La Nuova Sardegna

L’era del turismo, l’isola dei vip e l’identità tradita

di Alessandro Marongiu
L’era del turismo, l’isola dei vip e l’identità tradita

“L’amore del figlio meraviglioso” di Bandinu in edicola per “Scrittori di Sardegna” 

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È come se fosse lì, Priamo Solinas, davanti a una metaforica linea che demarca il confine. Se non si muove, resta nella terra e nel tempo del prima; se avanza, accede alla terra e al tempo del dopo, cioè alla modernità. All’inizio il problema neanche si pone: ricevere soldi in cambio dei suoi campi non gli interessa, e del resto accettare sarebbe come tradire il padre, e il padre del padre e poi ancora tutti gli antenati precedenti. Poi però alla porta di casa si presenta il Principe in persona. Che è proprio come il principe delle favole, ovvero bello, dai modi gentili e ricco.

Tanto ricco da metter sul piatto, nel 1963, seicento milioni, ma soprattutto i terreni, desiderati da ogni pastore della zona, di Dario Azara. E qui Priamo Solinas vacilla, anche perché, dando i suoi possedimenti per averne di migliori e non per vile danaro, non infangherebbe la memoria e l’eredità materiale e immateriale degli avi. Un compromesso accettabile al posto del tradimento: Priamo si persuade, e cede. Supera il confine ed entra nella nuova era pur ignorando cosa gli riserverà, ma in fondo – si dice tra sé e sé, forse per convincersi – ci entra solo con un piede: l’altro lo tiene al di qua della linea, ancorandosi ben saldo a ciò che conosce.

Quello che non può prevedere né controllare è però il comportamento della prole, per la quale, fatto salvo Battista che studia la mutazione con piglio scientifico, in breve “tradizione” diventa sinonimo di qualcosa di cui vergognarsi. Caterina ad esempio impiega ben poco ad aggiornarsi: via l’abbigliamento dimesso da figlia di capraro e sotto con le spese pazze «nel più lussuoso negozio di Olbia», già ribattezzato, in nome dell’internazionalità, “boutique”. «Il passaggio dal rustico al civile», dalla lunga treccia castrante al taglio alla moda, dalle scarpe nere alle calzature colorate e con il tacco pare un’inezia, ma tale non sarà: la modernità esigerà da lei un amaro tributo. Andrea, pure lui, non ci pensa due volte a lasciarsi la campagna alle spalle: da quando sfreccia sulla sua Giulietta rossa per le strade di Arzachena e frequenta locali esclusivi lo chiamano «il gasato del turismo», tanto che a noi lettori di oggi viene da immaginarlo come una versione gallurese di Bruno Cortona, il personaggio di Gassman nel celeberrimo «Il sorpasso» di Risi.

Abbandonata la cittadinanza da sardo, Andrea prende quella di «smeraldino», e il genitore e tutto quello che rappresenta gli sembrano ormai giusto dei reperti archeologici: «Ti ricordi, bastava la siccità di marzo per rovinare un’annata e quando si gonfiava il torrente non potevamo rientrare in paese. Be’, il commercio non ha autunno né inverno. Non è tempo di formaggio, è tempo di “gadget”, babbo hai sentito, “gadget”». E così, mentre Battista continua a registrare ogni cosa per la sua tesi in antropologia, e mentre Grazia Mura cerca di mediare tra la smania di futuro di Caterina e Andrea e il crescente rimpianto del marito per il passato, lui, Priamo, il marito, smarrisce progressivamente il contatto con la realtà nonché, sommerso da un vocabolario di termini stranieri à la page, l’arte di poeta improvvisatore.

Nel suo primo romanzo “L’amore del figlio meraviglioso”, pubblicato da Il Maestrale nel 2011 e da domani in edicola con La Nuova per il tredicesimo appuntamento con la collana “Scrittori di Sardegna” (a 6,70 euro oltre al prezzo del quotidiano), Bachisio Bandinu racconta un momento decisivo della nostra storia recente, la nascita della Costa Smeralda, ma con l’intento da subito chiaro di andare al di là dell’episodio in sé. Ciò che preme all’autore è indagare, come già aveva fatto nel saggio “Costa Smeralda” del 1980, le dinamiche collettive che questa nascita scatenò, ma anche, stavolta, quelle individuali: ecco il motivo del ricorso alla narrativa, con la creazione della famiglia dei Solinas che, con le sue tensioni interne – Priamo da una parte, Maria e Battista in mezzo, Andrea e Caterina dalla parte opposta –, dà ottimamente conto di come una porzione di società reagì all’improvviso, enorme benessere garantito dalla vendita dei terreni destinati al turismo.

Un benessere che con il senno di poi si può giudicare effimero e contraddittorio, se nel 2011 Sandro Roggio, nella ricorrenza dei cinquant’anni dalla fondazione, scriveva: «La condizione in cui versa la Sardegna di quegli anni offre il pretesto per accogliere qualunque progetto che possa alleviarne lo stato di povertà. Un atteggiamento che si diffonde e che nei decenni successivi si riproporrà continuamente, con più intensità ad ogni crisi, assumendo i connotati tipici della subalternità o della complicità con gli affari. Costa Smeralda, icona pop, è stata fonte di ispirazione: per i vacanzieri continentali e per i sardi residenti anche a distanza dalle rive e propensi a sentirsi turisti tutto l'anno. Il travestimento, con questa matrice, è oggi un tratto distintivo del paesaggio sardo urbanizzato, che deborda nei vecchi centri dove pure qualche antico palazzetto indossa l'abito delle ferie che ci piace vederci addosso, mescolando con enfasi finto rustico e finto antico. Sale sulle ferite aperte dalla quantità di volume diffuso dove ha deciso l'impresa edilizia».

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