La Nuova Sardegna

Un magico ponte musicale da Bach al jazz

di Antonio Ligios
Un magico ponte musicale da Bach al jazz

Successo al Verdi del concerto di Ramin Bahrami e Danilo Rea, capaci di unire due mondi solo apparentemente lontani

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SASSARI. Partire da Bach per costruire un ponte tra mondi musicali ed epoche diversi, ma non per questo motivo inconciliabili: questo in parole semplici il senso del progetto che ha visto consolidarsi nel tempo il viaggio musicale tra colui che viene considerato uno dei più grandi interpreti odierni della musica di Bach, il pianista iraniano Ramin Bahrami, e un altro grande pianista come Danilo Rea, di formazione classica, ma la cui stella oggi brilla nell’ambito del jazz e della popular music.

Il concerto che hanno tenuto con grandissimo successo al Teatro Verdi per la stagione dei Grandi interpreti della musica, organizzata dalla Cooperativa Teatro e/o Musica, è arrivato dopo un lungo collaudo concertistico del progetto e la realizzazione del CD “Bach is in the air”, per la Decca, che sta riscuotendo grande apprezzamento tra il pubblico e la critica discografica. Ma cosa lega Bach al jazz? Sembrano due mondi lontanissimi, assolutamente incompatibili. E invece c’è un fil ruouge che lega queste due entità musicali, dato sicuramente dall’improvvisazione, pratica molto diffusa all’epoca di Bach e connaturata al jazz, ma anche da quello straordinario senso di libertà che viene peraltro ‘normalizzato’ all’interno di strutture formali ben definite che all’improvvisazione lasciano ben poco. E quindi sul filo di questa ambiguità Bahrami e Rea hanno intrapreso il loro viaggio artistico, in un terreno fertile ma allo stesso tempo non facile da coltivare, perché impervio e dunque molto insidioso. Oggi possiamo però dire che l’azzardo di questa operazione – che non è finalizzata, sia ben chiaro, a riarrangiare Bach secondo i modi del jazz – ha prodotto esiti straordinariamente coinvolgenti, che soddisfano sia gli amanti della classica che quelli del jazz. Il segreto risiede nella natura dell’improvvisazione e nella tipologia di quell’accrescimento di densità melodica e sonora che il secondo pianoforte di Rea aggiunge al contrappunto e alle polifonie bachiane. Solo un pianista come Rea, che conosce dall’interno il linguaggio bachiano, può affrontare con coerenza un’impresa delicata come questa, che si avvale dell’impiego di una modalità improvvisativa, di “aggiunte” che sono consone al pensiero di Bach, che non lo snaturano ma che anzi lo esplicitano ulteriormente su quei versanti che sono tipici della musica del grande maestro: ossia la densità polifonica, l’attitudine alla fioritura e all’ornamentazione, il senso di aspettativa generato da ampie pagine preludianti.

E così, dall’Aria che funge da tema alle Variazioni Goldberg sino ai preludi tratti dal Clavicembalo ben temperato, dal celebre corale Jesus bleibet meine Freude sino all’altrettanto celebra Aria “sulla IV corda”, Bahrami e Rea hanno restituito un nuovo approccio d’ascolto alla musica di Bach, svelandone per certi aspetti l’attualità, la freschezza che si nasconde dietro la severità dell’ordito, “arricchendo” delle musiche – che sono di per sé perfette – senza che queste aggiunte appaiano superflue o sacrileghe, il tutto sempre orientato verso un rispetto sacrale dello stile di Bach. Un rispetto che solo due musicisti come Bahrami e Rea potevano perseguire, così sensibili e profondamente orientati verso il senso di una bellezza artistica che travalica i confini degli stili e dei linguaggi musicali storicamente definiti, e – permettetemi di sottolinearlo – così felici di fare musica senza il pudore di nascondere al pubblico l’aspetto ludico che è sotteso dietro questa intrigante e originale rilettura di Bach.

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