Un successo per il violino tzigano di Lakatos
di Antonio Ligios
Al Teatro Verdi di Sassari un mix per niente convenzionale di musica gitana, classica e jazz
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SASSARI. È stato definito “l’archetto del diavolo”, e ascoltandolo nel recital che ha tenuto al Teatro Verdi con il suo ensemble per la stagione dei Grandi interpreti della musica il pubblico ha pienamente compreso le ragioni di questa colorita definizione. Roby Lakatos, violinista gitano che ormai da anni incanta le platee di tutto il mondo non solo con il suo funambolico virtuosismo ma anche con la sua esuberante e polisemica musicalità, ha conquistato il pubblico del politeama sassarese, con quasi due ore di musica incandescente e imprevedibile.
Lakatos si considera «un violinista Rom di settima generazione», e di questa discendenza va fiero poiché nel suo albero genealogico annovera il re dei violinisti zingari, János Bihari, uno dei preferiti di Liszt. E Lakatos interpreta perfettamente questa tradizione. Non ci sono confini musicali per Lakatos e il suo formidabile ensemble. Ingredienti sul cui accostamento non scommetteresti neanche un centesimo finiscono in un frullatore che ne restituisce un prodotto dal sapore inedito, che rinvia a frutti genericamente esotici, sempre interessante e mai banale. Alla base di tutto c’è ovviamente la grande tradizione della musica tzigana, quella spacciata nell’Ottocento da tanti compositori per “popolare ungherese”, e la cui vera natura venne svelata da Béla Bartók in una ormai storica conferenza.
Dunque Lakatos non è soltanto uno straordinario virtuoso. È soprattutto un raffinato musicista, che persegue nella definizione della sua cifra stilistica un mix per niente convenzionale di musica gitana, nelle sue varie declinazioni (evidenti quella ungherese e balcanica), che si intreccia con una sorta di contagio calibrato con la tradizione classica, presente in numerosi spunti, e non solo di carattere melodico, e soprattutto con il jazz, il cui linguaggio è ben rappresentato negli idiomi strumentali, in certe colorature armoniche e ancor più nella costruzione dei pezzi.
Nel frullatore di Lakatos e del suo ensemble finisce di tutto: le melodie tradizionali tzigane, Piazzolla, la “falsa” musica popolare ungherese di Johannes Brahms, un topos ineludibile come la Czarda di Monti e altro ancora. Ma nell’ensemble non splende soltanto la stella del violinista funambolo. Tutti gli strumentisti (Vilmos Csikos al contrabbasso, Laszlo Balogh alla chitarra e Laszlo Boni al violino) sono davvero straordinari, ma una menzione speciale spetta a Jeno Liszted, un grande virtuoso di cimbalon che ha impressionato per la sua originale lettura del Volo del calabrone di Rimsky-Korsakov. Il successo, manco a dirlo, è stato calorosissimo.
Lakatos si considera «un violinista Rom di settima generazione», e di questa discendenza va fiero poiché nel suo albero genealogico annovera il re dei violinisti zingari, János Bihari, uno dei preferiti di Liszt. E Lakatos interpreta perfettamente questa tradizione. Non ci sono confini musicali per Lakatos e il suo formidabile ensemble. Ingredienti sul cui accostamento non scommetteresti neanche un centesimo finiscono in un frullatore che ne restituisce un prodotto dal sapore inedito, che rinvia a frutti genericamente esotici, sempre interessante e mai banale. Alla base di tutto c’è ovviamente la grande tradizione della musica tzigana, quella spacciata nell’Ottocento da tanti compositori per “popolare ungherese”, e la cui vera natura venne svelata da Béla Bartók in una ormai storica conferenza.
Dunque Lakatos non è soltanto uno straordinario virtuoso. È soprattutto un raffinato musicista, che persegue nella definizione della sua cifra stilistica un mix per niente convenzionale di musica gitana, nelle sue varie declinazioni (evidenti quella ungherese e balcanica), che si intreccia con una sorta di contagio calibrato con la tradizione classica, presente in numerosi spunti, e non solo di carattere melodico, e soprattutto con il jazz, il cui linguaggio è ben rappresentato negli idiomi strumentali, in certe colorature armoniche e ancor più nella costruzione dei pezzi.
Nel frullatore di Lakatos e del suo ensemble finisce di tutto: le melodie tradizionali tzigane, Piazzolla, la “falsa” musica popolare ungherese di Johannes Brahms, un topos ineludibile come la Czarda di Monti e altro ancora. Ma nell’ensemble non splende soltanto la stella del violinista funambolo. Tutti gli strumentisti (Vilmos Csikos al contrabbasso, Laszlo Balogh alla chitarra e Laszlo Boni al violino) sono davvero straordinari, ma una menzione speciale spetta a Jeno Liszted, un grande virtuoso di cimbalon che ha impressionato per la sua originale lettura del Volo del calabrone di Rimsky-Korsakov. Il successo, manco a dirlo, è stato calorosissimo.
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