Il premio Strega Catozzella: «Racconto perché siamo tutti migranti»
Grazia Brundu
Lo scrittore tra gli ospiti del festival del libro in Sardegna. Tre le tappe del suo tour, dopo Olbia Macomer e Porto Torres
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«A essere onesti fin da subito, eravamo una famiglia di invasori in una terra piena di ricchezze e di cose belle. Di nascosto eravamo andati a invadere per il lavoro un posto che non era nostro – questo ce l’aveva detto la suora all’asilo, e per il rapporto speciale che aveva con Dio lei non sbagliava mai». Inizia così, con lo stupore e l’inconsapevole ironia della voce di Pietro, il narratore bambino di “E tu splendi” (Feltrinelli), il quinto romanzo di Giuseppe Catozzella. Lo scrittore milanese di origini lucane in questi giorni è in Sardegna per un tour di presentazione: stasera a Olbia (Libreria Ubik alle 18), venerdì alle 19 a Macomer per la Mostra del libro e sabato a Porto Torres (alle 18 alla Libreria Ubik).
Dopo aver cercato lo straniero nella storia vera della giovanissima atleta somala Samia Yusuf Omar, annegata mentre tentava di raggiungere l’Italia su un barcone di migranti (“Non dirmi che hai paura”, Premio Strega Giovani 2014) o nella “fiaba” morale di Amal tra ascesi e jiad (“Il grande futuro”), adesso con “E tu splendi” Catozzella racconta anche il proprio essere straniero. Attraverso la storia di Pietro, nato a Milano da genitori lucani e due volte diverso: “terrone” al Nord, sradicato nella terra d’origine, dove torna a passare l’estate dei suoi undici anni a casa dei nonni. A fargli da specchio deformante e rivelatore una famiglia di profughi albanesi – siamo negli anni Novanta – che lui stesso scopre dentro la vecchia torre di Arigliana, borgo poverissimo e spopolato da decenni di emigrazione.
Catozzella, quando ha capito di essere pronto per questa storia che la riguarda da vicino?
«Credo di aver capito di poter raccontare il fatto di sentirmi straniero a casa mia, figlio di emigrati dal Sud al Nord, solo attorno al compimento del mio quarantesimo anno di vita, perché questa è l’età in cui per la prima volta si comincia a fare i conti con ciò che si è, con quello che si è stato».
Da bambino cosa la faceva sentire diverso?
«A Milano negli anni Ottanta-Novanta il clima di razzismo era forte e radicato. La mia famiglia era diversa, aveva altri valori, parlava e si comportava in modo diverso. Questo mi procurava un sentimento di inammissibile vergogna, mi faceva paura il fatto che tra me e i miei amici ci fosse uno scarto costitutivo».
Pietro si sente “diverso” anche nella terra dei suoi nonni – nonostante il loro amore per lui - e del suo migliore amico, e lo dice con una delle sue sentenze taglienti: «Tra loro c’era il legame che unisce le persone che lavorano la terra. A me m’avevano lasciato fuori».
«Il tema centrale del romanzo è proprio quello del confronto con l’alterità. Ognuno di noi è frutto di una catena sterminata di migrazioni; è attaccato e allo stesso tempo staccato dalla sua origine: ognuno di noi non è sua madre, non è suo padre, né il luogo o la cultura in cui nasce, pur essendo tutte queste cose contemporaneamente. Nel libro tutti sono stranieri a tutti, non ce n’è uno che stia bene nel posto in cui sta. Tranne, forse, Pietro alla fine del romanzo».
Il protagonista è un bambino....
«Il punto di vista di un bambino è molto interessante per uno scrittore, perché consente di guardare il mondo con gli occhi dello stupore; diciamo così: del “buon selvaggio”. Nel caso di Pietro ho voluto sondare un tono definibile come “struggimento”, che consente di sfondare sia in alto che in basso, nel comico o nel tragico. Mi sono divertito molto a dare voce a questo personaggio scanzonato, dotato di una saggezza assolutamente sui generis».
La diversità per eccellenza nel romanzo è una famiglia di albanesi: all’inizio sembrano incarnare il luogo comune “stranieri ladri di lavoro”, alla fine avranno un’influenza positiva sul paese. Quanto è un importante una sguardo altro sulla realtà?
«È importantissimo per smantellare convinzioni, idee e radicamenti secolari. È quello che succede nel romanzo: una comunità arroccata sulle montagne della Basilicata, e quindi molto chiusa, ha la sua occasione di rivincita – non colta fino in fondo – grazie a coloro che all’inizio voleva ripudiare».
L’altro grande protagonista del romanzo è il Sud d’Italia, raccontato anche attraverso citazioni e riferimenti a “Cristo si è fermato a Eboli”. Dal romanzo di Levi cosa è cambiato?
«Sì, sono tornato negli stessi luoghi di “Cristo si è fermato a Eboli”, nella più estrema provincia rurale della Basilicata, e ho trovato un Sud molto simile a quello descritto da Levi: vessato dalla miseria che dall’Unità d’Italia in poi lo ha investito a ondate, lo ha spopolato, senza una classe dirigente in grado di progettare un nuovo futuro e una nuova identità. Il Sud, ai miei occhi, è la grande occasione mancata dell’Italia, qualcosa che poteva essere e non è stato. Per questo il mio libro ha un doppio finale: per il Sud non c’è salvezza, è irredimibile; Pietro, invece, capisce di poter splendere solo individualmente, contro un mondo corrotto, ingiusto, dove ogni sforzo verrà irrimediabilmente frustrato».
Dopo aver cercato lo straniero nella storia vera della giovanissima atleta somala Samia Yusuf Omar, annegata mentre tentava di raggiungere l’Italia su un barcone di migranti (“Non dirmi che hai paura”, Premio Strega Giovani 2014) o nella “fiaba” morale di Amal tra ascesi e jiad (“Il grande futuro”), adesso con “E tu splendi” Catozzella racconta anche il proprio essere straniero. Attraverso la storia di Pietro, nato a Milano da genitori lucani e due volte diverso: “terrone” al Nord, sradicato nella terra d’origine, dove torna a passare l’estate dei suoi undici anni a casa dei nonni. A fargli da specchio deformante e rivelatore una famiglia di profughi albanesi – siamo negli anni Novanta – che lui stesso scopre dentro la vecchia torre di Arigliana, borgo poverissimo e spopolato da decenni di emigrazione.
Catozzella, quando ha capito di essere pronto per questa storia che la riguarda da vicino?
«Credo di aver capito di poter raccontare il fatto di sentirmi straniero a casa mia, figlio di emigrati dal Sud al Nord, solo attorno al compimento del mio quarantesimo anno di vita, perché questa è l’età in cui per la prima volta si comincia a fare i conti con ciò che si è, con quello che si è stato».
Da bambino cosa la faceva sentire diverso?
«A Milano negli anni Ottanta-Novanta il clima di razzismo era forte e radicato. La mia famiglia era diversa, aveva altri valori, parlava e si comportava in modo diverso. Questo mi procurava un sentimento di inammissibile vergogna, mi faceva paura il fatto che tra me e i miei amici ci fosse uno scarto costitutivo».
Pietro si sente “diverso” anche nella terra dei suoi nonni – nonostante il loro amore per lui - e del suo migliore amico, e lo dice con una delle sue sentenze taglienti: «Tra loro c’era il legame che unisce le persone che lavorano la terra. A me m’avevano lasciato fuori».
«Il tema centrale del romanzo è proprio quello del confronto con l’alterità. Ognuno di noi è frutto di una catena sterminata di migrazioni; è attaccato e allo stesso tempo staccato dalla sua origine: ognuno di noi non è sua madre, non è suo padre, né il luogo o la cultura in cui nasce, pur essendo tutte queste cose contemporaneamente. Nel libro tutti sono stranieri a tutti, non ce n’è uno che stia bene nel posto in cui sta. Tranne, forse, Pietro alla fine del romanzo».
Il protagonista è un bambino....
«Il punto di vista di un bambino è molto interessante per uno scrittore, perché consente di guardare il mondo con gli occhi dello stupore; diciamo così: del “buon selvaggio”. Nel caso di Pietro ho voluto sondare un tono definibile come “struggimento”, che consente di sfondare sia in alto che in basso, nel comico o nel tragico. Mi sono divertito molto a dare voce a questo personaggio scanzonato, dotato di una saggezza assolutamente sui generis».
La diversità per eccellenza nel romanzo è una famiglia di albanesi: all’inizio sembrano incarnare il luogo comune “stranieri ladri di lavoro”, alla fine avranno un’influenza positiva sul paese. Quanto è un importante una sguardo altro sulla realtà?
«È importantissimo per smantellare convinzioni, idee e radicamenti secolari. È quello che succede nel romanzo: una comunità arroccata sulle montagne della Basilicata, e quindi molto chiusa, ha la sua occasione di rivincita – non colta fino in fondo – grazie a coloro che all’inizio voleva ripudiare».
L’altro grande protagonista del romanzo è il Sud d’Italia, raccontato anche attraverso citazioni e riferimenti a “Cristo si è fermato a Eboli”. Dal romanzo di Levi cosa è cambiato?
«Sì, sono tornato negli stessi luoghi di “Cristo si è fermato a Eboli”, nella più estrema provincia rurale della Basilicata, e ho trovato un Sud molto simile a quello descritto da Levi: vessato dalla miseria che dall’Unità d’Italia in poi lo ha investito a ondate, lo ha spopolato, senza una classe dirigente in grado di progettare un nuovo futuro e una nuova identità. Il Sud, ai miei occhi, è la grande occasione mancata dell’Italia, qualcosa che poteva essere e non è stato. Per questo il mio libro ha un doppio finale: per il Sud non c’è salvezza, è irredimibile; Pietro, invece, capisce di poter splendere solo individualmente, contro un mondo corrotto, ingiusto, dove ogni sforzo verrà irrimediabilmente frustrato».
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