La saga dei Chironi Uno specchio della storia dell’isola
di Alessandro Marongiu
Venerdì con il giornale “Luce perfetta” di Marcello Fois Il quarto volume della collana “Scrittori di Sardegna”
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Cominciamo dalla fine. All’inizio dello scorso dicembre Mirko Giacchetti intervista Marcello Fois per il sito Milanonera.com in occasione del Premio Scerbanenco, alla cui vittoria lo scrittore è candidato con il suo ultimo romanzo, “Del dirsi addio” (gli verrà poi preferita un’opera massimamente brutta come “Lissy” di Luca D’Andrea: ma questa, come si suol dire, è un’altra storia). Alla domanda su quale sia, tra i suoi, il libro che più ama, il narratore risponde: «Sempre l’ultimo per una faccenda di vasi comunicanti: dentro l’ultimo romanzo si riversa, anche in maniera inconscia, tutta l’esperienza precedente. Quindi la risposta esatta alla sua domanda sarebbe: preferisco il prossimo». Segue il classico quesito sui progetti per il futuro: «Scrivere, dovrete eliminarmi fisicamente per farmi smettere, e magari verrete stanati e assicurati alla giustizia da Sergio Striggio» (Striggio è il commissario protagonista appunto di “Del dirsi addio”).
C’è molto di Fois in queste parole. A partire dall’urgenza, viene da pensarla quasi fisica, qualcosa cui non ci si può sottrarre se non dietro costrizione, di scrivere. Il termine “urgenza” non è qui usato a caso, perché nella nota alla ristampa del suo debutto voluta da Einaudi nel 1999 è lo stesso Fois a farvi ricorso: «Quando ho iniziato a scrivere “Ferro recente” non sapevo che sarei diventato uno scrittore. Forse è così che succede: uno ha una storia che gli urge, che preme per uscire, che vuole essere scritta e la scrive». E le storie, per Fois, sembrano non esaurirsi mai: dai primi anni Novanta a oggi sono già una trentina i suoi titoli di narrativa, cui si devono aggiungere i racconti in volume collettanei, le poesie, i testi teatrali, persino un libretto operistico, basato sul romanzo “Tanit” di Valerio Evangelisti, e le collaborazioni a sceneggiature per la televisione (“Distretto di polizia”, “Crimini”, “L’ultima frontiera”) e per il cinema (“Ilaria Alpi. Il più crudele dei giorni”, “Certi bambini”).
L’aver dato vita a una produzione così corposa potrebbe di per sé essere poco rilevante, se alla quantità non si affiancasse anche la qualità: che in Fois va rinvenuta in special modo nell’attenzione verso la parola esatta, prima soppesata e limata e solo dopo scelta e adoperata. A immaginarlo intento a scrivere, più che del battere delle dita su di una tastiera pare di sentire i suoni che provengono da una bottega d’altri tempi, dove gli strumenti del mestiere si danno il cambio sulla materia informe e i trucioli, a fine lavoro, sono spazzati via da un colpo di scopa.
I primi passi come autore Marcello Fois li compie lì dove è andato a frequentare l’università, cioè a Bologna, quando attorno a Loriano Macchiavelli, il creatore del personaggio di Sarti Antonio, una decina di giovani di belle speranze (tra cui lui, Carlo Lucarelli e Pino Cacucci) dà vita al Gruppo 13 e mette assieme un’ormai celebre antologia illustrata di racconti gialli. È grazie all’intuito del compianto Luigi Bernardi, che la fa uscire per la sua Granata Press sotto il marchio Metrolibri, se quell’antologia vede la luce in libreria, e ci sono sempre Bernardi e la Granata dietro “Ferro recente”, l’esordio in proprio del nuorese datato 1992, e definito dal collega Lucarelli «un romanzo bellissimo in cui l’orrore e la tensione della narrativa di genere si fondono alla coralità fatale di una vera e propria tragedia, una tragedia noir». Dello stesso anno è “Picta” (Marcos y Marcos), il cui manoscritto è valso a Fois la vittoria al Premio Calvino (ex aequo con “Gilbert. Nascita e morte di un rivoluzionario” di Mara De Paulis): un libro di segno completamente diverso rispetto al simultaneo “Ferro recente”, che fa intuire da subito un’altra caratteristica dell’autore, poi confermata nei tempi a seguire, ossia la varietà di temi e orizzonti letterari esplorati. Perché se è vero che le vicende a sfondo criminale sono per Fois in tutta evidenza un terreno prediletto in cui coltivare le storie, è pur vero che per lui le sortite in altri campi sono sempre state frequenti, e altrettanto valide: valgano per tutte l’anomalo e intrigante “Ex voto” (minimum fax, 2015) e la trilogia einaudiana dei Chironi inaugurata da “Stirpe” (2009), portata avanti con “Nel tempo di mezzo” (2012) e chiusa nel 2015 da quel “Luce perfetta” che i lettori troveranno in edicola venerdì di questa settimana con La Nuova per il quarto appuntamento con la collana “Scrittori di Sardegna”.
Proprio “Luce perfetta” è anche l’ultima fatica di Fois in ordine di tempo ad aver ricevuto un premio – si tratta dell’Asti d’Appello, nel 2016; in un’ormai ricca bacheca lo hanno preceduto “Nulla”, che ha vinto il Premio Dessì; “Sempre caro”, tassello iniziale della serie in cui Fois ha fatto vestire i panni dell’investigatore al poeta-avvocato Sebastiano Satta, che ha vinto il Premio Scerbanenco-Noir in festival e il Premio Zerilli-Marimò; “Memoria del vuoto”, incentrato sulla figura della «tigre d’Ogliastra», il bandito Samuele Stocchino, che si è aggiudicato il Super Grinzane Cavour, il Premio Volponi e il Premio Alassio; “Stirpe”, cui sono andati il Città di Vigevano e il Frontino Montefeltro, e “Nel tempo di mezzo”, che è stato finalista al Campiello e allo Strega.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
C’è molto di Fois in queste parole. A partire dall’urgenza, viene da pensarla quasi fisica, qualcosa cui non ci si può sottrarre se non dietro costrizione, di scrivere. Il termine “urgenza” non è qui usato a caso, perché nella nota alla ristampa del suo debutto voluta da Einaudi nel 1999 è lo stesso Fois a farvi ricorso: «Quando ho iniziato a scrivere “Ferro recente” non sapevo che sarei diventato uno scrittore. Forse è così che succede: uno ha una storia che gli urge, che preme per uscire, che vuole essere scritta e la scrive». E le storie, per Fois, sembrano non esaurirsi mai: dai primi anni Novanta a oggi sono già una trentina i suoi titoli di narrativa, cui si devono aggiungere i racconti in volume collettanei, le poesie, i testi teatrali, persino un libretto operistico, basato sul romanzo “Tanit” di Valerio Evangelisti, e le collaborazioni a sceneggiature per la televisione (“Distretto di polizia”, “Crimini”, “L’ultima frontiera”) e per il cinema (“Ilaria Alpi. Il più crudele dei giorni”, “Certi bambini”).
L’aver dato vita a una produzione così corposa potrebbe di per sé essere poco rilevante, se alla quantità non si affiancasse anche la qualità: che in Fois va rinvenuta in special modo nell’attenzione verso la parola esatta, prima soppesata e limata e solo dopo scelta e adoperata. A immaginarlo intento a scrivere, più che del battere delle dita su di una tastiera pare di sentire i suoni che provengono da una bottega d’altri tempi, dove gli strumenti del mestiere si danno il cambio sulla materia informe e i trucioli, a fine lavoro, sono spazzati via da un colpo di scopa.
I primi passi come autore Marcello Fois li compie lì dove è andato a frequentare l’università, cioè a Bologna, quando attorno a Loriano Macchiavelli, il creatore del personaggio di Sarti Antonio, una decina di giovani di belle speranze (tra cui lui, Carlo Lucarelli e Pino Cacucci) dà vita al Gruppo 13 e mette assieme un’ormai celebre antologia illustrata di racconti gialli. È grazie all’intuito del compianto Luigi Bernardi, che la fa uscire per la sua Granata Press sotto il marchio Metrolibri, se quell’antologia vede la luce in libreria, e ci sono sempre Bernardi e la Granata dietro “Ferro recente”, l’esordio in proprio del nuorese datato 1992, e definito dal collega Lucarelli «un romanzo bellissimo in cui l’orrore e la tensione della narrativa di genere si fondono alla coralità fatale di una vera e propria tragedia, una tragedia noir». Dello stesso anno è “Picta” (Marcos y Marcos), il cui manoscritto è valso a Fois la vittoria al Premio Calvino (ex aequo con “Gilbert. Nascita e morte di un rivoluzionario” di Mara De Paulis): un libro di segno completamente diverso rispetto al simultaneo “Ferro recente”, che fa intuire da subito un’altra caratteristica dell’autore, poi confermata nei tempi a seguire, ossia la varietà di temi e orizzonti letterari esplorati. Perché se è vero che le vicende a sfondo criminale sono per Fois in tutta evidenza un terreno prediletto in cui coltivare le storie, è pur vero che per lui le sortite in altri campi sono sempre state frequenti, e altrettanto valide: valgano per tutte l’anomalo e intrigante “Ex voto” (minimum fax, 2015) e la trilogia einaudiana dei Chironi inaugurata da “Stirpe” (2009), portata avanti con “Nel tempo di mezzo” (2012) e chiusa nel 2015 da quel “Luce perfetta” che i lettori troveranno in edicola venerdì di questa settimana con La Nuova per il quarto appuntamento con la collana “Scrittori di Sardegna”.
Proprio “Luce perfetta” è anche l’ultima fatica di Fois in ordine di tempo ad aver ricevuto un premio – si tratta dell’Asti d’Appello, nel 2016; in un’ormai ricca bacheca lo hanno preceduto “Nulla”, che ha vinto il Premio Dessì; “Sempre caro”, tassello iniziale della serie in cui Fois ha fatto vestire i panni dell’investigatore al poeta-avvocato Sebastiano Satta, che ha vinto il Premio Scerbanenco-Noir in festival e il Premio Zerilli-Marimò; “Memoria del vuoto”, incentrato sulla figura della «tigre d’Ogliastra», il bandito Samuele Stocchino, che si è aggiudicato il Super Grinzane Cavour, il Premio Volponi e il Premio Alassio; “Stirpe”, cui sono andati il Città di Vigevano e il Frontino Montefeltro, e “Nel tempo di mezzo”, che è stato finalista al Campiello e allo Strega.
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