Parsi: «Stop al Titanic del liberismo»
di Giulia Serra
L’analisi allarmata dell’economista alla Mostra regionale del libro di Macomer
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MACOMER. Una virata decisa su una rotta diversa e pericolosa, con una nave che viaggia ad una velocità troppo elevata dritta verso un iceberg: è questa la metafora usata da Vittorio Parsi nel suo libro “Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale” per rappresentare lo stato attuale in cui versa l’ordine neoliberale. Una sorta di Titanic insieme al quale rischia di affondare anche la nostra democrazia: il professore di relazioni internazionali lo ha spiegato al pubblico arrivato a Macomer in occasione della Mostra regionale del libro, colloquiando con Rodolfo Ragionieri e Giovanni Cocco. A partire dagli anni Ottanta – è la sua tesi – l’ordine internazionale liberale, il quale si basava su due concetti cardine come il welfare state e la democrazia, è stato sostituito dal neoliberismo, un sistema che predilige la circolazione del capitale rispetto a tutti gli altri aspetti.
Un cambiamento non certo di poco conto, che ha fatto accrescere in maniera smisurata le diseguaglianze e che ha a sua volta causato la crisi della democrazia. Spiega Vittorio Parsi che il vincolo liberale si basava sul concetto dell’inclusione delle classi subalterne, ma ad un certo punto l’emergere dei bisogni individuali su quelli collettivi ha trovato risposta esclusivamente nel Mercato. «Il Mercato è efficiente – sottolinea – ma si divora tutto ciò che ha attorno e la sua tendenza a dilagare si è fatta sistemica. Negli anni Settanta, con la crisi petrolifera, non si denuncia l’aumento eccessivo dei costi. Succede piuttosto che i salari non si incrementano più, mentre cresce il capitale». Il neoliberismo è un sistema escludente ed è per questo che rischia di affondare miseramente e per questo occorre cambiare rotta.
Parsi si sofferma poi sulla democrazia e sulla profonda crisi che la investe: «oggi non si discute più, trascurando il fatto che è il dibattito a fa emergere gli errori e aiuta ad evitarli. Ormai ci sono solo le cose giuste da fare, come se non vi fossero alternative. Si sono persi gli spazi di scelta della politica e si è schiavi del ragionamento mirato all’efficienza». Se gli equilibri mondiali sono cambiati, con due potenze come la Cina e la Russia che dal 2007 giocano un ruolo decisamente più incisivo nel sistema internazionale, non si possono ignorare i differenti sistemi politici e giuridici interni, partendo per esempio dai diversi modi di concepire la proprietà privata.
In questo senso Parsi contrappone il sistema democratico occidentale alle due grandi potenze autoritarie, invitando il suo pubblico ad una riflessione più profonda: «credo che la democrazia abbia ancora molto da dire e da dare – sottolinea – garantisce le alternanze dei poteri e consente di cambiare idea. Consente anche di sopravvivere a certi passaggi: per esempio, il Presidente Trump nega addirittura il fenomeno del riscaldamento globale, eppure i governatori dei singoli stati federali americani stanno mettendo in pratica politiche ecologiche più importanti della Cina e dell’Europa. Voglio dire che abbiamo più probabilità di successo se stiamo dentro il sistema democratico, ma dobbiamo farlo funzionare dentro una sfida internazionale».
C’è una luce in fondo al tunnel? «Bisogna lottare – risponde il professore – gli stati non hanno smesso di fare le leggi, ma le fanno per tutelare i più forti invece dei più deboli. In Germania però, per esempio, il Sindacato e la Confindustria hanno firmato un accordo storico che ripristina, accogliendo le istanze dei lavoratori, un necessario equilibrio. Anche per questo non possiamo rinunciare all’idea di democrazia».
Un cambiamento non certo di poco conto, che ha fatto accrescere in maniera smisurata le diseguaglianze e che ha a sua volta causato la crisi della democrazia. Spiega Vittorio Parsi che il vincolo liberale si basava sul concetto dell’inclusione delle classi subalterne, ma ad un certo punto l’emergere dei bisogni individuali su quelli collettivi ha trovato risposta esclusivamente nel Mercato. «Il Mercato è efficiente – sottolinea – ma si divora tutto ciò che ha attorno e la sua tendenza a dilagare si è fatta sistemica. Negli anni Settanta, con la crisi petrolifera, non si denuncia l’aumento eccessivo dei costi. Succede piuttosto che i salari non si incrementano più, mentre cresce il capitale». Il neoliberismo è un sistema escludente ed è per questo che rischia di affondare miseramente e per questo occorre cambiare rotta.
Parsi si sofferma poi sulla democrazia e sulla profonda crisi che la investe: «oggi non si discute più, trascurando il fatto che è il dibattito a fa emergere gli errori e aiuta ad evitarli. Ormai ci sono solo le cose giuste da fare, come se non vi fossero alternative. Si sono persi gli spazi di scelta della politica e si è schiavi del ragionamento mirato all’efficienza». Se gli equilibri mondiali sono cambiati, con due potenze come la Cina e la Russia che dal 2007 giocano un ruolo decisamente più incisivo nel sistema internazionale, non si possono ignorare i differenti sistemi politici e giuridici interni, partendo per esempio dai diversi modi di concepire la proprietà privata.
In questo senso Parsi contrappone il sistema democratico occidentale alle due grandi potenze autoritarie, invitando il suo pubblico ad una riflessione più profonda: «credo che la democrazia abbia ancora molto da dire e da dare – sottolinea – garantisce le alternanze dei poteri e consente di cambiare idea. Consente anche di sopravvivere a certi passaggi: per esempio, il Presidente Trump nega addirittura il fenomeno del riscaldamento globale, eppure i governatori dei singoli stati federali americani stanno mettendo in pratica politiche ecologiche più importanti della Cina e dell’Europa. Voglio dire che abbiamo più probabilità di successo se stiamo dentro il sistema democratico, ma dobbiamo farlo funzionare dentro una sfida internazionale».
C’è una luce in fondo al tunnel? «Bisogna lottare – risponde il professore – gli stati non hanno smesso di fare le leggi, ma le fanno per tutelare i più forti invece dei più deboli. In Germania però, per esempio, il Sindacato e la Confindustria hanno firmato un accordo storico che ripristina, accogliendo le istanze dei lavoratori, un necessario equilibrio. Anche per questo non possiamo rinunciare all’idea di democrazia».
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