Mamuthones che battono la terra per risvegliarla, come quella del mito di chi ascendeva al monte Ida per risvegliare la terra. C’è sempre una rappresentazione sacrificale, una vittima che viene battuta a sangue, oggi in maniera simbolica, ma in passato in modo molto più violento e veritiero, per richiamare il sangue elemento fondamentale con cui richiamare la rinascita della terra. Questo si ritrova anche nel nome sardo di Carra-Secare, tagliare la carne (quella umana e viva perché quella animale, da macelleria è sa petza). I seguici di Dioniso sbranavano capretti e vitelli con le mani per entrare in comunione col dio, che era stato sbranato dai Titani. E poi gli elementi che decorano le maschere come le ossa, che fino al Settecento sostituivano i campanacci, simbolo della morte o le fronde di corbezzolo, edera e alloro che rappresentano la fertilità perenne».
Questi riti hanno lo stesso significato di altri diffusi in Europa?
«Fino al 1906 gli studiosi ne hanno registrato gli ultimi retaggi in Tracia. Nella penisola Balcanica, in Bulgaria, Romania e Ungheria, nelle isole dell’Egeo, in Spagna e in Africa del Nord esistono maschere e riti pressoché simili. Il culto di Bacco-Dioniso si sposta da Oriente verso Occidente con la diffusione della coltivazione della vigna».
La giostra della Sartiglia è molto diversa?
«La corte del potente giudicato di Arborea deve aver eliminato la parte più arcaica e primitiva, ma se guardiamo attentamente ritroviamo in Su Componidori le fattezze androgine tipiche di Dioniso. Ha la mantiglia della sposa e il cilindro dello sposo. Il suo scettro “Sa Pippia ’e Maju” viene descritto anticamente dall’Angius come un fantoccio fatto di pervinche, pianta che propizia la pioggia».
Come ha preso questo persistente paganesimo la Chiesa?
«Lo ha sempre osteggiato, fin dai primi secoli queste festività delle “calende di gennaio” erano vietate. Però i sermoni gli editti della Chiesa sono importanti proprio perché con l’intento di vietarli descrivono molti particolari, come gli uomini che si travestono da bestie, le case decorate con piante sempreverdi, le danze scomposte».
A questo proposito una sua fonte straordinaria sono le poesie di Bonaventura Licheri...
«Certo, era un sacerdote che accompagnò nel Settecento il gesuita Giovan Battista Vassallo nell’opera di evangelizzazione della Sardegna interna. I due partecipavano alle feste di Sant’Antonio e San Sebastiano dove le maschere svolgevano i riti intorno ai fuochi. Padre Vassallo ammoniva i partecipanti di quanto queste tradizioni fossero contro la religione cristiana, minacciando la scomunica per chi vi prendeva parte. Licheri ha ripercorso in rima questo viaggio descrivendo nei particolari i travestimenti.
Molte maschere tradizionali sono potute rinascere grazie a queste descrizioni, con buona pace di quelli che le considerano invenzioni dell’ultim’ora».
Cosa è rimasto dello spirito antico?
«Nel tempo il significato si è perso, le annate ricche hanno messo da parte la richieste al cielo di acqua e fertilità, come le carestie le hanno fatte rinascere. I lutti della Grande Guerra ne hanno fatto dimenticare molte. Oggi tutto si è ridotto soltanto a folklore, uno spettacolo che è stato redditizio per alcuni gruppi in costume, che infatti vedono di cattivo occhio il fiorire di nuove associazioni e la riesumazione di maschere dimenticate».
Una guida per capire meglio i tanti volti della festa e i suoi misteriosi simbolismi è il libro di Dolores Turchi “I Carnevali e le maschere tradizionali della Sardegna” (Newton Compton Editori, 254 pagine, 10 euro). Ultima fatica della ricercatrice nuorese, capace di far diventare bestseller i suoi volumi sulle tradizioni popolari, ricchissimi di informazioni e inappuntabili dal punto di vista scientifico ma scritti in maniera chiara e divulgativa.
Dottoressa Turchi intanto cos’è il Carnevale?
«La festa più diffusa, quella dei travestimenti, della gioia sfrenata dei canti e balli deriva in maniera diretta dai Saturnalia degli antichi romani dove sfilavano dei carri allegorici, i ruoli si rovesciavano: i servi si vestivano da padroni e viceversa. È questo è il Carnevale di Viareggio, Tempio o Cagliari. Una festa della trasgressione dedicata al dio Bacco, ma nel centro Sardegna la ricorrenza deriva da riti di origine diversa».
Dov’è la differenza?
«Sono il retaggio di un aspetto particolare e molto più antico. Sono riti dedicati al volto oscuro di Bacco: Dioniso il dio della fertilità e della rinascita. Un dio dalla doppia faccia che richiama la morte e la vita, in un momento di passaggio essenziale per l’anno agrario. Ecco perché questi riti sono così lontani dalla gioia ma appaiono tragici, luttuosi e cupi. Il dio della vegetazione deve morire per rinascere nel ciclo eterno di semina e raccolto».
Da dove arrivano queste tradizioni?
«Dioniso è una divinità del mondo cretese-miceneo che arriva poi nella Grecia classica, ma visti i rapporti profondi, non solo commerciali, tra la civiltà nuragica e quella micenea sicuramente arriva nell’isola in tempi molto antichi».
I segni degli antichi dei nelle nostre maschere?
«Sono tantissimi. Dalla danza dei Mamuthones che battono la terra per risvegliarla, come quella del mito di chi ascendeva al monte Ida per risvegliare la terra. C’è sempre una rappresentazione sacrificale, una vittima che viene battuta a sangue, oggi in maniera simbolica, ma in passato in modo molto più violento e veritiero, per richiamare il sangue elemento fondamentale con cui richiamare la rinascita della terra. Questo si ritrova anche nel nome sardo di Carra-Secare, tagliare la carne (quella umana e viva perché quella animale, da macelleria è sa petza). I seguici di Dioniso sbranavano capretti e vitelli con le mani per entrare in comunione col dio, che era stato sbranato dai Titani. E poi gli elementi che decorano le maschere come le ossa, che fino al Settecento sostituivano i campanacci, simbolo della morte o le fronde di corbezzolo, edera e alloro che rappresentano la fertilità perenne».
Questi riti hanno lo stesso significato di altri diffusi in Europa?
«Fino al 1906 gli studiosi ne hanno registrato gli ultimi retaggi in Tracia. Nella penisola Balcanica, in Bulgaria, Romania e Ungheria, nelle isole dell’Egeo, in Spagna e in Africa del Nord esistono maschere e riti pressoché simili. Il culto di Bacco-Dioniso si sposta da Oriente verso Occidente con la diffusione della coltivazione della vigna».
La giostra della Sartiglia è molto diversa?
«La corte del potente giudicato di Arborea deve aver eliminato la parte più arcaica e primitiva, ma se guardiamo attentamente ritroviamo in Su Componidori le fattezze androgine tipiche di Dioniso. Ha la mantiglia della sposa e il cilindro dello sposo. Il suo scettro “Sa Pippia ’e Maju” viene descritto anticamente dall’Angius come un fantoccio fatto di pervinche, pianta che propizia la pioggia».
Come ha preso questo persistente paganesimo la Chiesa?
«Lo ha sempre osteggiato, fin dai primi secoli queste festività delle “calende di gennaio” erano vietate. Però i sermoni gli editti della Chiesa sono importanti proprio perché con l’intento di vietarli descrivono molti particolari, come gli uomini che si travestono da bestie, le case decorate con piante sempreverdi, le danze scomposte».
A questo proposito una sua fonte straordinaria sono le poesie di Bonaventura Licheri...
«Certo, era un sacerdote che accompagnò nel Settecento il gesuita Giovan Battista Vassallo nell’opera di evangelizzazione della Sardegna interna. I due partecipavano alle feste di Sant’Antonio e San Sebastiano dove le maschere svolgevano i riti intorno ai fuochi. Padre Vassallo ammoniva i partecipanti di quanto queste tradizioni fossero contro la religione cristiana, minacciando la scomunica per chi vi prendeva parte. Licheri ha ripercorso in rima questo viaggio descrivendo nei particolari i travestimenti.
Molte maschere tradizionali sono potute rinascere grazie a queste descrizioni, con buona pace di quelli che le considerano invenzioni dell’ultim’ora».
Cosa è rimasto dello spirito antico?
«Nel tempo il significato si è perso, le annate ricche hanno messo da parte la richieste al cielo di acqua e fertilità, come le carestie le hanno fatte rinascere. I lutti della Grande Guerra ne hanno fatto dimenticare molte. Oggi tutto si è ridotto soltanto a folklore, uno spettacolo che è stato redditizio per alcuni gruppi in costume, che infatti vedono di cattivo occhio il fiorire di nuove associazioni e la riesumazione di maschere dimenticate».
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