La Nuova Sardegna

La lunga guerra di posizione che portò alla morte di Moro

di Alessandro Marongiu
La lunga guerra di posizione che portò alla morte di Moro

Andrea Colombo spiega perché la vita del presidente della Dc fu messa in secondo piano Per il giornalista a decretare l’assassinio dello statista furono interessi politici di parte 

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Quantificare il numero di pubblicazioni sugli Anni di piombo è impresa ardua. Sono decine e decine i libri scritti nel corso di quasi mezzo secolo, e se a essi si sommano articoli di giornale, documentari e film di finzione, inchieste e approfondimenti televisivi, si potrebbe ritenere che sul quel terribile periodo della storia del nostro Paese tutto sia già stato detto e analizzato, e che tutto si sappia.

Nel suo “Un affare di Stato” (Cairo, 294 pagine, 16 euro), uscito in prima edizione nel 2008 e ora riproposto in libreria in una veste aggiornata, il giornalista de il manifesto Andrea Colombo ci dice che almeno in relazione al sequestro, alla detenzione e alla successiva uccisione di Aldo Moro, in realtà le cose stanno diversamente. Colombo mette subito in chiaro che la sua considerazione non si riferisce in nessun modo a fantomatiche zone d’ombra: se fin dai tempi immediatamente successivi alle vicende «si è imposta l’idea, diventata senso comune, che nel sequestro di Moro e nella sua uccisione nulla sia andato come sembrerebbe, come testimoniato dai brigatisti e come confermato dalle sentenze», la «misterologia», come la definisce Colombo, a ben vedere non avrebbe motivo d’essere, perché gli elementi nuovi che a ondate sono venuti (e ancora vengono) alla luce non hanno mai cambiato davvero né il quadro storico né quello giudiziario. Piuttosto, restano ancora due aspetti da indagare, sui quali ci si è concentrati poco proprio perché l’attenzione è sempre stata catalizzata dai cosiddetti dietrologi e dalle loro teorie.

Il primo riguarda la “linea della fermezza” che impedì ogni trattativa con i brigatisti e, nei fatti, condusse alla sentenza di morte a carico del presidente della Dc. Una fermezza che a parole fu sostenuta e ribadita strenuamente da governo, Dc e Pci, ma che più di qualcuno all’interno del “fronte” disattese con le azioni, a partire da Giulio Andreotti che collaborò con il Vaticano a raccogliere una cifra enorme da versare alle Br per il riscatto del prigioniero.

Il secondo – quello su cui verte il libro – è costituito dal «versante politico del sequestro» e dalla sua gestione, cioè dall’insieme di «logiche e calcoli politici che determinarono le scelte di tutti i protagonisti» in causa: un aspetto eminente, eppure «finito in sordina» se non addirittura «quasi trascurato» dalla primavera del 1978 a oggi. Tanto «i guardiani della fermezza» quanto il Psi che cercò un canale di comunicazione e negoziazione con i brigatisti anche attraverso il coinvolgimento dei due ex leader di Potere operaio Franco Piperno e Lanfranco Pace, agirono come agirono – è questa la tesi di fondo di Colombo, che a fine lettura si rivela convincente – soprattutto inseguendo in forma più o meno esplicita il proprio tornaconto. Al di là della “ragion di Stato” invocata da ogni parte, c’era per i comunisti l’assoluta necessità di rimarcare la distanza con i movimenti di sinistra che avevano preso la via delle armi; per la Dc di allontanare lo spettro di una crisi dell’esecutivo in carica e delle elezioni anticipate; per il governo di evitare «un’incontenibile ondata di delegittimazione e sfiducia» e una sollevazione delle forze di polizia, che non avrebbero accettato compromessi con chi la mattina del 16 marzo aveva trucidato Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Domenico Ricci e Oreste Leonardi, ovvero i cinque uomini della scorta di Moro; per i socialisti, invece, c’era una prospettiva (più avanti concretizzatasi): sostituire il Pci a fianco alla Dc.

Qualsiasi cosa si fece durante i cinquantacinque giorni della prigionia e del “processo”, conclude amaramente Colombo, il tentativo di salvare la vita di Moro fu sempre messo in secondo piano rispetto alla «logica dell’agire politico».

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