La Nuova Sardegna

Uno spazio per l’arte sacra tra memoria e spiritualità

di Paolo Curreli
Uno spazio per l’arte sacra tra memoria e spiritualità

Al museo Nivola una mostra sul progetto per una nuova chiesa alla Magliana La storica dell’arte Giuliana Altea: «Un luogo di culto inteso come assemblea» 

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SASSARI. È stata inaugurata ieri mattina al Museo Nivola di Orani, la mostra intitolata “Lo spazio del sacro. Architetti e artisti della Chiesa del Santo Volto di Gesù”, che illustra il progetto del 1988 degli architetti Piero Sartogo e Nathalie Grenon per una nuova chiesa di Roma, nella zona della Magliana.

La chiesa, costruita fra il 2003 e il 2006, accoglie un complesso di interventi affidati a una serie di protagonisti dell’arte italiana: Carla Accardi, Chiara Dynys, Eliseo Mattiacci, Mimmo Paladino, Piero Ruffo, Marco Tirelli e Giuseppe Uncini. Lo scorso sabato pomeriggio nella sede della Fondazione di Sardegna, via Carlo Alberto, 7 a Sassari, si è svolto un incontro con il curatore della mostra: lo storico e critico d’arte Achille Bonito Oliva.

Di questa importante esposizione parliamo con la presidente della Fondazione Nivola, la storica dell’arte e docente universitaria Giuliana Altea.

Che rapporto esiste ancora oggi tra arte e trascendente?

«L’arte continua ancora oggi a rispondere, tra le altre cose, a un bisogno di spiritualità. La dimensione strettamente religiosa, in un’epoca di secolarizzazione come quella in cui viviamo, è invece meno frequentata, anche non si può dire sia scomparsa. Se poi parliamo di dimensione del sacro, le cose si fanno più difficili: nell’arte sacra non è solo l’aspirazione religiosa del singolo che entra in gioco, ci sono tutta una serie di esigenze legate al culto, alla liturgia, di cui occorre tenere conto, ma che molti artisti sentono come limitative. A questo si aggiunge il fatto che la Chiesa, per secoli la più straordinaria committente di opere di pittura, scultura e architettura, oggi sembra aver perso la sua capacità di entrare in sintonia con l’arte».

Come è successo?

«Mah, è stato un processo graduale. Federico Zeri, in un suo libro famoso sulla pittura della Controriforma, ne aveva rintracciato le origini alla fine del Cinquecento, quando dopo il Concilio di Trento la Chiesa ha cominciato a dettare regole molto precise che hanno finito per provocare la nascita di quella che viene definita arte devozionale, l’arte da immaginetta insomma, dolciastra, melensa e stereotipa. A partire dall’Ottocento, è questo tipo di arte che ha dominato nelle chiese, salvo dover affrontare la concorrenza, negli ultimi tempi, di un malinteso concetto di moderno».

Quanto incide oggi la memoria storica dell’arte sacra occidentale?

«Non solo la storia dell’arte sacra, ma la storia dell’arte tout court oggi incide molto meno di un tempo sull’immaginario degli artisti e ne condiziona meno la creatività. Ciò non toglie che certe iconografie, come ad esempio la Pietà o la Crocifissione, sono entrate talmente nella memoria collettiva dell’Occidente da riemergere puntualmente».

L’architettura intesa come spazio e idea condivisa, espressione di una cultura è stata adesso soppiantata dall’oggetto creato dall’archistar?

«Non è un fatto che riguarda solo l’architettura. Un po’ in tutti i campi assistiamo a fenomeni di protagonismo mediatico che prevalgono sui valori comunitari».

L’esperienza della chiesa della Magliana cosa ci ha insegnato?

«Almeno due cose importanti. Intanto è un progetto che ci riporta ai valori collettivi espressi dall’architettura sacra. Piero Sartogo e Nathalie Grenon si sono posti il problema dell’edificio sacro a partire dal contesto urbanistico, ma anche dal contesto sociale del quartiere della Magliana, un quartiere privo di luoghi di incontro; e l’hanno risolto trasformando in una piazza il sagrato della chiesa. Questo significa ricordarci che la Chiesa è l’Ecclesia, l’assemblea dei fedeli, un luogo di partecipazione e condivisione. Insomma, l’arte sacra in questa prospettiva diventa un tipo particolare di arte pubblica. La seconda cosa importante è che gli architetti hanno scommesso sulla possibilità di coinvolgere nel progetto un gruppo di protagonisti dell’arte italiana di oggi, e, a giudicare dal risultati che la mostra di Orani mette in evidenza, si può dire che hanno vinto la scommessa».



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