Diverso e prezioso La magnifica ossessione di Alberto Capitta
di Costantino Cossu
I giudizi della critica sulle opere dello scrittore sassarese Venerdì in edicola col giornale “Il giardino non esiste”
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«Non è realismo poetico quello di Alberto Capitta, ma qualcosa di più ampio e di più profondo, che spinge al paragone con il magistero femminile di Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Fabrizia Ramondino, o con i toscani di ieri da Palazzeschi a Lisi, tra gusto antico del romanzo-fiaba (con echi di Stevenson e Leskov) e l’esigenza di dire il più e l’oltre dell’esperienza attuale del mondo». Così Goffredo Fofi, sul settimanale Internazionale, ha scritto dell’autore del romanzo “Il giardino non esiste”, il libro che la nuova collana del nostro giornale, “Scrittori sardi contemporanei”, propone ai lettori a partire da venerdì di questa settimana. Fofi ha definito Capitta «il più originale degli scrittori italiani degli ultimi decenni». Aggiungendo: «Il più e l’oltre dell’esperienza attuale del mondo si esprime in Capitta in una visione che non esclude animali e piante, e che, d’invenzione in invenzione, torna a un umano intriso di natura - mai bamboleggiata e mai dimenticando la sua durezza - e alle prese con le costruzioni nefaste e mortifere della società e di un’umana miseria antropocentrica». «Nella Sardegna di Capitta - scrive ancora Fofi - personaggi giovani si cercano e crescono in lotta con il male adulto, ma incontrando anche adulti che non hanno tradito l’adolescenza. Dentro l’incantato, tra alberi che migrano e repubbliche di piccoli orfani, i puri tendono alla pienezza affettiva e all’accordo col creato. Uno scrittore diverso e prezioso».
GLI ACCOSTAMENTI. Sul blog Critica letteraria così Capitta ha commentato il giudizio di Fofi: «Io come Morante, Ortese e Ramondino? È sempre curioso ritrovarsi al centro del gioco degli accostamenti, ogni autore lo sa; scoprire che, del tutto inconsapevolmente, hai percorso le orme di quanti ti hanno preceduto nel cammino, prendere coscienza che per quanto tu ti senta portatore di una parola nuova non hai fatto che ripetere, a modo tuo, quanto altri avevano già detto e ridetto. Ma forse è proprio questa la magnifica ossessione, insistere a lavorare una pietra già perfetta, già modellata, vederla finita e inviolabile eppure martellarci sopra». In quanto all’«esigenza di dire il più e l’oltre dell’esperienza attuale del mondo», in un’intervista a Sardinia Post Capita ha chiarito: «I miei personaggi non sono degli sconfitti in fuga dalla realtà. Piuttosto sono individui che si ritraggono, isolandosi, perché dotati di uno sguardo lucido, uno sguardo che permette loro di leggere il mondo nella sua inesorabile ferocia. E’ questo a porli fuori delle convenzioni sociali. Per questo sono visti come diversi e, in quanto tali, temuti».
SCRITTORE VERO. Sul Sole 24 Ore Giovanni Pacchiano, recensendo “Creaturine”, uno dei testi più belli di Capitta, ha scritto: «Storia di solitudini e di illusoria bellezza, di amori non per sempre e di abbandoni. Di ritorni imprevisti nel tempo. Saranno da azzardare alcuni antecedenti storici per Capitta: i simbolisti francesi, sopra tutti. Govoni, forse, con le sue lunghe sfilate di immagini; e il grande Bruno Schulz, per la capacità di accumulare oggetti-immagine e, insieme, di caricarli sontuosamente di sovrasensi. Ma è doveroso segnalare la commozione di fronte a un libro insolito e al suo febbrile splendore. Lucente e fradicio come gli acquitrini del nord». E Massimo Onofri, su Diario, sempre a proposito di “Creaturine”: «Non sta solo nell’accorta strategia narrativa la qualità del libro: non avaro, peraltro, d’una sua disposizione persino sapienziale. Quanto, piuttosto, in una lingua paziente di tutte le sue sfumature, direi quasi certosina, e orgogliosa del suo vocabolario, puntuale e capillare sino al lusso metaforico. Insomma, il talento d’uno scrittore vero, e in ostinata lotta con la sciatteria e la miseria dei sempre più numerosi manutengoli della nostra lingua».
SCRITTI A MANO. Che Capitta davvero cammini fuori dei sentieri più battuti lo mostra anche quanto, sempre su Critica letteraria, lo scrittore dice dei modi del suo lavoro e dei social media: «Non c’è altro maniera per me di scrivere che farlo a mano. Cerchiare le parole con penne di vari colori, cancellarle di netto, sottolineare alcune frasi, disegnare frecce di rimando e tanto altro fa parte della mia idea organizzata di scrittura. Con la scrittura a mano ho la possibilità, ritornando indietro nelle pagine, di rivedere i miei dubbi, la parola scritta, poi cancellata, poi riabilitata, un lavoro di scavo, di testimonianza materiale del dubbio e dunque della scelta. Non solo: spesso il mio quaderno aperto è costellato di specchietti, di elenchi, di nomi, termini, verbi, dialoghi, versi, il tutto da controllare simultaneamente, suoni che girano contemporaneamente. È una proiezione visiva di estrema importanza, la mia mappa mentale sul quaderno». E sui social: «Non uso Facebook e non uso Twitter perché non sono adatti al mio modo di rapportarmi col mondo: tutto qua».
IL MONDO DI FERDINAND. Un anno e mezzo fa la mappa di Alberto Capitta si è arricchita di un ulteriore affascinante territorio nel nuovo romanzo dello scrittore, “L’ultima trasfigurazione di Ferdinand”, pubblicato dal Maestrale. Di cui Alessandra Pigliaru ha scritto sulla Nuova Sardegna: «Per una strana combinazione della sorte, Ferdinand vedrà come finisce di vivere un proprio simile e toccherà lo scandalo di una guerra imminente. Le ferite allora si attraggono, si toccano, succede sempre - prima o poi. Il sangue del dentino da latte strappatogli dal padre in seguito a un brusco schiaffo, ha lo stesso retrogusto del sangue del teatro. C'è il sangue di un mondo alla rovescia, che nasconde la propria fragilità e non la mette in comune con gli altri. Il sapore di quel sangue, intuito dagli innamorati, come Liselotte in una parentesi passionale di Ferdinand a Bruges, è della stessa qualità che in “Creaturine” descriveva la “bellezza di spine” di Nicola, “che fa sanguinare gli sguardi” ».
«In questa torsione, breve come un sussulto o un morso del labbro, in quell'accorgersi di un candore silenzioso e ordinatore sotteso alla realtà - conclude Alessandra Pigliaru - c'è una parte importante della poetica di Alberto Capitta. Insieme con un invisibile che permea il mondo e che tuttavia si ritiene dicibile. Il resto, il non detto, è la vulnerabilità degli assenti e dei sopravvissuti che come Ferdinand Lieber, al pari di molti personaggi a cui Capitta ha dato forma in questi anni, conosce la propria intima sostanza, in sonno e in veglia».
GLI ACCOSTAMENTI. Sul blog Critica letteraria così Capitta ha commentato il giudizio di Fofi: «Io come Morante, Ortese e Ramondino? È sempre curioso ritrovarsi al centro del gioco degli accostamenti, ogni autore lo sa; scoprire che, del tutto inconsapevolmente, hai percorso le orme di quanti ti hanno preceduto nel cammino, prendere coscienza che per quanto tu ti senta portatore di una parola nuova non hai fatto che ripetere, a modo tuo, quanto altri avevano già detto e ridetto. Ma forse è proprio questa la magnifica ossessione, insistere a lavorare una pietra già perfetta, già modellata, vederla finita e inviolabile eppure martellarci sopra». In quanto all’«esigenza di dire il più e l’oltre dell’esperienza attuale del mondo», in un’intervista a Sardinia Post Capita ha chiarito: «I miei personaggi non sono degli sconfitti in fuga dalla realtà. Piuttosto sono individui che si ritraggono, isolandosi, perché dotati di uno sguardo lucido, uno sguardo che permette loro di leggere il mondo nella sua inesorabile ferocia. E’ questo a porli fuori delle convenzioni sociali. Per questo sono visti come diversi e, in quanto tali, temuti».
SCRITTORE VERO. Sul Sole 24 Ore Giovanni Pacchiano, recensendo “Creaturine”, uno dei testi più belli di Capitta, ha scritto: «Storia di solitudini e di illusoria bellezza, di amori non per sempre e di abbandoni. Di ritorni imprevisti nel tempo. Saranno da azzardare alcuni antecedenti storici per Capitta: i simbolisti francesi, sopra tutti. Govoni, forse, con le sue lunghe sfilate di immagini; e il grande Bruno Schulz, per la capacità di accumulare oggetti-immagine e, insieme, di caricarli sontuosamente di sovrasensi. Ma è doveroso segnalare la commozione di fronte a un libro insolito e al suo febbrile splendore. Lucente e fradicio come gli acquitrini del nord». E Massimo Onofri, su Diario, sempre a proposito di “Creaturine”: «Non sta solo nell’accorta strategia narrativa la qualità del libro: non avaro, peraltro, d’una sua disposizione persino sapienziale. Quanto, piuttosto, in una lingua paziente di tutte le sue sfumature, direi quasi certosina, e orgogliosa del suo vocabolario, puntuale e capillare sino al lusso metaforico. Insomma, il talento d’uno scrittore vero, e in ostinata lotta con la sciatteria e la miseria dei sempre più numerosi manutengoli della nostra lingua».
SCRITTI A MANO. Che Capitta davvero cammini fuori dei sentieri più battuti lo mostra anche quanto, sempre su Critica letteraria, lo scrittore dice dei modi del suo lavoro e dei social media: «Non c’è altro maniera per me di scrivere che farlo a mano. Cerchiare le parole con penne di vari colori, cancellarle di netto, sottolineare alcune frasi, disegnare frecce di rimando e tanto altro fa parte della mia idea organizzata di scrittura. Con la scrittura a mano ho la possibilità, ritornando indietro nelle pagine, di rivedere i miei dubbi, la parola scritta, poi cancellata, poi riabilitata, un lavoro di scavo, di testimonianza materiale del dubbio e dunque della scelta. Non solo: spesso il mio quaderno aperto è costellato di specchietti, di elenchi, di nomi, termini, verbi, dialoghi, versi, il tutto da controllare simultaneamente, suoni che girano contemporaneamente. È una proiezione visiva di estrema importanza, la mia mappa mentale sul quaderno». E sui social: «Non uso Facebook e non uso Twitter perché non sono adatti al mio modo di rapportarmi col mondo: tutto qua».
IL MONDO DI FERDINAND. Un anno e mezzo fa la mappa di Alberto Capitta si è arricchita di un ulteriore affascinante territorio nel nuovo romanzo dello scrittore, “L’ultima trasfigurazione di Ferdinand”, pubblicato dal Maestrale. Di cui Alessandra Pigliaru ha scritto sulla Nuova Sardegna: «Per una strana combinazione della sorte, Ferdinand vedrà come finisce di vivere un proprio simile e toccherà lo scandalo di una guerra imminente. Le ferite allora si attraggono, si toccano, succede sempre - prima o poi. Il sangue del dentino da latte strappatogli dal padre in seguito a un brusco schiaffo, ha lo stesso retrogusto del sangue del teatro. C'è il sangue di un mondo alla rovescia, che nasconde la propria fragilità e non la mette in comune con gli altri. Il sapore di quel sangue, intuito dagli innamorati, come Liselotte in una parentesi passionale di Ferdinand a Bruges, è della stessa qualità che in “Creaturine” descriveva la “bellezza di spine” di Nicola, “che fa sanguinare gli sguardi” ».
«In questa torsione, breve come un sussulto o un morso del labbro, in quell'accorgersi di un candore silenzioso e ordinatore sotteso alla realtà - conclude Alessandra Pigliaru - c'è una parte importante della poetica di Alberto Capitta. Insieme con un invisibile che permea il mondo e che tuttavia si ritiene dicibile. Il resto, il non detto, è la vulnerabilità degli assenti e dei sopravvissuti che come Ferdinand Lieber, al pari di molti personaggi a cui Capitta ha dato forma in questi anni, conosce la propria intima sostanza, in sonno e in veglia».
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