«Il mio mondo feticista di musica su vinile» Dj Merlini si racconta
di Grazia Brundu
Anche a Sassari l’album torna alla grande nell’epoca digitale Intervista con uno dei protagonisti storici dietro la consolle
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SASSARI. «Quello dei vinili è un mondo feticista. Vive di piccoli riti come, per esempio, l’attimo in cui si scarta un nuovo Lp e lo si mette sul piatto per il primo ascolto. Di solito è un appuntamento a due, tra il collezionista e il suo giradischi all’interno di una stanza. Stasera, invece, romperemo le regole, scarteremo un disco ancora sigillato dei Soundgarden e lo ascolteremo tutti insieme: è un modo per creare condivisione tra più persone possibile».
Davide Merlini, conosciuto a Sassari e dintorni semplicemente come dj Merlini, racconta uno di quei momenti particolari che hanno caratterizzato ieri la “Domenica Vinilica” all’Abetone Music Bar di viale Italia a Sassari, dove ha fatto da guida ai nuovi arrivati, sempre più numerosi anche tra i giovanissimi, nel mondo vintage di solchi, giradischi e puntine.
Il dj sassarese ha appena festeggiato trent’anni di carriera e dagli anni Ottanta, con lo stesso entusiasmo, fa muovere a ritmo, soprattutto di rock, chi ama ballare ma non sopporta “Despacito”, il reggaeton e gli altri tormentoni da discoteca.
Dj Merlini, quando ha messo per la prima volta le mani sul giradischi?
«La passione per il rock anni Sessanta-Settanta me l’ha trasmessa mio padre, con i Led Zeppelin e i Jethro Tull. Poi ho iniziato a comprare i vinili da solo e ad allargare gli orizzonti allo ska e al punk. Erano gli anni Ottanta, ascoltare un certo tipo di musica voleva dire identificarsi con un gruppo». Lei a quale apparteneva?
«A Sassari c’erano le greffette che stazionavano in via Roma o sotto il monumento di Piazza d’Italia. Io facevo parte dei punk, che poi sono diventati rockabilly, anche se all’epoca (ride) ci chiamavamo “Allughibilly”, da “Allughinante!”, tipico intercalare di quegli anni».
Il primo ingaggio come dj, invece, quando è arrivato? «Nel 1986, per Radio Prisma, che adesso non esiste più, ma all’epoca era a Sassari in via Sant’Anna».
Che musica proponeva?
«Insieme a un altro dj, Fausto Dellabona, avevamo totale libertà di scelta in un programma che si chiamava “Jam”: dalle 18 fino alle 24 ci divertivamo a far scoprire agli ascoltatori le novità del rock, del progressive, del blues. Mandavamo in onda dischi che di solito non passavano in radio: i Clash, i Cure, i Simple Minds».
A proposito di dischi, quanti ne ha? E a quali non rinuncerebbe mai?
«Ne ho quasi diecimila, tutti ordinati per scaffali, e non rinuncerei mai a “London calling” dei Clash, il gruppo che amo di più perché hanno sperimentato tutto: punk, ska, raggae, dub, hip hop. E poi “The Queen is dead” degli Smith e “77” dei Talking Heads».
Roba preistorica, per i Millennials di Despacito…
«In realtà i ragazzi, insieme ai giradischi, stanno riscoprendo la musica di quel periodo e capita spesso che mi chiedano canzoni di quegli anni. Però è cambiato l’approccio alla musica: negli anni Ottanta leggevamo le interviste su “Rockerilla” e “Mucchio selvaggio” e, dopo aver ordinato i dischi da cataloghi come Nannucci o Top Ten, o averli comprati alle Messaggerie Sarde, da Griscenko, alla Discoteca Regina, che mettevano a disposizione piatti e cuffie, li ascoltavamo fino all’ultima traccia. Adesso, invece, con il fatto che i dischi si scaricano da internet, c’è la tendenza ad ascoltarli a pezzi, distrattamente».
Tra i vinili che avete ascoltato all’Abetone, quali sono i più interessanti per un collezionista?
«Sono troppi per elencarli tutti, ma ce ne sarà uno del gruppo hip hop degli anni Novanta Sangue Misto, oppure uno dei Franti, o ancora un disco di David Bowie in italiano. Alcuni album, poi, sono particolari dal punto di vista estetico, per i colori o per il modo in cui si apre la copertina».
Nei suoi dj set usa solo vinili?
«Non sempre, perché i dischi sono belli, ma anche pesanti e ingombranti, quindi li riservo alle serate più importanti, quelle dove la console è a vista. Altrimenti mi capita di usare varie tecniche, le ho sperimentate un po’ tutte: i cd, i controller per il pc, le chiavette».
Come ha visto cambiare i gusti musicali in questi trent’anni dietro la console?
«Diciamo che ho avuto modo di vedere il ricambio generazionale. Io ho iniziato col Rock&roll e la New wave, poi negli anni Novanta il pop è diventato più importante. Più o meno nello stesso periodo sono iniziate, anche a Sassari, le prime serate reggae e ha preso piede l’acid jazz e il trip hop nello stile dei Massive Attack».
Da qualche anno Sassari è piena di locali dove si fa musica dal vivo e anche dj set non mainstream. Quando ha iniziato a fare il dj, invece, com’era la situazione?
«Alla fine degli anni ’80 questo tipo di locali erano molti meno. Un apripista è stato il Tris Blu di Alghero, dove ho fatto la mia prima serata a quindici o sedici anni. Facevo ballare new wave, dark, rockabilly. Le cose a Sassari hanno iniziato a cambiare agli inizi degli anni Novanta con lo Zanzibar, quello che poi è diventato l’Urlo e ancora dopo Il Governo Provvisorio: lì potevi trovare dal punk all’impiegato di banca, che a fine serata si legava la cravatta in testa e si scatenava. Era un locale gestito alla buona ed è stato molto importante in un periodo in cui a Sassari c’erano solo discoteche, niente bar o circoli. Si faceva sia musica dal vivo, con gruppi rock e punk, che dj set. Era aperto a tutti, non era settario, mentre adesso in genere trovi locali solo per ragazzini, o per fighetti, o per altre categorie, tutte a compartimenti stagni».
Davide Merlini, conosciuto a Sassari e dintorni semplicemente come dj Merlini, racconta uno di quei momenti particolari che hanno caratterizzato ieri la “Domenica Vinilica” all’Abetone Music Bar di viale Italia a Sassari, dove ha fatto da guida ai nuovi arrivati, sempre più numerosi anche tra i giovanissimi, nel mondo vintage di solchi, giradischi e puntine.
Il dj sassarese ha appena festeggiato trent’anni di carriera e dagli anni Ottanta, con lo stesso entusiasmo, fa muovere a ritmo, soprattutto di rock, chi ama ballare ma non sopporta “Despacito”, il reggaeton e gli altri tormentoni da discoteca.
Dj Merlini, quando ha messo per la prima volta le mani sul giradischi?
«La passione per il rock anni Sessanta-Settanta me l’ha trasmessa mio padre, con i Led Zeppelin e i Jethro Tull. Poi ho iniziato a comprare i vinili da solo e ad allargare gli orizzonti allo ska e al punk. Erano gli anni Ottanta, ascoltare un certo tipo di musica voleva dire identificarsi con un gruppo». Lei a quale apparteneva?
«A Sassari c’erano le greffette che stazionavano in via Roma o sotto il monumento di Piazza d’Italia. Io facevo parte dei punk, che poi sono diventati rockabilly, anche se all’epoca (ride) ci chiamavamo “Allughibilly”, da “Allughinante!”, tipico intercalare di quegli anni».
Il primo ingaggio come dj, invece, quando è arrivato? «Nel 1986, per Radio Prisma, che adesso non esiste più, ma all’epoca era a Sassari in via Sant’Anna».
Che musica proponeva?
«Insieme a un altro dj, Fausto Dellabona, avevamo totale libertà di scelta in un programma che si chiamava “Jam”: dalle 18 fino alle 24 ci divertivamo a far scoprire agli ascoltatori le novità del rock, del progressive, del blues. Mandavamo in onda dischi che di solito non passavano in radio: i Clash, i Cure, i Simple Minds».
A proposito di dischi, quanti ne ha? E a quali non rinuncerebbe mai?
«Ne ho quasi diecimila, tutti ordinati per scaffali, e non rinuncerei mai a “London calling” dei Clash, il gruppo che amo di più perché hanno sperimentato tutto: punk, ska, raggae, dub, hip hop. E poi “The Queen is dead” degli Smith e “77” dei Talking Heads».
Roba preistorica, per i Millennials di Despacito…
«In realtà i ragazzi, insieme ai giradischi, stanno riscoprendo la musica di quel periodo e capita spesso che mi chiedano canzoni di quegli anni. Però è cambiato l’approccio alla musica: negli anni Ottanta leggevamo le interviste su “Rockerilla” e “Mucchio selvaggio” e, dopo aver ordinato i dischi da cataloghi come Nannucci o Top Ten, o averli comprati alle Messaggerie Sarde, da Griscenko, alla Discoteca Regina, che mettevano a disposizione piatti e cuffie, li ascoltavamo fino all’ultima traccia. Adesso, invece, con il fatto che i dischi si scaricano da internet, c’è la tendenza ad ascoltarli a pezzi, distrattamente».
Tra i vinili che avete ascoltato all’Abetone, quali sono i più interessanti per un collezionista?
«Sono troppi per elencarli tutti, ma ce ne sarà uno del gruppo hip hop degli anni Novanta Sangue Misto, oppure uno dei Franti, o ancora un disco di David Bowie in italiano. Alcuni album, poi, sono particolari dal punto di vista estetico, per i colori o per il modo in cui si apre la copertina».
Nei suoi dj set usa solo vinili?
«Non sempre, perché i dischi sono belli, ma anche pesanti e ingombranti, quindi li riservo alle serate più importanti, quelle dove la console è a vista. Altrimenti mi capita di usare varie tecniche, le ho sperimentate un po’ tutte: i cd, i controller per il pc, le chiavette».
Come ha visto cambiare i gusti musicali in questi trent’anni dietro la console?
«Diciamo che ho avuto modo di vedere il ricambio generazionale. Io ho iniziato col Rock&roll e la New wave, poi negli anni Novanta il pop è diventato più importante. Più o meno nello stesso periodo sono iniziate, anche a Sassari, le prime serate reggae e ha preso piede l’acid jazz e il trip hop nello stile dei Massive Attack».
Da qualche anno Sassari è piena di locali dove si fa musica dal vivo e anche dj set non mainstream. Quando ha iniziato a fare il dj, invece, com’era la situazione?
«Alla fine degli anni ’80 questo tipo di locali erano molti meno. Un apripista è stato il Tris Blu di Alghero, dove ho fatto la mia prima serata a quindici o sedici anni. Facevo ballare new wave, dark, rockabilly. Le cose a Sassari hanno iniziato a cambiare agli inizi degli anni Novanta con lo Zanzibar, quello che poi è diventato l’Urlo e ancora dopo Il Governo Provvisorio: lì potevi trovare dal punk all’impiegato di banca, che a fine serata si legava la cravatta in testa e si scatenava. Era un locale gestito alla buona ed è stato molto importante in un periodo in cui a Sassari c’erano solo discoteche, niente bar o circoli. Si faceva sia musica dal vivo, con gruppi rock e punk, che dj set. Era aperto a tutti, non era settario, mentre adesso in genere trovi locali solo per ragazzini, o per fighetti, o per altre categorie, tutte a compartimenti stagni».
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