Da Chet Baker a Bach la musica senza confini di Enrico Pierannunzi
di Gian Mario Sias
Applauditissimo il concerto del pianista per “JazzAlguer” La scelta di tenere insieme linguaggi espressivi differenti
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ALGHERO. «La musica è un gioco serio». Enrico Pieranunzi incanta Alghero. Prima con le parole e poi con il suo piano solo. “Unlimited” è un’ora abbondante di musica allo stato puro. Un gioco, appunto. Ma serio, con le sue regole. Alle quali la performance di due sere fa nella fantastica cornice della chiesa di San Michele, nel cuore della “Alguer Vella”, non si sottrae. Anzi. Poche ore prima di accomodarsi al piano, Pieranunzi incontra i più appassionati a Lo Quarter. La sua idea di musica, perfettamente interpretata nel silenzio quasi sacro di un pubblico numerosissimo e attento, viene fuori chiaramente dalle chiacchiere informali con Giovanni Agostino Frassetto, pianista, flautista, direttore dell’Orchestra Jazz della Sardegna, e Salvatore Maltana, contrabbassista, coordinatore artistico di “JazzAlguer -Musica per tots”, la rassegna che col pianista romano ha raggiunto quota quattro “sold out” in altrettante date già consumate, di questa prima edizione affidata all’organizzazione di Bayou Club Events e firmata dal trombettista Paolo Fresu.
Pieranunzi difende il jazz dall’idea che sia una musica antipatica, snob, per pochi. In realtà è un pregiudizio. «Il pubblico del rock e del pop vuole esattamente che dal vivo un brano sia riprodotto come nel disco, che ne sia una copia fedele – spiega il pianista – c’è un elemento di appropriazione e di identificazione con il cantante e con il musicista, ma questo nel jazz è impossibile».
La prova arriva poche ore dopo, quando ai piedi dell’altare di San Michele l’artista con oltre trent’anni di concerti e di ricerca musicale si concede al pubblico e, in un bis applauditissimo, suona Johann Sebastian Bach. E ci improvvisa su. «È nella natura di questo genere, per il quale cambiare ogni volta è un obiettivo», dice Pieranunzi.
«Il jazz è accusato di essere d’élite perché è più complicato, perché seguirlo è più impegnativo – specifica – per questo è consigliabile a chi vuole avvicinarsi al jazz di farlo attraverso qualche concerto dal vivo». Pieranunzi parla di Chat Baker. «Quando suonava, si fermava il tempo, mentre si avvicinava al piano trasmetteva l’emozione con cui si rapportava alla musica», ricorda. E Paganini. «Era un genio, e come tutti i geni aveva una vita intensa, era difficile da tenere dentro determinati schemi», dice il pianista romano. È proprio parlando di loro che il paragone tra commedia dell’arte e improvvisazione jazz si fa più chiaro. «Se uno paragona un concerto a un discorso, i loro erano discorsi intelligenti».
Poi l’altare maggiore di San Michele si tinge di rosso e viene completamente avvolto dalle note del suo pianoforte, con jazz e classica che si rincorrono, come due parallele, e che a un certo punto si incontrano.
Romano, 69 anni, Pieranunzi è da molti anni tra i protagonisti più noti e apprezzati della scena jazzistica internazionale. Ha registrato più di settanta dischi . Ha spaziato dal piano solo al trio, dal duo al quintetto. Ha collaborato con Chet Baker, Lee Konitz, Paul Motian, Charlie Haden, Chris Potter, Marc Johnson, Joey Baron. Unico italiano ad aver suonato più volte e registratonello storico “Village Vanguard” di New York, ha portato la sua musica sui palcoscenici di tutto il mondo, esibendosi nei maggiori festival internazionali.
Pieranunzi difende il jazz dall’idea che sia una musica antipatica, snob, per pochi. In realtà è un pregiudizio. «Il pubblico del rock e del pop vuole esattamente che dal vivo un brano sia riprodotto come nel disco, che ne sia una copia fedele – spiega il pianista – c’è un elemento di appropriazione e di identificazione con il cantante e con il musicista, ma questo nel jazz è impossibile».
La prova arriva poche ore dopo, quando ai piedi dell’altare di San Michele l’artista con oltre trent’anni di concerti e di ricerca musicale si concede al pubblico e, in un bis applauditissimo, suona Johann Sebastian Bach. E ci improvvisa su. «È nella natura di questo genere, per il quale cambiare ogni volta è un obiettivo», dice Pieranunzi.
«Il jazz è accusato di essere d’élite perché è più complicato, perché seguirlo è più impegnativo – specifica – per questo è consigliabile a chi vuole avvicinarsi al jazz di farlo attraverso qualche concerto dal vivo». Pieranunzi parla di Chat Baker. «Quando suonava, si fermava il tempo, mentre si avvicinava al piano trasmetteva l’emozione con cui si rapportava alla musica», ricorda. E Paganini. «Era un genio, e come tutti i geni aveva una vita intensa, era difficile da tenere dentro determinati schemi», dice il pianista romano. È proprio parlando di loro che il paragone tra commedia dell’arte e improvvisazione jazz si fa più chiaro. «Se uno paragona un concerto a un discorso, i loro erano discorsi intelligenti».
Poi l’altare maggiore di San Michele si tinge di rosso e viene completamente avvolto dalle note del suo pianoforte, con jazz e classica che si rincorrono, come due parallele, e che a un certo punto si incontrano.
Romano, 69 anni, Pieranunzi è da molti anni tra i protagonisti più noti e apprezzati della scena jazzistica internazionale. Ha registrato più di settanta dischi . Ha spaziato dal piano solo al trio, dal duo al quintetto. Ha collaborato con Chet Baker, Lee Konitz, Paul Motian, Charlie Haden, Chris Potter, Marc Johnson, Joey Baron. Unico italiano ad aver suonato più volte e registratonello storico “Village Vanguard” di New York, ha portato la sua musica sui palcoscenici di tutto il mondo, esibendosi nei maggiori festival internazionali.
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