La Nuova Sardegna

«De André e la Sardegna Un binomio inscindibile»

di Fabio Canessa
«De André e la Sardegna Un binomio inscindibile»

Lo sceneggiatore Giordano Meacci racconta i segreti della fiction-record «Il sequestro? Un racconto “inventato dal vero” col contributo di Dori Ghezzi»

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SASSARI. Dopo i grandi numeri fatti registrare al cinema, gli ottimi ascolti in televisione. Oltre sei milioni di spettatori nella prima parte, confermati (anzi con un leggero aumento) nella seconda. Share intorno al 25 per cento, nonostante la forte concorrenza nelle due serate. “Fabrizio De André. Principe libero” ha fatto centro. Un successo dovuto certamente alla passione diffusa per l'artista genovese che ha lasciato un segno indelebile nella storia della canzone e non solo. Ma anche a un progetto, una coproduzione Rai Fiction e Bibi Film, riconosciuto anche dalla critica di qualità superiore alla media. Al cast, guidato da un talento come Luca Marinelli, e alla regia di Luca Facchini sostenuta dalla sceneggiatura scritta da Francesca Serafini e Giordano Meacci. «Con Francesca – sottolinea l'autore romano – ci chiamiamo fratello e sorella extra-anagrafici, festeggiamo ormai un lungo sodalizio. E ci siamo conosciuti proprio nel segno di De André perché il nostro primo lavoro, che poi Fabrizio ebbe modo di leggere regalandoci anche una bellissima postfazione, fu un saggio universitario sulla lingua nelle sue canzoni. Quando avevamo vent'anni». . E tanto tempo dopo, come avete affrontato la sfida di raccontare la sua vita?

«Abbiamo voluto dedicare a Fabrizio la nostra canzone, cercato di raccontare la sua arte attraverso il prima e il dopo dei brani che tutti conosciamo. E seguito come concetto guida quello della libertà, secondo varie declinazioni: la libertà cercata, perduta, ritrovata. Questo è il tema su cui si fonda il film».

All'interno di questa idea la Sardegna che ruolo ha?

«Fondamentale. La Sardegna è prima di tutto emblema dei ricordi da bambino, della sua infanzia a Revignano d'Asti che l'ha formato in un'idea di libertà. La campagna gli è sempre rimasta dentro. E così l'isola, nella nostra suggestione ancor prima che nella realtà effettiva della grande storia d'amore tra Fabrizio de André e la Gallura, rappresenta la ricerca della libertà perduta. E nello stesso tempo, dal punto di vista drammaturgico, coincide con la messa alla prova di questo desiderio. Perché proprio lì avviene il sequestro che riassume tutte le negazioni della libertà».

Che tipo di lavoro di documentazione avete svolto, in particolare sul sequestro, durante la preparazione ?

«È stato fatto un rigoroso lavoro di documentazione su quello che è stato l'episodio di cronaca e poi abbiamo potuto raccogliere le parole di Dori Ghezzi che da subito è stata vicina al film. Ci ha permesso di avere una serie di informazioni di prima mano, ma anche racconti molto sofferti che ci hanno aiutato in fase di scrittura. Senza, però, perdere mai di vista il fattore legato alla drammaturgia. Quindi da un lato siamo stati fedeli e filologici in alcuni punti che servivano per raccontare esattamente l'esperienza del sequestro, dall'altra abbiamo inserito tutta una serie di cose verosimili che abbiamo ritenuto narrativamente fondamentali. La realtà è entrata in rapporto con la nostra scrittura, partendo dal presupposto di un racconto “inventato dal vero” per usare le parole di Attilio Bertolucci che ci sono particolarmente care».

E quindi come avete strutturato la sceneggiatura che mostra un andamento decisamente diverso tra la prima e la seconda parte?

«L'idea era creare due parti che fossero leggibili autonomamente. La prima è un romanzo di formazione, in cui dagli anni Cinquanta agli anni Settanta si racconta come Fabrizio diventa De André. La seconda parte si concentra invece su un momento in cui ha bisogno di trovare il suo Fabrizio più vero, più pieno. E lo trova in Sardegna. In questo luogo nel quale è come se fosse sempre stato. Un luogo della memoria, del desiderio. La privazione della libertà toglie poi il punto di vista del protagonista e lo divide tra gli altri personaggi. Pochi mesi vengono raccontati in un tempo dilatato, a differenza della prima parte in cui si coprono più di vent'anni. Il momento della privazione della libertà, e il luogo in cui accade, ha una valore drammaturgico forte che volevamo segnalare».

C'è qualche pezzo o aspetto della vita di De André che vi è dispiaciuto lasciare fuori per esigenze narrative?

«Come per ogni vita da una parte dispiace sempre lasciare fuori qualcosa, ma siamo davvero contenti del risultato. Anche per la coralità, perché i personaggi rappresentano non solo loro stessi. L'amico Paolo Villaggio riassume tutte le frequentazioni importanti degli anni a Genova, il poeta Mannerini anche le altre persone che hanno collaborato con lui ai testi e alle musiche. Abbiamo fatto nostro l'insegnamento di Fabrizio quando parlava di tradimento nelle sue traduzioni da altri poeti e cantanti. Diceva che tra la bellezza e la correttezza della traduzione ha sempre preferito andare verso la bellezza. La possibilità di deviare la realtà alla ricerca di raccontare quello che è bello per te, è questa la lezione di De André».

Come sono state scelte le canzoni per il film?

«Quelle interne al racconto, che vengono cantate da Luca Marinelli, sono state scelte per motivi narrativi, per raccontare dei passaggi significativi sui quali abbiamo costruito la sceneggiatura. Invece per la colonna sonora, con la voce di Fabrizio De André, c'è stato anche l'intervento di Dori Ghezzi. Il film è il risultato di un lavoro corale, portato avanti da una squadra affiatata».

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