La Nuova Sardegna

«La moda sarda cresce: è ora di valorizzare i nostri grandi talenti»

di Paolo Curreli
«La moda sarda cresce: è ora di valorizzare i nostri grandi talenti»

«I vent’anni del marchio Marras li festeggiamo con un cortometraggio ispirato ad “Adele H” di Truffaut, che presenteremo nei festival a partire da Cannes»

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SASSARI. Il viaggio per mare, quello difficile e romantico, quello delle realizzazione dei sogni e dell’emigrazione è stato al centro dell’idea creativa dell’ultima collezione Autunno-Inverno 2018-2019 di Antonio Marras.

L’ispirazione da una voce di Wikipedia scovata da Patrizia Sardo Marras, moglie dello stilista, che ha scoperto un Marras miniaturista nel ’700, un viaggiatore artista e avventuriero che Patrizia Sardo ha immaginato, in un suo racconto, sbarcare ad Alghero alla fine delle sue incredibili peregrinazioni per dare il via alla dinastia dei Marras, di cui Antonio e il loro figlio Efisio – anche lui da poco nel mondo della moda –, rappresentano l’ultimo germoglio creativo. Abiti neri e pizzi per la prima classe, lana infeltrita per le giacche delle classi più umili dell’ipotetico transatlantico. La vena poetica dello stilista di Alghero ha ancora una volta fatto centro, visto come la collezione è stata accolta dagli specialisti.

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Successo importante in un momento in cui la creatività italiana riafferma la sua centralità nell’universo dello stile mondiale. Rilevanza sottolineata dalla mostra “Italiana. L’Italia vista dalla moda 1971-2003” che fino al 6 maggio sarà ospitata a Palazzo Reale a Milano, che racconta le caratteristiche della moda italiana, attraverso abiti e accessori delle aziende più famose.

La mostra di Milano ospita anche le sue creazioni Antonio Marras, è un riepilogo importante?
«Certamente, intanto perché è la prima mostra dedicata alla moda italiana, fiore all’occhiello della nostra economia con un bilancio sempre in attivo. Poi perché riscopre talenti innovativi dimenticati, come quello di Cinzia Ruggeri, ancora troppo poco conosciuto. Una mostra non didascalica, sostenuta dalle idee intelligenti della curatrice Maria Luisa Frisa, una delle più grandi esperte di moda, che è stata capace di assemblare e proporre la storia non in modo didattico ma attraverso assemblaggi e titoli originali. Infine è importante perché finalmente in Italia ci si impegni per creare un museo della moda e perché il settore venga valorizzato con tante mostre come avviene a Londra o a New York».

Il suo lavoro come è stato rappresentato nella mostra?
«Sono state scelte le prime presenze nel pret a porter, estrapolate idee forti e rappresentative. C’è molta Sardegna, come la collezione ispirata alle “donne delle miniere”, senza cadere nell’etnico o nel folclore. Sono molto contento delle scelte dei curatori».

Una sorpresa della Fashion Week milanese è stato scoprire un fatturato in crescita e diverse aziende sarde nel settore. La moda potrebbe rappresentare un volano e una speranza per l’economia della nostra isola?
«Certamente, abbiamo dei grandissimi talenti nella creatività e nell’artigianato, da sempre e anche in quello contemporaneo. Con Eugenio Tavolara abbiamo avuto un momento storico di legame, tra tradizione e attualità, altissimo. Oggi ci sarebbe bisogno di un aspetto fondamentale: la selezione. Se non si distingue la qualità dalla produzione artigianale fine a se stessa non si va da nessuna parte. Non si può mettere Picasso accanto al quadro col vaso di fiori di zia Rosina. Con tutto il rispetto per zia Rosina che, però, produce per un altro mondo. I meravigliosi coltelli sardi con i souvenir per i turisti. Serve una personalità riconosciuta capace di selezionare la qualità e serve un supporto alla produzione».

Insomma un altro Tavolara, potrebbe essere lei?
«Un altro Tavolara sì, io no. Come si dice in algherese: Cada u l’empleu d’ell. Però forse da qualche parte esiste. Ho visto la vetrina dell’Isola a Cagliari qualche tempo fa e devo dire che c’erano dei pezzi davvero belli, delle vere opere d’arte».

I Licei artistici, l’Accademia, le nostre scuole insomma, potrebbero fornire questi talenti?
«Certo, però la scuola non basta. C’è una crisi degli insegnanti, bravi ma pagati male. Alle prese con ragazzi demotivati e genitori impegnati a difendere i figli da qualsiasi critica. Ho conosciuto molti giovani talenti del Liceo artistico di Alghero, alcuni di questi ragazzi hanno anche lavorato con me per l’ideazione dei costumi per un lavoro teatrale. Tutti preparati dalla scuola, ma quello che fa davvero la differenza è la passione. È quello che hai dentro, la voglia di realizzarlo a tutti i costi che ti da la marcia in più, che ti permette di avere il coraggio di sperimentare e superare le difficoltà. È una dote che deve essere presente a prescindere dalla scuola».

C’è anche lo scoglio della delocalizzazione, del costo del lavoro, è superabile?
«Sono leggi del mercato implacabili. Solo la lavorazione di base per un cappotto supera da noi i 200 euro, in Romania costa 40 e c’è ancora tanto lavoro da fare dopo. Se si moltiplica per migliaia di capi la somma è presto fatta. Poi c’è il Made in China, ancora più economico. Scendendo più in basso lo sfruttamento minorile che noi e molte altre aziende rifiutiamo, per ovvie ragioni etiche. Noi ci assumiamo il rischio, perché smontare un parka, ricucirlo, ricamarlo, trasformarlo e riproporlo è una operazione di altissimo artigianato che possiamo realizzare solo nel nostro laboratorio in Sardegna. Ma distinguersi costa».

Il brand Antonio Marras compie 20 anni come lo festeggiate?
«Con un cortometraggo “The soul is full of shooting stars” che abbiamo presentato in anteprima nello spazio di Milano di via Cola di Rienzo. La regia è di Silvia Morani e Stefano Quaglia con The Family. Lo vogliamo presentare ai festival dei cinema, a partire da Cannes. Il film è ispirato ad “Adele H” di Truffaut, attraverso la sua follia e il suo viaggio alla ricerca di un amore perduto, trasferito ad Alghero».

Adele H, la figlia dello scrittore Victor Hugo, che fuggì per ritrovare un amore lontno che poi alla fine non riconosce, cosa c’è di simile nella sua vita?
«La ricerca continua di qualcosa, che dopo averla trovata ti sfugge. Una meta, che appena raggiunta, mi fa voltare da un’altra parte per ripartire. I tanti traguardi che non ho conquistato, le soddisfazioni e le delusioni. Gli incontri, di cose e persone, che mi hanno arricchito e quelli che mi hanno deluso, tutto quello che mi aspettavo e invece non è successo, cose importanti che si sono rivelate ininfluenti e tante cose stupide che poi sono diventate straordinarie».

L’anno passato è stato quello della consacrazione dell’arte di Maria Lai, la Biennale di Venezia, Documenta, mostre nel mondo e presto una retrospettiva agli Uffizi di Firenze. lei ha avuto un rapporto speciale con l’artista?
«A Maria Lai devo tutto, sono felice di questo riconoscimento a una carriera straordinaria, tardivo però. Maria in vita è stata trascurata da tutti. La nostra è stata una grande amicizia, anzi un innamoramento I momenti come quelli, di arte e sintesi straordinaria di cui era capace, sono difficili da condividere. Avevamo gli stessi impulsi e bisogni, eravamo anime affini».

Tornando alla moda ci sono state polemiche per le teste mozzate in passerella di Alessandro Michele per Gucci?
«Non credo l’abbia fatto per attirare l’attenzione, non ne ha bisogno, sono convinto che abbia voluto esprimere il suo lato visionario, materializzare i suoi incubi».

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