La Nuova Sardegna

«Trump, nemico dei libri. La cultura non fa per lui»

Fabio Canessa
«Trump, nemico dei libri. La cultura non fa per lui»

Il regista Premio Oscar Frederick Wiseman a Sassari ospite dell’Accademia

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SASSARI. Un evento che resterà nella storia dell’Accademia di Belle Arti. E, si può dire, anche della città. A rimarcarlo anche un passaggio del sindaco, Nicola Sanna, con la consegna di una targa celebrativa (magari troverà posto tra il Leone d’oro e l’Oscar vinti per la sua straordinaria carriera) e l’immancabile “a zent'anni”. Forse riduttivo quando di parla di Frederick Wiseman, classe 1930 e un’energia da far invidia come dimostrato nei due giorni passati in città. Tanto tempo speso a disposizione degli studenti e degli interessati alla masterclass organizzata all’interno del biennio specialistico di cinema documentario, ideato dal direttore Antonio Bisaccia. Un evento promosso dall’Accademia in collaborazione con il Nuovo Circolo del Cinema e la Sardegna Film Commission. A scandire i vari momenti dell’incontro la proiezione di alcuni film del grande regista americano, scelti dal docente coordinatore Lorenzo Hendel come rappresentativi della lunga carriera di Wiseman segnata da uno sguardo concentrato in particolare sulle istituzioni, pubbliche e private, attraverso le quali ha raccontato tanti aspetti della società. Oltre quaranta documentari, dal leggendario “Titicut Follies” del 1967 girato in un ospedale psichiatrico giudiziario a Boston, sua città natale, al recente “Ex Libris” sulla biblioteca di New York presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia e in arrivo nelle sale italiane.

Mr. Wiseman, lei è considerato un maestro e tanti registi guardano come riferimento al suo cinema. Lei ha avuto dei modelli?

«In realtà mi hanno influenzato più i libri che ho letto rispetto ai film che ho visto. Da giovane volevo diventare un misto tra Hemingway, Fitzgerald, Faulkner».

Però ha studiato e insegnato legge prima di mettersi a fare documentari.

«Sì, mi annoiavo (ride). Fare film è più divertente».

Il primo, “Titicut Follies”, che resta uno dei suoi lavori più importanti, girato in un manicomio criminale. Come scelse il soggetto?

«Il Bridgewater State Hospital era vicino all’università dove insegnavo. Avevo già portato gli studenti a una visita all’istituto, conoscevo il posto. E le persone per ottenere i permessi».

Ha potuto allora riprendere tutto quello che voleva?

«Unica eccezione Albert DeSalvo, il famoso strangolatore di Boston che aveva ucciso tredici donne. Ci hanno fatto anche un film con Tony Curtis».

Ma come si relaziona con le persone filmate, in quel caso individui problematici?

«Con i pazienti sono stato diretto, gentile, ma ho cercato di non aprirmi troppo per non illuderli che potessi aiutarli. Sarebbe stato disonesto. In generale cerco sempre di mantenere un atteggiamento professionale, una certa distanza».

Ha un metodo particolare per mettere a proprio agio chi si troverà davanti alla telecamera?

«È fondamentale non prendere in giro le persone, quindi far vedere gli strumenti delle riprese, trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi. Non ho un metodo, a volte non entro in contatto con le persone che si trovano nel luogo delle riprese. Siamo io e due collaboratori, abbastanza invisibili».

Come una mosca sul muro si dice in questi casi, parlando di cinema di osservazione.

«Non mi piace molto come esempio. Perché il filmmaker non sta solo osservando, ma sta continuamente prendendo decisioni. Sia durante le riprese, sia poi in modo diverso nel corso del montaggio».

Con quanto girato arriva di solito in sala di montaggio?

«Accumulo tutto quello che mi sembra interessante. Il massimo è stato per “At Berkeley”, 250 ore, mentre il minimo per “High School”, 65 ore».

Come si orienta poi su cosa utilizzare?

«Riguardo, in sei-otto settimane, tutti i giornalieri e arrivo a ridurre il materiale del cinquanta per cento. Parte quindi la fase di concentrazione sulle sequenze che potrebbero entrare nel film, che dura diversi mesi. Solo allora comincia a prendere forma la struttura e l’idea del film alla quale non penso mai all’inizio per essere più libero. Tutto nasce al montaggio che diventa una conversazione con se stessi. Come uno scrittore inizia un romanzo partendo da un’idea non ancora definita e man mano scopre i personaggi e la struttura, io allo stesso modo procedo durante il montaggio che mi impegna anche più di un anno».

A proposito di scrittori e di libri, il suo nuovo film, “Ex Libris”, dalla prossima settimana nelle sale italiane, mostra la New York Public Library. Quali sono gli aspetti che l’hanno colpita di più in questa immersione nel sistema bibliotecario?

«La varietà dei servizi offerti. Programmi doposcuola per l’apprendimento delle lingue, corsi di computer e tantissime altre cose».

Quanto è legata al momento storico la scelta di un film su un’istituzione come una biblioteca?

«Quando ho iniziato a girare il film non volevo che avesse un aspetto politico. È stata l’elezione di Trump, quando avevo finito il montaggio, a farlo diventare un film politico. La biblioteca rappresenta tutto ciò che lui, ignorante, non capisce e detesta. È aperta a tutti, si propone di aiutare sia le persone che fanno ricerca sia quelle meno abbienti, compresi gli immigrati. Crede nella solidarietà e nell’integrazione, attraverso la conoscenza e la diffusione della cultura».

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