La Pastorale fresca e coerente dell’orchestra “democratica”
di Antonio Ligios
“Grandi interpreti” al Verdi di Sassari, successo per i musicisti di Spira Mirabilis L’ensemble che suona senza direttore ha eseguito il capolavoro di Beethoven
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SASSARI. Dietro il progetto dell’Orchestra Spira mirabilis, che ha aperto con successo la stagione dei Grandi interpreti della musica, organizzata dalla Cooperativa Teatro e/o Musica, non vi è soltanto l’intento di essere originali, nel nome, che rinvia alla spirale logaritmica descritta per la prima volta da Cartesio, nella modalità “democratica” di approccio alle opere sinfoniche, che esclude la presenza di un direttore, e nella volontà di interagire con il pubblico, che i membri dell’orchestra incontrano alla fine delle loro esibizioni per soddisfare domande e curiosità di ogni genere.
Spira mirabilis rappresenta un percorso di studio collettivo e di conoscenza condivisa, che ha come obiettivo finale l’analisi approfondita della partitura e la costruzione “a più voci” di un’idea interpretativa che matura durante gli incontri, circa sei, della durata di una settimana ciascuno, che l’orchestra promuove annualmente e nei quali si affronta lo studio e la concertazione di un’opera sinfonica per volta.
Dietro questo progetto vi è anche la volontà dei musicisti di ritagliarsi uno spazio e una dimensione musicale nella quale poter continuare a studiare senza dover rincorrere il ritmo frenetico imposto dal mondo musicale professionale, non sempre attento nei suoi prodotti – registrazioni e concerti – alle esigenze di qualità e di approfondimento. Detto questo i risultati che la Spira mirabilis riesce ad ottenere partendo da questi presupposti sono sorprendenti, anche in considerazione del fatto che alcune delle partiture presentate dalla compagine hanno visto la presenza – sin dalla prima esecuzione – di un direttore, come nel caso della Sinfonia numero sei in Fa maggiore, detta “Pastorale” di Beethoven, eseguita al Teatro Verdi, che nel 1808 venne presentata per la prima volta proprio sotto la direzione del suo autore. È vero però che, sino ai primi del XIX secolo, era normale che i brani sinfonici venissero eseguiti senza direttore, con il violino di spalla che concertava e guidava l’orchestra. Che dire della lettura che di questo sommo capolavoro ha dato la Spira mirabilis? Innanzitutto ciò che balza subito all’orecchio è la coerenza di un’idea interpretativa, perseguita con una grande cura per il dettaglio, per la più minuta articolazione, ma allo stesso tempo per il respiro complessivo, sempre ampio e di lunga gittata. Senza contare poi un’inedita – almeno nella tradizione interpretativa di questo lavoro – flessibilità agogica, un’ampia gamma dinamica e infine un’apprezzabile visione che tiene conto dei più aggiornati approcci alla musica del primo Ottocento fondati sullo studio delle prassi esecutive storiche.
Insomma, l’impressione è quella di una lettura fresca, originale, plastica, tendente ad evidenziare la polifonia interna, che il pubblico ha mostrato di apprezzare, tributando all’ensemble un calorosissimo successo e un profondo interesse per il progetto, testimoniato dall’interazione con il pubblico che ha fatto da cornice al concerto.
Spira mirabilis rappresenta un percorso di studio collettivo e di conoscenza condivisa, che ha come obiettivo finale l’analisi approfondita della partitura e la costruzione “a più voci” di un’idea interpretativa che matura durante gli incontri, circa sei, della durata di una settimana ciascuno, che l’orchestra promuove annualmente e nei quali si affronta lo studio e la concertazione di un’opera sinfonica per volta.
Dietro questo progetto vi è anche la volontà dei musicisti di ritagliarsi uno spazio e una dimensione musicale nella quale poter continuare a studiare senza dover rincorrere il ritmo frenetico imposto dal mondo musicale professionale, non sempre attento nei suoi prodotti – registrazioni e concerti – alle esigenze di qualità e di approfondimento. Detto questo i risultati che la Spira mirabilis riesce ad ottenere partendo da questi presupposti sono sorprendenti, anche in considerazione del fatto che alcune delle partiture presentate dalla compagine hanno visto la presenza – sin dalla prima esecuzione – di un direttore, come nel caso della Sinfonia numero sei in Fa maggiore, detta “Pastorale” di Beethoven, eseguita al Teatro Verdi, che nel 1808 venne presentata per la prima volta proprio sotto la direzione del suo autore. È vero però che, sino ai primi del XIX secolo, era normale che i brani sinfonici venissero eseguiti senza direttore, con il violino di spalla che concertava e guidava l’orchestra. Che dire della lettura che di questo sommo capolavoro ha dato la Spira mirabilis? Innanzitutto ciò che balza subito all’orecchio è la coerenza di un’idea interpretativa, perseguita con una grande cura per il dettaglio, per la più minuta articolazione, ma allo stesso tempo per il respiro complessivo, sempre ampio e di lunga gittata. Senza contare poi un’inedita – almeno nella tradizione interpretativa di questo lavoro – flessibilità agogica, un’ampia gamma dinamica e infine un’apprezzabile visione che tiene conto dei più aggiornati approcci alla musica del primo Ottocento fondati sullo studio delle prassi esecutive storiche.
Insomma, l’impressione è quella di una lettura fresca, originale, plastica, tendente ad evidenziare la polifonia interna, che il pubblico ha mostrato di apprezzare, tributando all’ensemble un calorosissimo successo e un profondo interesse per il progetto, testimoniato dall’interazione con il pubblico che ha fatto da cornice al concerto.
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