“Banditi a Orgosolo”, le radici di una cultura
di Fabio Canessa
Al festival “Is Real” in corso a Nuoro Fofi e Mereu presentano il libro di Floris sul film di De Seta
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NUORO. Per diversi aspetti Vittorio De Seta può essere considerato come un padre, il capofila, del cinema del reale. Per questo motivo un libro dedicato interamente al suo lavoro più importante, “Banditi a Orgosolo”, non poteva essere presentato in anteprima in un’occasione migliore. La terza edizione di IsReal, il festival di cinema del reale organizzato dall’Isre. In uscita per Rubbettino Editore a fine mese, “Banditi a Orgosolo, il film di Vittorio De Seta” è frutto di un lungo lavoro di Antioco Floris, docente di cinema all’università di Cagliari dove è anche direttore del centro di ricerca Celcam, che a Nuoro ne ha discusso in un appassionante incontro con Salvatore Mereu e Goffredo Fofi.
«Un libro – spiega l’autore – progettato con lo stesso regista poco prima della sua morte dove abbiamo raccolto una serie di materiali che documentano la realizzazione del film, accompagnati da un saggio introduttivo in cui ripercorro le tappe della genesi del lavoro di De Seta e da un’ampia parte in cui mi soffermo sulla sua ricezione. Come il film è stato recepito a livello locale, nazionale, internazionale». Interesse e diffusione del lungometraggio favoriti anche dalla presentazione alla Mostra del cinema di Venezia, dove nel 1961 vinse il premio come miglior opera prima. «Riporto nel volume – sottolinea Floris – anche una serie di riflessioni e recensioni interessanti. Alcune curiose, come quella di una rivista cubana che nel 1963 lo presenta come un film rivoluzionario, perfetto per Cuba. Oppure le parole dei critici della nouvelle vague che ne parlano come un capolavoro in grado di rifondare il neorealismo».
Un film sicuramente al quale i sardi restano profondamente legati. Chiedere a Salvatore Mereu che in De Seta riconosce un maestro e ha omaggiato anche “Banditi a Orgosolo” nel cortometraggio “Transumanza”, realizzato per la settantesima edizione della Mostra di Venezia che festeggiava l’importante anniversario con settanta corti di registi diversi. «Per la prima volta con il film di De Seta – racconta Mereu – abbiamo avuto la sensazione di vederci rappresentati in modo giusto. Pensando al suo lavoro viene da chiedersi se è stato l’ultimo dei neorealisti o il primo autore del cinema del reale. Per me più la seconda cosa. È diventato subito produttore per avere il controllo completo sul suo progetto. Poi non amava le troupe come le intendiamo normalmente. Si era anche portato una sceneggiatura, scritta a Roma, ma arrivato a Orgosolo dopo pochi giorni aveva buttato via tutto, capendo che la realtà era più interessante di quello che si era appuntato».
Una realtà quella isolana alla quale si era avvicinato dopo aver letto la famosa inchiesta di Cagnetta pubblicata a metà degli anni Cinquanta sulla rivista Nuovi Argomenti. «C’era all’epoca grande curiosità, dopo vent’anni di fascismo, e per capire cos’era l’Italia – ricorda Goffredo Fofi – sono nate inchieste memorabili come quella di Cagnetta sul banditismo che fece grande impressione. Un capolavoro dove metteva l’attenzione su una parte del Paese che per la prima volta veniva raccontata con franchezza. Prima dell’isola sapevamo ben poco». Sardegna che con le sue particolarità rientrava in un discorso più generale sul Sud attorno al quale si muoveva l’interesse di tanti intellettuali. «Tutto il discorso – evidenzia Fofi – parte con la pubblicazione, nell’immediato dopoguerra, di “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi. Libro che rappresenta il punto di svolta per molte coscienze; per me la scoperta del Sud, dove nel 1956, a 19 anni, ho conosciuto De Seta, di cui avevo visto e apprezzato molto il documentario “Lu tempi di li pesci spata”. Lavoravo a Partinico con Danilo Dolci e De Seta venne a parlare con lui di un progetto per un film su Salvatore Carnevale, giovane sindacalista ucciso dalla mafia qualche anno prima nelle campagne di Sciara. Film su Carnevale che poi è stato fatto dai fratelli Taviani (titolo “Un uomo da bruciare”) con protagonista Volonté. Quello di De Seta sarebbe stato sicuramente diverso».
«Un libro – spiega l’autore – progettato con lo stesso regista poco prima della sua morte dove abbiamo raccolto una serie di materiali che documentano la realizzazione del film, accompagnati da un saggio introduttivo in cui ripercorro le tappe della genesi del lavoro di De Seta e da un’ampia parte in cui mi soffermo sulla sua ricezione. Come il film è stato recepito a livello locale, nazionale, internazionale». Interesse e diffusione del lungometraggio favoriti anche dalla presentazione alla Mostra del cinema di Venezia, dove nel 1961 vinse il premio come miglior opera prima. «Riporto nel volume – sottolinea Floris – anche una serie di riflessioni e recensioni interessanti. Alcune curiose, come quella di una rivista cubana che nel 1963 lo presenta come un film rivoluzionario, perfetto per Cuba. Oppure le parole dei critici della nouvelle vague che ne parlano come un capolavoro in grado di rifondare il neorealismo».
Un film sicuramente al quale i sardi restano profondamente legati. Chiedere a Salvatore Mereu che in De Seta riconosce un maestro e ha omaggiato anche “Banditi a Orgosolo” nel cortometraggio “Transumanza”, realizzato per la settantesima edizione della Mostra di Venezia che festeggiava l’importante anniversario con settanta corti di registi diversi. «Per la prima volta con il film di De Seta – racconta Mereu – abbiamo avuto la sensazione di vederci rappresentati in modo giusto. Pensando al suo lavoro viene da chiedersi se è stato l’ultimo dei neorealisti o il primo autore del cinema del reale. Per me più la seconda cosa. È diventato subito produttore per avere il controllo completo sul suo progetto. Poi non amava le troupe come le intendiamo normalmente. Si era anche portato una sceneggiatura, scritta a Roma, ma arrivato a Orgosolo dopo pochi giorni aveva buttato via tutto, capendo che la realtà era più interessante di quello che si era appuntato».
Una realtà quella isolana alla quale si era avvicinato dopo aver letto la famosa inchiesta di Cagnetta pubblicata a metà degli anni Cinquanta sulla rivista Nuovi Argomenti. «C’era all’epoca grande curiosità, dopo vent’anni di fascismo, e per capire cos’era l’Italia – ricorda Goffredo Fofi – sono nate inchieste memorabili come quella di Cagnetta sul banditismo che fece grande impressione. Un capolavoro dove metteva l’attenzione su una parte del Paese che per la prima volta veniva raccontata con franchezza. Prima dell’isola sapevamo ben poco». Sardegna che con le sue particolarità rientrava in un discorso più generale sul Sud attorno al quale si muoveva l’interesse di tanti intellettuali. «Tutto il discorso – evidenzia Fofi – parte con la pubblicazione, nell’immediato dopoguerra, di “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi. Libro che rappresenta il punto di svolta per molte coscienze; per me la scoperta del Sud, dove nel 1956, a 19 anni, ho conosciuto De Seta, di cui avevo visto e apprezzato molto il documentario “Lu tempi di li pesci spata”. Lavoravo a Partinico con Danilo Dolci e De Seta venne a parlare con lui di un progetto per un film su Salvatore Carnevale, giovane sindacalista ucciso dalla mafia qualche anno prima nelle campagne di Sciara. Film su Carnevale che poi è stato fatto dai fratelli Taviani (titolo “Un uomo da bruciare”) con protagonista Volonté. Quello di De Seta sarebbe stato sicuramente diverso».
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