La Nuova Sardegna

Stellino: «Scrivo per resistere alla deriva di un mondo irreale»

di Costantino Cossu
Stellino: «Scrivo per resistere alla deriva di un mondo irreale»

Parla l’autore del romanzo “Ogni animale muore nella tana» da venerdì in edicola per la collana Scrittori di Sardegna 

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Piero, il protagonista di “Ogni animale muore nella tana”, si muove in un mondo giunto quasi al collasso, sconvolto da cambiamenti climatici disastrosi. Una distopia ambientata in una Nuoro desolata e spettrale. Il romanzo dello scrittore nuorese Alessandro Stelli da venerdì sarà in edicola per la collana della Nuova “Scrittori di Sardegna”.

Come nasce la scelta di un racconto distopico?

«Credo abbia una doppia derivazione: letteraria ed esperienziale. Sono un grande appassionato di letteratura e cinema di genere, horror e fantascienza sono stati e continuano a essere un fertile nutrimento. In particolare l’universo distopico di Philip K. Dick, che ho approfondito in contemporanea con la prima stesura del romanzo, mi ha indicato una possibile strada per dare vita a un tipo di narrazione insolita per il panorama isolano. Mi attirava l’idea di configurare in maniera inedita la città in cui sono nato e cresciuto, così come gli scenari circostanti. Ho l’impressione che troppo spesso la produzione letteraria sarda sia soffocata da una tendenza al realismo che imprigiona gli immaginari e inibisce gli slanci creativi. Sono un affezionato lettore di Giorgio Todde e la sua capacità di coniugare accuratezza stilistica e trasfigurazione del reale mi è stata di grande ispirazione».

Uno dei centri del racconto è l’enorme caotico mercato sorto spontaneamente in una Nuoro disfatta, dove tutti si incontrano senza intrecciare mai rapporti veri, autentici. Specchio del mercato globale, che con le sue leggi, accettate come un dato di natura, porta il mondo alla fine…

«In effetti, non sono molto ottimista, da questo punto di vista. Anche se credo che la Sardegna si proponga in maniera “resistente” rispetto a queste tendenze imperanti e pervasive. Vivo ormai da molti anni a Milano e il grande mercato all’aperto descritto nel libro, luogo di compravendita e di scambio per qualsiasi bene, in realtà l’ho visto nel capoluogo lombardo. Si tratta di un’aerea enorme, popolata di etnie differenti, in cui è possibile trovare di tutto, anche se a prima vista sembra un ammasso di cianfrusaglie. Ogni volta che mi capita di andarci ho l’impressione di un luogo post-umano, tra l’atavico e l’apocalittico. Quanto al fronte relazionale, mi sembra che la tanto celebrata “rete” creatasi con l’avvento di Internet e dei social non stia facendo altro che rafforzare l’isolamento delle persone, in particolare i più giovani, in una virtualizzazione di rapporti mascherata da partecipazione sociale».

In un luna park abbandonato il protagonista del libro trova una ragazzina (forse una rom) che prima prende a seguirlo e poi si stabilisce a casa di Piero. Nella “tana” nasce tra l’uomo e la ragazzina un rapporto nevrotico, governato dalla paura… Un rapporto a tratti crudele, quasi feroce...

«Sono uno scrittore intuitivo e mi lascio guidare dalle immagini. Ho avuto a lungo in mente questa “visione”: il luna park fantasmatico, in stato di sfacelo, così come quella di Piero chiuso in casa sotto una coltre di neve e assediato da un branco di cani randagi. Inizialmente non avevo idea di chi fosse Piero e che cosa lo tormentasse, ma queste immagini hanno contribuito in maniera importante a caratterizzare l’atmosfera del romanzo e a innescare la trama. Sapevo che lo stile sarebbe stato molto diverso da quello del primo romanzo, “Incendi”, perché intendevo dare vita a una narrazione secca, asciutta, in grado di fornire un corrispettivo all’esistenza ridotta ai minimi termini del protagonista e per adeguarlo alla laconicità dell’uomo barbaricino. La ragazzina offre una possibile via di scampo alla sua solitudine, ma l’incapacità del protagonista di concederle spazio vitale alla fine gli si ritorce contro. Il romanzo è una fiaba nera e, tra le altre cose, parla anche di come un rapporto privo di libertà possa trasformarsi in una prigione, in primis per chi la nega all’altro».

Nel libro manca qualsiasi apertura al futuro. Come fosse il racconto del dramma, tutto presente, per niente distopico, delle generazioni più giovani, in Sardegna, in Italia, nel mondo…

«Certo. Questo era senz’altro uno dei punti di partenza: la mia generazione sta facendo molta fatica a trovare una stabilità lavorativa. Negli anni sono passate leggi atroci tese a cautelare i dirigenti e le aziende ma non i lavoratori, e l’idea della flessibilità non è che una bugia per mascherare una sempre maggiore instabilità del mercato. Personalmente mi sono trovato a dover reinventare più volte la mia professione, e oggi per guadagnare uno stipendio devo fare cinque lavori diversi, parcellizzati e a partita Iva».

Lei è anche un critico cinematografico. Come si intrecciamo i due interessi, cinema e letteratura?

«Sono strettamente interconnessi. La letteratura è una passione che coltivo fin dall’adolescenza, mentre il cinema è arrivato più tardi, a spalancare nuovi universi. La letteratura resta una passione, anche se ho sempre meno il tempo di coltivarla in prima persona, il cinema è diventato un lavoro».

In questo momento, in Sardegna, trova più vivace la produzione letteraria o quella cinematografica?

«Non riesco a fare differenze sostanziali. Vantiamo una produzione vivissima su entrambi i fronti, e in campo cinematografico alcuni tra gli autori più radicali e innovativi del panorama contemporaneo, come Giovanni Columbu e Salvatore Mereu. Amo molto anche i film di Enrico Pau e credo che Bonifacio Angius si appresti a diventare uno dei registi di punta della scena nazionale».

La Sardegna di inizio millennio. Come la vede? Bisogna allontanarsene? Bisogna tornare?

«Da qualche anno ho la fortuna di dirigere un festival cinematografico, IsReal, nella mia città natale ed è un’opportunità che mi riempie di soddisfazione, perché mi permette di restituire qualcosa al luogo che mi ha dato tanto in passato, così come alle persone che mi hanno aiutato a formarmi, dalla mia famiglia ad alcuni professori che ho avuto la fortuna di incontrare. Ma bisogna rafforzare le infrastrutture, credere nella possibilità della cultura, e soprattutto lasciare spazio ai giovani».



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