Quattro donne che attraversano il Novecento
In edicola col giornale a 6,70 euro “Chiamalo pure amore” di Maria Giacobbe
Quattro racconti per quattro diverse voci narranti femminili, che conducono il lettore, per mezzo di vicende individuali, lungo il percorso spesso accidentato di fatti e idee del secolo scorso. A chi lo considerasse così, il perimetro di “Chiamalo pure amore” di Maria Giacobbe, da venerdì 9 marzo in edicola con La Nuova per la sesta uscita della collana “Scrittori di Sardegna” (a 6,70 euro più il prezzo del quotidiano), sembrerebbe facile da circoscrivere: e invece per fortuna, come ci si aspetta da ogni opera come questa dotata di una sua profondità e animata dalla volontà di trasmettere dei significati, le cose sono più complesse di quanto non appaiano in superficie.
SEI PROTAGONISTE. Innanzitutto perché le protagoniste, a fronte dei quattro brani e delle altrettante voci narranti sopra evocati, sono in realtà sei, dato che a raccontare, in “Odette” e in “Chantal”, non sono gli omonimi personaggi che danno il titolo al segmento, ma due donne che accanto a Odette e Chantal hanno trascorso un tratto fondamentale dell’esistenza. Poi perché, a ben vedere, le protagoniste potrebbero dirsi in numero ancora maggiore, di sette, essendo la settima la Storia, che solo il camuffamento letterario architettato dalla Giacobbe pone sullo sfondo e non in primo piano. Sono i grandi avvenimenti collettivi o le forme assunte dalla società in un preciso momento storico, infatti, a fare delle figure del libro ciò che sono (sovente desiderando d’esser altro): ed è anche questo filo comune a legittimare il pensiero che “Chiamalo pure amore” lo si possa intendere non come somma di racconti disposti in ordine cronologico (“anni ‘40, ’60, ’80” e “fine secolo”), ma piuttosto come romanzo: un romanzo (anche) del e sul Novecento, appunto. Le danze si aprono che nazismo e fascismo hanno già riversato la loro sete di morte e distruzione sul Vecchio Continente.
Una trentenne e la sua anziana madre accolgono dalla Francia la giovane orfana Odette, rispettivamente loro cugina e nipote. L’inattesa convivenza scatena dinamiche nuove all’interno di una casa in cui i sentimenti sono sempre stati poco frequentati e male, e a risentirne in particolare è la trentenne, in forte disagio con il suo corpo e con la sessualità. A dare il colpo di grazia al suo precario equilibrio è l’obbligo, imposto dalle autorità, di ospitare tra le mura domestiche un ufficiale in servizio nel vicino sanatorio: in ciò che avverrà e nelle stentate motivazioni per provare a giustificarlo riecheggiano forse le atroci parole dei carnefici che, davanti ai tribunali di guerra, non seppero dire altro se non che avevano agito eseguendo degli ordini, come fossero stati deprivati di ogni capacità di pensiero autonomo e scelta. Seguono gli anni ’60, segue Dolores. Che è stata vittima durante l’infanzia e la giovinezza di un’educazione repressiva in cui sono confluiti, complici e mostruosamente deformati, fede religiosa e senso della rispettabilità in pubblico. Alla prima occasione utile la ragazza è scappata lontano dalla famiglia e da quei vincoli che l’hanno segnata nell’animo, e ora che è iscritta all’università comincia a fiutare l’aria delle imminenti rivoluzioni, una da parte dei suoi coetanei ansiosi di rovesciare il mondo e l’altra, affine, di chi rivendica maggiori libertà sessuali. Non sa neanche lei come sia finita su un pullman con un bellissimo sassofonista jazz di colore appena conosciuto, diretti lei e lui a fare un’escursione: magari non sa di che parlare, magari non sa come comportarsi, ma è comunque lì, non più sottomessa, pronta a fare ciò che sente e che vuole. Anche commettendo errori, se sarà il caso: avrà un’intera vita davanti a sé per rimediare.
GLI ANNI ’80. Ecco gli anni ’80, ecco Cecilie. È il tempo delle disillusioni: sul piano affettivo, perché il rapporto con il compagno Albert si è ormai esaurito; sul piano professionale, perché la pittura, persa l’ispirazione, s’è arrestata davanti a una tela bianca; sul piano degli ideali, quelli che Peter ha provato a infonderle in passato ma che gli eventi, a cominciare dalla sollevazione in Ungheria soffocata nel sangue dall’Unione Sovietica, hanno reso sbagliati e non più difendibili agli occhi dei più. Poco oltre il presente di Cecilie crollerà il Muro che ha diviso persone, popoli, nazioni e concezioni dell’uomo: lei ancora non lo può prevedere, certo, ma i presagi, anche a partire dal suo privato, non mancano.
VUOTO INTERIORE. Con Chantal siamo al termine del secolo. Il lettore sa di lei attraverso il ricordo di una donna che l’ha incontrata e poi le è stata a fianco una volta giunta in Europa, dopo essere scampata per miracolo al conflitto che ha martoriato il Libano e le ha portato via genitori, fratelli e sorelle e vicini di casa. Il legame tra le due, così differenti – «Lei la ricca, brillante vedova d’un avvocato di successo, io la timidissima e giovane moglie d’un ex diplomatico che un anno prima m’aveva aiutato a lasciare l’inferno di Beirut e m’aveva sposato» –, non avrà mai le stimmate della vera amicizia ma si baserà su un reciproco bisogno: per Chantal, di consegnare a qualcuno la memoria del suo passaggio in terra; per la narratrice, di riempire con l’esistenza altrui il vuoto interiore e il senso di colpa provocati in lei dalla follia umana.
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