il concerto
Il Trio di Parma delizia il Teatro Verdi
di Antonio Ligios
Applausi a Sassari per l’ensemble sul palco con il cornista Pellarin
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SASSARI. Il secondo concerto del ciclo dei Grandi interpreti della musica sarà ricordato sicuramente, sotto il profilo artistico, come una delle vette più alte di queste stagioni che la Cooperativa Teatro e/o Musica organizza da otto anni a questa parte. A tenerlo è stata una delle formazioni cameristiche italiane che più si sono distinte, negli ultimi vent’anni, in ambito internazionale: il Trio di Parma, integrato per l’occasione da un’altra presenza di elevato livello artistico, quella del cornista Guglielmo Pellarin, primo corno dell’Orchestra di Santa Cecilia. Composto da Ivan Rabaglia al violino, Alberto Miodini al pianoforte ed Enrico Bronzi al violoncello, il Trio di Parma si è aggiudicato importati riconoscimenti.
Il programma eseguito al Teatro Verdi rappresentava il compimento del progetto intrapreso lo scorso anno, ossia l’esecuzione integrale dei trii di Johannes Brahms. Nella stagione del 2017 erano protagonisti i trii della maturità, ora il cerchio si è chiuso con il giovanile Trio op. 8, scritto da un Brahms appena ventunenne, e il Trio per violino, corno e pianoforte, composto undici anni più tardi.
Si tratta certamente di due lavori molto diversi. L’opera 8, rimaneggiata trentacinque anni dopo la prima stesura, equilibra perfettamente la freschezza, la spontaneità e l’esuberanza melodica tipicamente giovanili con una forte esigenza – appartenente alla maturità – di concentrazione formale e di ripensamento delle condotte sintattiche tipiche del classicismo. Il grande merito del Trio di Parma consiste proprio nell’aver colto e perfettamente bilanciato questi due aspetti: i tre musicisti controllano infatti in modo impeccabile, assolutamente “pensato” nei più minuti dettagli del discorso musicale, la mirabile costruzione formale brahmsiana, ma allo stesso tempo – grazie a un eccezionale affiatamento – riescono a comunicare quella sensualità melodica e quell’ardore appassionato che scaturisce da alcuni sviluppi tematici che la severa revisione dell’autore non è riuscito a sopire. Il Trio op. 40 si allontana invece dai più scontati schemi classicisti nel primo e nel terzo movimento, ponendo così un forte elemento di contrasto con il secondo – uno “scherzo”, anche se “irrequieto” – e con il quarto, scritto in forma sonata.
L’esuberanza e la classicità dell’opera 8 lasciano qui spazio al turbamento formale e a una malinconia che sgorga da quei viaggi interiori che sono tipici del secondo Romanticismo. Anche in questo caso l’interpretazione di Rabaglia, Miodini e del cornista Guglielmo Pellarin è stata a dir poco commuovente. La bellezza poi del timbro di Pellarin, morbido e ricco di armonici, ha consentito di sviluppare in pieno quella funzione prettamente “coloristica” che Brahms ha assegnato allo strumento in questa composizione, e che il primo corno di Santa Cecilia, straordinario strumentista, ha declinato in modo pienamente brahmsiano.
Il successo è stato pieno e meritatissimo, e il Trio – insieme a Pellarin – ha ripagato l’entusiasmo del pubblico con una efficace trascrizione per quartetto del terzo movimento della III Sinfonia di Brahms.
Il programma eseguito al Teatro Verdi rappresentava il compimento del progetto intrapreso lo scorso anno, ossia l’esecuzione integrale dei trii di Johannes Brahms. Nella stagione del 2017 erano protagonisti i trii della maturità, ora il cerchio si è chiuso con il giovanile Trio op. 8, scritto da un Brahms appena ventunenne, e il Trio per violino, corno e pianoforte, composto undici anni più tardi.
Si tratta certamente di due lavori molto diversi. L’opera 8, rimaneggiata trentacinque anni dopo la prima stesura, equilibra perfettamente la freschezza, la spontaneità e l’esuberanza melodica tipicamente giovanili con una forte esigenza – appartenente alla maturità – di concentrazione formale e di ripensamento delle condotte sintattiche tipiche del classicismo. Il grande merito del Trio di Parma consiste proprio nell’aver colto e perfettamente bilanciato questi due aspetti: i tre musicisti controllano infatti in modo impeccabile, assolutamente “pensato” nei più minuti dettagli del discorso musicale, la mirabile costruzione formale brahmsiana, ma allo stesso tempo – grazie a un eccezionale affiatamento – riescono a comunicare quella sensualità melodica e quell’ardore appassionato che scaturisce da alcuni sviluppi tematici che la severa revisione dell’autore non è riuscito a sopire. Il Trio op. 40 si allontana invece dai più scontati schemi classicisti nel primo e nel terzo movimento, ponendo così un forte elemento di contrasto con il secondo – uno “scherzo”, anche se “irrequieto” – e con il quarto, scritto in forma sonata.
L’esuberanza e la classicità dell’opera 8 lasciano qui spazio al turbamento formale e a una malinconia che sgorga da quei viaggi interiori che sono tipici del secondo Romanticismo. Anche in questo caso l’interpretazione di Rabaglia, Miodini e del cornista Guglielmo Pellarin è stata a dir poco commuovente. La bellezza poi del timbro di Pellarin, morbido e ricco di armonici, ha consentito di sviluppare in pieno quella funzione prettamente “coloristica” che Brahms ha assegnato allo strumento in questa composizione, e che il primo corno di Santa Cecilia, straordinario strumentista, ha declinato in modo pienamente brahmsiano.
Il successo è stato pieno e meritatissimo, e il Trio – insieme a Pellarin – ha ripagato l’entusiasmo del pubblico con una efficace trascrizione per quartetto del terzo movimento della III Sinfonia di Brahms.
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