Le identità catastrofiche di tre fratelli indiani negli Usa
di Marco Gualmini
“La caduta dei Golden” di Salman Rushdie: i tormenti di una famiglia di rifugiati Il problema dell’eredità geografico-culturale in una nazione avviata verso l’era-Trump
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Si può decidere di abbandonare una vecchia identità per crearsene una nuova, senza che il passato torni a riscuotere il conto? Il problema dell’eredità geografico-culturale è una costante in tutti i romanzi di Salman Rushdie, oltre che nella sua vita di scrittore indiano nato a Bombay nel 1947, emigrato a Londra negli anni Sessanta e poi, nel nuovo millennio, a Manhattan e costretto, com’è noto, dopo la pubblicazione di “I versi satanici” e la conseguente fatwa di Khomeini, a tenersi a distanza di sicurezza dal mondo musulmano, cui pure la sua famiglia d’origine apparteneva.
Questa volta si confrontano con il problema dell’identità, ciascuno alla sua maniera e con i risultati catastrofici anticipati dal titolo, i personaggi del suo ultimo libro, “La caduta dei Golden” (Mondadori, pp.451). La storia inizia il 20 gennaio 2009: quel giorno, mentre l’America festeggiava l’insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama, «un ultrasettantenne re senza corona arrivò da un paese lontano a New York con i suoi tre figli senza madre per prendere possesso della sede del suo esilio, fingendo che non ci fossero problemi nel suo paese, nel mondo o nella sua storia personale». Di problemi, invece, ce ne sono, e tanti. A partire dalla vita del “re”, che è in realtà un losco e ricchissimo affarista indiano, costretto a scappare da Bombay dopo gli attacchi terroristici del 2008. In America, la terra di chi vuole reinventarsi il destino, si fa chiamare Nero, come l’imperatore romano Nerone, e impone ai suoi figli, tutti adulti - Petronius detto Petija, Apuleius-Apu e Dionysus che si fa chiamare D. – di dimenticare una volta per tutte le proprie origini. Peccato che per cancellare il passato non basti l’autorità di un padre, e per costruire una nuova identità non sia sufficiente volerlo.
I tre Golden più giovani, comunque, ci provano. Il primogenito, Petija, agorafobico e affetto dalla sindrome di Asperger, esorcizza la paura del mondo e la sua immensa solitudine inventando videogiochi che lo rendono milionario. Apu, invece, nonostante il suo straordinario talento artistico, è ossessionato dall’idea della patria abbandonata, ed è convinto che, se non tornerà indietro, «una qualche oscura forza del passato attraverserà il mondo e probabilmente ci distruggerà tutti». Il più giovane dei tre, Dionysus, infine, non riesce a dimenticare l’immagine di un hijra che ballava per le strade di Bombay vestito da Michael Jackson. D. è il più problematico dei tre fratelli e attraverso il suo personaggio Rushdie approfondisce il tema complesso dell’identità di genere nel nuovo millennio. A interessarlo è, soprattutto, la contraddizione tra la facilità con cui, attraverso la chirurgia, si può scegliere di essere individui maschili o femminili e la difficoltà a capire chi si è davvero. Per dirlo con le parole di D.: «Poniamo che sia una scoperta, non una scelta; che io debba scoprire chi sono sempre stato, non scegliere un gusto dallo scaffale dei generi come fossero gelati».
Nel romanzo, la storia dei Golden è raccontata da un narratore interno, Renè, un aspirante regista intenzionato a riportare alla luce il passato di Nero e famiglia per trasformarlo in un film di successo. Da testimone distaccato, Renè diventa, pagina dopo pagina, un vero e proprio personaggio, soprattutto con l’arrivo nella vita del vecchio Golden di una giovanissima modella dell’Est. Non solo: attraverso il suo sguardo e il suo lavoro di videomaker, la prospettiva del romanzo si allarga, nel corso di otto anni, dalla storia di una singola famiglia a una panoramica sull’America che - tra esplosione della bolla dei mutui, fake news, terrorismo, liberalizzazione delle armi - si avvia verso la minaccia (poi diventata realtà) della presidenza Trump.
Questa volta si confrontano con il problema dell’identità, ciascuno alla sua maniera e con i risultati catastrofici anticipati dal titolo, i personaggi del suo ultimo libro, “La caduta dei Golden” (Mondadori, pp.451). La storia inizia il 20 gennaio 2009: quel giorno, mentre l’America festeggiava l’insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama, «un ultrasettantenne re senza corona arrivò da un paese lontano a New York con i suoi tre figli senza madre per prendere possesso della sede del suo esilio, fingendo che non ci fossero problemi nel suo paese, nel mondo o nella sua storia personale». Di problemi, invece, ce ne sono, e tanti. A partire dalla vita del “re”, che è in realtà un losco e ricchissimo affarista indiano, costretto a scappare da Bombay dopo gli attacchi terroristici del 2008. In America, la terra di chi vuole reinventarsi il destino, si fa chiamare Nero, come l’imperatore romano Nerone, e impone ai suoi figli, tutti adulti - Petronius detto Petija, Apuleius-Apu e Dionysus che si fa chiamare D. – di dimenticare una volta per tutte le proprie origini. Peccato che per cancellare il passato non basti l’autorità di un padre, e per costruire una nuova identità non sia sufficiente volerlo.
I tre Golden più giovani, comunque, ci provano. Il primogenito, Petija, agorafobico e affetto dalla sindrome di Asperger, esorcizza la paura del mondo e la sua immensa solitudine inventando videogiochi che lo rendono milionario. Apu, invece, nonostante il suo straordinario talento artistico, è ossessionato dall’idea della patria abbandonata, ed è convinto che, se non tornerà indietro, «una qualche oscura forza del passato attraverserà il mondo e probabilmente ci distruggerà tutti». Il più giovane dei tre, Dionysus, infine, non riesce a dimenticare l’immagine di un hijra che ballava per le strade di Bombay vestito da Michael Jackson. D. è il più problematico dei tre fratelli e attraverso il suo personaggio Rushdie approfondisce il tema complesso dell’identità di genere nel nuovo millennio. A interessarlo è, soprattutto, la contraddizione tra la facilità con cui, attraverso la chirurgia, si può scegliere di essere individui maschili o femminili e la difficoltà a capire chi si è davvero. Per dirlo con le parole di D.: «Poniamo che sia una scoperta, non una scelta; che io debba scoprire chi sono sempre stato, non scegliere un gusto dallo scaffale dei generi come fossero gelati».
Nel romanzo, la storia dei Golden è raccontata da un narratore interno, Renè, un aspirante regista intenzionato a riportare alla luce il passato di Nero e famiglia per trasformarlo in un film di successo. Da testimone distaccato, Renè diventa, pagina dopo pagina, un vero e proprio personaggio, soprattutto con l’arrivo nella vita del vecchio Golden di una giovanissima modella dell’Est. Non solo: attraverso il suo sguardo e il suo lavoro di videomaker, la prospettiva del romanzo si allarga, nel corso di otto anni, dalla storia di una singola famiglia a una panoramica sull’America che - tra esplosione della bolla dei mutui, fake news, terrorismo, liberalizzazione delle armi - si avvia verso la minaccia (poi diventata realtà) della presidenza Trump.
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