La Nuova Sardegna

Soddu: «Un grande intellettuale sempre dalla parte della gente»

di Costantino Cossu
Soddu: «Un grande intellettuale sempre dalla parte della gente»

Brigaglia nel ricordo dell’ex presidente della Regione, amico di una vita

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«Quei sabato pomeriggio e le nostre partite a scopone. A casa mia con Manlio, con Ioiò Addis, che aveva una piccola azienda sugheriera a Tempio, e con Aldo Contini, pittore e raffinato intellettuale. Io e Manlio di fede Dc, Ioiò repubblicano e Aldo che votava Pci. Contava poco, tra noi, l’appartenenza politica. Primo perché allora anche se si stava su fronti opposti ci si poteva intendere grazie a un alfabeto politico comune, quello della Costituzione. E poi perché eravamo amici da una vita». Corre sul filo dei ricordi la conversazione con Pietro Soddu. «Manlio – continua l’ex presidente della Regione – e sua moglie, Marisa Bonajuto, erano spessissimo a casa. Lui è stato il padrino di tutti e tre i miei figli. Quando si giocava a carte, qualche volta al tavolo sedeva anche Salvatore, il padre di Manlio. Ed era imbattibile. A mariglia con lui non c’era partita».

Quando e come vi siete conosciuti con Brigaglia?

«Ai tempi del Democratico, la rivista di cultura e di intervento politico dei Giovani turchi, il gruppo di dirigenti della sinistra Dc che nel 1956 vinsero a sorpresa le elezioni per il direttivo provinciale sassarese della Democrazia Cristiana scalzando l’egemonia esercitata sul partito da Antonio Segni. Oltre me c’erano tra i Giovani turchi, tra gli altri, Francesco Cossiga, Antonio Giagu De Martini, Paolo Dettori, Michele Corda e Giuseppe Pisanu. Quel nome, Giovani turchi, ce l’aveva dato una giornalista di destra, Egle Monti, amica di Cuzio Malaparte. Ed era un riferimento al movimento giovanile dei Giovani turchi che portò istanze radicali di cambiamento nell’Impero ottomano a inizio Novecento. Manlio, a parte il prezioso contributo di idee, era l’anima organizzativa del Democratico, una specie di caporedattore».

Qual era il tratto umano di Manlio Brigaglia?

«Non aveva niente della chiusura un po’ scontrosa che spesso segna il carattere dei sardi. Era un uomo aperto e cordiale che sapeva stare con tutti, dal pastore di Benettutti ai ministri della Repubblica. Aveva un tratto di immediatezza che facilitava i rapporti con ogni genere di persona. Conosceva la Sardegna come pochi, i luoghi e le persone. Lo invitavano dappertutto e lui quasi mai rifiutava. Anche se poi, quando doveva essere severo ed esprimere un giudizio intellettuale o morale, sapeva farlo in maniera netta e a volte tranciante».

E l’intellettuale Brigaglia?

«Era uno che concepiva la cultura come strumento di intervento sociale. Mai chiuso nelle gabbie accademiche, teso invece, sempre, a comprendere i processi profondi che attraversavano la società sarda in un periodo, quello seguito alla seconda guerra mondiale, di mutamenti rapidi e radicali. Era uno straordinario organizzatore di cultura. Insieme ad Antonio Pigliaru e a Salvatore Mannuzzu ha animato Ichnusa, la rivista che ha aperto il mondo della cultura sarda ai grandi temi del pensiero europeo, senza astrattismi cosmopolitici e invece con un senso forte di radicamento nella realtà dell’isola. Da storico ha scritto libri importanti come “L’origine dei partiti nell’Europa contemporanea” e “Le classi dirigenti Sassari tra Giolitti e Mussolini”. E poi ha curato un numero incredibile di libri altrui: un lavoro immenso da vero e proprio editore e anche da editor. Io stesso non ho mai mandato alle stampe alcuno dei libri che mi è capitato di scrivere senza che prima Manlio non li avesse visti e corretti. Ed era un revisore attentissimo e severo. Senza sconti per nessuno».

Libri ma anche giornali, nella vita di Brigaglia...

«Aveva una vera passione per il mondo dei media. Che nasceva, secondo me, proprio dal modo in cui lui pensava alla cultura. Serviva poco sapere se quel sapere non era possibile farlo arrivare alle persone. E i mezzi di comunicazione erano uno degli strumenti, forse lo strumento principale, di questa opera di diffusione, che non era mai, con Manlio, banalizzazione divulgativa, ma allargamento degli orizzonti critici a tutto il campo della società, senza chiusure elitarie, senza esclusioni».

E poi, il professore...

«Nella camera ardente ho visto tanti suoi allievi. Credo che il loro attaccamento a Manlio, l’affetto che avevano per lui, avesse a che fare soprattutto con il fatto che dal loro professore avevano appreso più che nozioni un metodo. Che era sì un metodo di studio, ma anche, nel sottofondo etico che lo sorreggeva, anche un codice di norme valide a orientare la vita. È così che fanno i maestri».



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