Fumetti, un sardo a scuola dai maestri del Sol Levante
Fabio Canessa
Il disegnatore cagliaritano invitato in Giappone. E' il vincitore di una selettiva selezione a livello mondiale
4 MINUTI DI LETTURA
Esercizio, dedizione, ricerca. Per migliorarsi sempre. Il modo di affrontare il mestiere di fumettista di Massimo Dall’Oglio si potrebbe paragonare all’atteggiamento di tensione alla perfezione dei samurai. Senza contare che è impossibile non riconoscere nel lavoro del disegnatore cagliaritano la decisiva influenza dei manga, i fumetti giapponesi. Lo stile, il segno, la regia derivano direttamente dalla grande passione per le storie raccontate dagli autori del Paese del Sol Levante. Dove si recherà, a settembre, su invito della casa editrice Coamix per partecipare a un workshop di dieci giorni. Una grande possibilità di approfondimento al fianco dei maestri nipponici conquistata grazie a un concorso internazionale.
Un biglietto per il Giappone. Coamix è l’editore di giganti come Tsukasa Hojo (“City Hunter”) e Tetsuo Hara (“Ken il guerriero”). Da qualche anno ha aperto un concorso chiamato Silent Manga Audition aperto a disegnatori di tutto il mondo. «Ho partecipato in due edizioni con lo sceneggiatore Andrea Barone – spiega dall’Oglio – realizzando le storie “Like that old italian wine” e “Colosseum” che hanno ottenuto buoni risultati. Mi hanno chiesto quindi di continuare e seguito da un editor ho fatto “Rusty West” che è diventata in qualche modo la mia presentazione nella masterclass alla quale parteciperò. Sono stato invitato al festival di Kumamoto in un manga camp con workshop e incontri con editor che hanno lo scopo di prepararti per realizzare il tuo one shot per proporti in Giappone. Hanno in pratica portato il loro reclutamento, molto selettivo, al di fuori dei confini nazionali».
La magia dei manga. Una grande soddisfazione per Dall’Oglio che nel suo lavoro cerca di portare le caratteristiche dei manga, diversi dai fumetti europei e americani. «Mi ha sempre colpito – evidenzia – la capacità che hanno di rendere il movimento, il dinamismo delle scene, il modo in cui raccontano visivamente le storie anche senza usare troppe parole». Insomma per il disegnatore cagliaritano fumetto vuol dire manga. «Ho iniziato da bambino leggendo Jacovitti e gli albi Bonelli, ma quando hanno pubblicato in Italia i primi manga non ho avuto alcun dubbio». Erano i primi anni Novanta e Massimo Dall’Oglio, classe 1973, scopriva come tanti altri ragazzi i fumetti giapponesi grazie alle riviste contenitore di Granata Press. «Ken il guerriero, Grey, I cavalieri dello zodiaco. Fu una rivelazione».
Maestri e formazione. Dall’Oglio inizia così a disegnare seguendo come modelli i maestri giapponesi. «Il mio primo riferimento è stato Yoshihisa Tagami. Mi sono presentato con delle tavole realizzate riprendendo il suo stile quando decisi di frequentare il corso di Bepi Vigna e Michele Medda che allora, nel 1994, era una novità». Corso che aumenta ancora la passione di Dall’Oglio, sempre più deciso a provare a tentare la strada del fumettista. «Non ero uno dei migliori, ma dopo il corso ho continuato a impegnarmi molto e devo ringraziare Mario Atzori che mi ha seguito. Con il lavoro il mio segno è migliorato, la mano si è sciolta, ho studiato un po’ di tecnica e sono arrivato qualche anno dopo, nel 1997, a vincere il Pierlambicchi come miglior giovane disegnatore».
Esordio in Francia. Un riconoscimento importante che sembra aprire la strada alla sua carriera, invece per diversi anni le cose non saranno facili. «Non trovando editori ho iniziato ad autopubblicarmi, finché uno di questi lavori, “Donnel&Grace”, non è stato visto a Roma da Andrea Iovinelli che lo ha mandato in Francia da Guillaume Dorison di Shogun Mag, rivista pubblicata da Les Humanoides associés. Piacque molto e ci chiese di proporre un progetto. Arrivò così “Underskin”. Ne uscirono due volumi e per me fu un esordio fantastico. Mi ha fatto crescere molto». Il lavoro in Francia, dove torna in seguito con “Lost Planet” (Capcom/Glénat), gli apre le porte del mercato italiano: lavora con Federico Memola per “Jonathan Steel” (Star Comics), con Roberto Recchioni per “John Doe” (Aurea Editoriale) e realizza con Adriano Barone la graphic novel “L’era dei titani” (Edizioni Bd).
I lavori per la Bonelli. Tra gli altri lavori due stagioni delle “Cronache del mondo emerso” (Panini Comics) che segnano, lo racconta lo stesso Dall’Oglio, un passaggio importante nella sua evoluzione di disegnatore. «La prima onestamente non mi uscì molto bene – spiega – e in quel momento ho capito di dover fare un altro step di studio. Mi sono avvicino a Naoki Urasawa e il mio segno si è modificato, è diventato più pulito. Ho lavorato sulla tecnica della china, l’uso del pennino in modo più raffinato». Arriva poco dopo la chiamata in Bonelli per il quarto numero di “Orfani” e poi passa al lavoro su “Agenzia Alfa”. Due brevi storie e poi il volume di quasi trecento pagine intitolato “I figli del buio”. «Rappresenta per me la chiusura di un percorso. Ora ho cambiato ancora, inserito nel mio modo di disegnare elementi di Miyazaki e Nihei, per andare più verso la sintesi, il concetto, l’impatto emotivo». Lo si potrà vedere nei prossimi lavori. Tra questi l’ultimo numero della nuova miniserie di “Nathan Never” firmata da Antonio Serra in uscita a ottobre.
Un biglietto per il Giappone. Coamix è l’editore di giganti come Tsukasa Hojo (“City Hunter”) e Tetsuo Hara (“Ken il guerriero”). Da qualche anno ha aperto un concorso chiamato Silent Manga Audition aperto a disegnatori di tutto il mondo. «Ho partecipato in due edizioni con lo sceneggiatore Andrea Barone – spiega dall’Oglio – realizzando le storie “Like that old italian wine” e “Colosseum” che hanno ottenuto buoni risultati. Mi hanno chiesto quindi di continuare e seguito da un editor ho fatto “Rusty West” che è diventata in qualche modo la mia presentazione nella masterclass alla quale parteciperò. Sono stato invitato al festival di Kumamoto in un manga camp con workshop e incontri con editor che hanno lo scopo di prepararti per realizzare il tuo one shot per proporti in Giappone. Hanno in pratica portato il loro reclutamento, molto selettivo, al di fuori dei confini nazionali».
La magia dei manga. Una grande soddisfazione per Dall’Oglio che nel suo lavoro cerca di portare le caratteristiche dei manga, diversi dai fumetti europei e americani. «Mi ha sempre colpito – evidenzia – la capacità che hanno di rendere il movimento, il dinamismo delle scene, il modo in cui raccontano visivamente le storie anche senza usare troppe parole». Insomma per il disegnatore cagliaritano fumetto vuol dire manga. «Ho iniziato da bambino leggendo Jacovitti e gli albi Bonelli, ma quando hanno pubblicato in Italia i primi manga non ho avuto alcun dubbio». Erano i primi anni Novanta e Massimo Dall’Oglio, classe 1973, scopriva come tanti altri ragazzi i fumetti giapponesi grazie alle riviste contenitore di Granata Press. «Ken il guerriero, Grey, I cavalieri dello zodiaco. Fu una rivelazione».
Maestri e formazione. Dall’Oglio inizia così a disegnare seguendo come modelli i maestri giapponesi. «Il mio primo riferimento è stato Yoshihisa Tagami. Mi sono presentato con delle tavole realizzate riprendendo il suo stile quando decisi di frequentare il corso di Bepi Vigna e Michele Medda che allora, nel 1994, era una novità». Corso che aumenta ancora la passione di Dall’Oglio, sempre più deciso a provare a tentare la strada del fumettista. «Non ero uno dei migliori, ma dopo il corso ho continuato a impegnarmi molto e devo ringraziare Mario Atzori che mi ha seguito. Con il lavoro il mio segno è migliorato, la mano si è sciolta, ho studiato un po’ di tecnica e sono arrivato qualche anno dopo, nel 1997, a vincere il Pierlambicchi come miglior giovane disegnatore».
Esordio in Francia. Un riconoscimento importante che sembra aprire la strada alla sua carriera, invece per diversi anni le cose non saranno facili. «Non trovando editori ho iniziato ad autopubblicarmi, finché uno di questi lavori, “Donnel&Grace”, non è stato visto a Roma da Andrea Iovinelli che lo ha mandato in Francia da Guillaume Dorison di Shogun Mag, rivista pubblicata da Les Humanoides associés. Piacque molto e ci chiese di proporre un progetto. Arrivò così “Underskin”. Ne uscirono due volumi e per me fu un esordio fantastico. Mi ha fatto crescere molto». Il lavoro in Francia, dove torna in seguito con “Lost Planet” (Capcom/Glénat), gli apre le porte del mercato italiano: lavora con Federico Memola per “Jonathan Steel” (Star Comics), con Roberto Recchioni per “John Doe” (Aurea Editoriale) e realizza con Adriano Barone la graphic novel “L’era dei titani” (Edizioni Bd).
I lavori per la Bonelli. Tra gli altri lavori due stagioni delle “Cronache del mondo emerso” (Panini Comics) che segnano, lo racconta lo stesso Dall’Oglio, un passaggio importante nella sua evoluzione di disegnatore. «La prima onestamente non mi uscì molto bene – spiega – e in quel momento ho capito di dover fare un altro step di studio. Mi sono avvicino a Naoki Urasawa e il mio segno si è modificato, è diventato più pulito. Ho lavorato sulla tecnica della china, l’uso del pennino in modo più raffinato». Arriva poco dopo la chiamata in Bonelli per il quarto numero di “Orfani” e poi passa al lavoro su “Agenzia Alfa”. Due brevi storie e poi il volume di quasi trecento pagine intitolato “I figli del buio”. «Rappresenta per me la chiusura di un percorso. Ora ho cambiato ancora, inserito nel mio modo di disegnare elementi di Miyazaki e Nihei, per andare più verso la sintesi, il concetto, l’impatto emotivo». Lo si potrà vedere nei prossimi lavori. Tra questi l’ultimo numero della nuova miniserie di “Nathan Never” firmata da Antonio Serra in uscita a ottobre.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
