La Nuova Sardegna

Ecco “Tuttinuoresi” Il canone barbaricino di Marcello Fois

di Costantino Cossu
Ecco “Tuttinuoresi” Il canone barbaricino di Marcello Fois

Donne e uomini dentro una peculiare visione del mondo Uno straordinario paesaggio intellettuale e morale

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«Ma, scusate, in quale mondo quello che si definirebbe un “buon carattere” contribuirebbe alla riuscita o al fallimento del proprio progetto di vita? Ma scusate ancora, secondo voi, l’artista ha il dovere di essere simpatico o di essere artista? È principe o servo? Io credo l’uno e l’altro: principe rispetto al mondo e servo rispetto a sé. Ve lo sussurro: niente può tendere a restare su questa terra se non creato con una buona dose di presunzione. Se non commissionato dal principe che è in noi e, poi, portato avanti, giorno per giorno, con la tenacia del servo che ci abita».

Cominciamo con questo virgolettato il racconto del nuovo libro di Marcello Fois “Tuttinuoresi” ( Il Maestrale) in libreria da oggi. Che cos’è il virgolettato? E’ il regista Salvatore Mereu che parla. Ma le parole gli sono prestate da Marcello Fois. Quindi, è Mereu scritto da Fois. Un gioco che l’autore nuorese fa nel libro 133 volte, per dire di altrettanti e altrettante «donne e uomini “nuoresi” – scrive nell’introduzione – che hanno dato senso e continuità, spesso misconosciuta, a quel fenomeno di cultura e di visione peculiare del mondo che da un secolo e passa ci è stato tramandato sotto il marchio, si direbbe un brand, di Atene sarda». Insomma, un canone della “nuoresità” sorprendente, che sprigiona una straordinaria energia, una vitalità multiforme e tenace.

Il canone è nato come contributo per il dossier sulla candidatura di Nuoro Capitale della Cultura 2020. La casa editrice Il Maestrale lo ha trasformato in un volume. L’elenco dei personaggi “scritti” da Fois (ognuno, come dicevamo parla di sé ma con la parole del narratore) è lungo, e qui non si può dare tutto. Abbiamo cominciato con Mereu perché in quelle poche righe ci sembra sia riassunto l’essenziale di come nella terra dei Salvatore Satta e dei Costantino Nivola, degli Antonio Pigliaru e dei Michelangelo Pira la funzione intellettuale viene intesa: poche concessioni alla “simpatia”, a ciò che paga in termini di facile consenso; e invece, un rigore a prova di qualsiasi deteriore compromesso. «Qualche nome poi lo avrò dimenticato e me ne dispiace – dice Fois – Ad esempio non c’è Mariangela Sedda. Altri mancano dall’elenco perché non ce li ho voluti mettere. Ognuno deciderà, come per tutti i canoni, con quale buono o cattivo diritto abbia compiuto le mie scelte. E’ giusto. Ci sta».

Nel canone di Fois non ci sono solo scrittori, poeti e intellettuali. C’è anche, ad esempio, Gianfranco Zola. Eccolo: «Si stava allo stato brado per ore, dopo la scuola, nel campetto della parrocchia. Bisognava solo che il pallone fosse gonfio e le ginocchia sane. Poi si correva, avanti e indietro, a centrare le porte che non c’erano, a ringraziare le folle che non c’erano. A discutere di fallo di mano o fuorigioco con quello stesso arbitro che ti aveva passato il compito di matematica. Fino a che l’imbrunire non fischiava la fine della partita. Così, dentro a quel campionato che è l’infanzia si imparava il fair play. Così, primeggiando con discrezione, si formava il gentlemen barbaricino». E da un campione del calcio si passa a una star della tv, Gepi Cucciari: «Non faccio mistero di me, per questo appaio nascosta. L’intelligenza occulta l’evidente nella risata. Certe sensibilità paiono percorrere strade rettilinee solo perché sanno fingere di evitare le deviazioni. Certe sensibilità si misurano a spanne nel mercato nero del sarcasmo. Certe malinconie si distendono nelle pause tra gli sketch e la risata. Il silenzio, qualche volta, è carico di paradossi, raccontarli è un’altra cosa». E ancora, ovviamente, Grazia Deledda, che dice della sua Nuoro: «Dal profondo di qualunque maledizione ti benedico. Senza te, senza il tuo nonsenso non sarei. Sono perché tu sei. Sono stata perché sei stata tu. Hai straziato la mia anima fino a renderla inviolabile. Mi hai respinto fino a legarmi indissolubilmente. Maledetta. Benedetta. Mi hai suggerito ogni mossa sbagliata e mi hai convinto che solo da lontano, a distanza, potessi alleviare la mia pena. Bugiarda. Tu eri differente mentre io facevo l’indifferente. Mi hai aspettato dietro l’angolo mentre vagavo per il mondo. Mi ami? Io sì». Infine, ancora come con Mereu sul senso profondo dell’atto creativo, il regista Giovanni Columbu: «È ovvio che sentire parlare mi spinge a guardare. E nel mio sguardo si rivelano le primogeniture. Come se non riuscissimo a sfuggire alla maledizione di quello che sappiamo e di come ci ha colto nel momento esatto in cui lo sappiamo. E poi, ancora, di quale angolo remoto di noi ha scelto per difendersi dall’oblio. Dipende sempre dall’attimo in cui sentendo una voce ci siamo voltati a inquadrarla».

Manca il nome di Marcello Fois, in “Tuttinuoresi”. Eppure in queste pagine, scritte come il racconto di un paesaggio umano, l’autore parla soprattutto di sé. Com’è giusto che sia.

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