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La favola triste del pugile Angelo Jacopucci

Era partito da Tarquinia, il pugile Angelo Jacopucci, la Corneto medievale della provincia di Viterbo che s’affaccia sul Tirreno, ed era arrivato molto in alto, sul trono d’Europa: campione dei pesi...

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Era partito da Tarquinia, il pugile Angelo Jacopucci, la Corneto medievale della provincia di Viterbo che s’affaccia sul Tirreno, ed era arrivato molto in alto, sul trono d’Europa: campione dei pesi medi, il 4 giugno 1976, dopo aver battuto a Milano il britannico Bunny Sterling. Ma fu una favola atrocemente breve, che si concluse drammaticamente, non ancora compiuti i trent’anni, quarant’anni fa a Bellaria, quando, di nuovo vacante il titolo europeo, sfidò il terribile Alan Minter.

Cosa resta di lui oggi? Un gruppo punk-rock polacco, Kult, gli ha dedicato una canzone. Nel suo paese il Palazzetto della Sport e una gara ciclistica portano il suo nome. Ma il lascito più importante è stato il cambiamento nelle regole che disciplinano le competizioni pugilistiche. Intanto la riduzione delle riprese per un titolo europeo da 15 a 12. Poi l’obbligo di una tac cranica tra quelli da assolvere nelle visite mediche rituali dopo ogni match. Infine, per gli incontri, l’esclusione di quelle sedi che si trovassero a più di un’ora da un centro neurologico.

Era necessario che l’Angelo biondo, però, volasse via, come i gabbiani d’una celebre poesia di Cardarelli: «Non so dove i gabbiani abbiano il nido,/ove trovino pace./Io son come loro,/in perpetuo volo».

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