La Nuova Sardegna

«Do voce alle donne che si ribellano contro la violenza»

di Fabio Canessa
«Do voce alle donne che si ribellano contro la violenza»

La regista militante femminista all’Accademia di Sassari «Il potere è in mano agli uomini, è ora di cambiare»

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Se una delle qualità di chi fa documentari dev’essere quella di riuscire a entrare facilmente in relazione con gli altri, creare un’immediata simpatia e fiducia, non è difficile capire perché Kim Longinotto fa questo mestiere e con grandi risultati. Ha una capacità naturale di mettere a proprio agio le persone e lo ha dimostrato anche a Sassari, protagonista di un workshop di due giorni all’Accademia di Belle Arti inserito nel ciclo di incontri internazionali coordinati da Lorenzo Hendel. La regista inglese ha conquistato tutti. Tanto che il direttore Antonio Bisaccia, ideatore dell’innovativo biennio specialistico di cinema documentario al quale sono collegate queste masterclass, sta già pensando di invitarla ancora in futuro e per un soggiorno più lungo.

STORIE DI RIBELLI. Attiva dalla seconda metà degli anni Settanta, Kim Longinotto ha realizzato una ventina di film. Diversi di questi hanno anche vinto premi importanti, come “Rough Aunties” e il più recente “Dreamcatcher”, che hanno ottenuto riconoscimenti a un festival prestigioso come il Sundance. Documentari che hanno qualcosa in comune, il raccontare storie di donne vittime di oppressione, violenza e discriminazione in varie parti del mondo. Riguardo questa descrizione del suo cinema, la regista chiarisce però che preferisce indicare come focus del suo lavoro non espressamente i diritti delle donne, ma quelli dei ribelli: «Racconto storie di ribelli, che la maggior delle volte sono donne perché il potere è in mano agli uomini. E poi non mi piace pensare a film sulle vittime, ma a storie di persone che lottano».

MA CHE FILM LA VITA. C’è in questa attenzione un dato biografico che la stessa filmmaker sottolinea: «Sono cresciuta in un istituto in cui non potevi chiedere il perché delle cose e subito ho sentito un senso di solidarietà verso quelli che si ribellano, che non accettano le regole». Su quelle, disumane, subite nel collegio draconiano frequentato da adolescente, Kim Longinotto ha fatto il suo film d’esordio: “Pride of Place” del 1976. La sua uscita ha provocato poco tempo dopo la chiusura di quella che non vuole nemmeno definire una scuola. Un progetto, quel primo documentario, realizzato durante gli anni alla National Film and Television School. Quella sì una scuola che le ha dato molto. Una svolta nella vita di Kim Longinotto che appare come un film.

LE ORIGINI ITALIANE. «Fare un’opera di finzione? No. A parte le differenze di budget la realtà è sempre più forte, pazza, sorprendente». Realizzare documentari per la regista inglese è come una vocazione, arrivata a cambiarle la vita che non è sempre stata facile. Già dall’infanzia, prima delle vessazioni subite da adolescente in collegio e un periodo successivo anche da senzatetto. Il padre, di origini italiane come si capisce dal cognome, non un genitore modello. «Aveva cambiato il cognome in Landseer – sottolinea Kim Longinotto – e quando ho scoperto che era una bugia, mi ha detto che veniva da Firenze. Ma non sono sicura sia vero. Sembrava più un siciliano. Aveva molti pregiudizi». Pregiudizi, barriere che la regista combatte con i suoi film. Raccontando storie di transgender giapponesi, “Shinjuku Boys”, o di donne iraniane decise nel far valere i loro diritti, “Divorce Iranian Style”, per citare altri due suoi documentari.

OSSERVAZIONE ED EMPATIA. Un approccio al documentario, quello di Longinotto, caratterizzato per una scelta osservazionale. Non per questo distante dalla storia raccontata, meno partecipativo. Al contrario, l’osservazione va di pari passo con l’empatia. «Per lo stile osservazionale – spiega la regista – molti usano la definizione “fly-on-the-wall”: essere come una mosca sul muro, come a dire agli altri “fate come se non ci fossi”. Un’espressione che trovo orribile. Io voglio che il pubblico sia coinvolto nella storia, si senta come se fosse lì accanto a me con i personaggi. Il documentario che mi interessa non è informazione giornalistica, non vuole trasmettere dati, ma un film in cui l’osservazione diventa empatia e lo spettatore si identifica con i personaggi della storia raccontata».

IL DOCUMENTARIO È DONNA. Un modo di affrontare il mestiere di filmmaker con grande rispetto della realtà. Un modo femminile, meno controllato rispetto a un approccio maschile. «Il mondo del documentario – sottolinea Kim Longinotto – è perfetto per le donne. Nella fiction hai a che fare con tante persone e il regista cerca sempre di mostrare la sua autorità per comandare, gestire il potere. Anche se tutti abbiamo delle insicurezze. Ma c’è un valore maschile per cui devi nascondere l’insicurezza e un valore femminile per cui tu puoi condividerla».



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