La Nuova Sardegna

Bestia da latte, violenze taciute ai tempi del boom

di Silvia Lutzoni
Bestia da latte, violenze taciute ai tempi del boom

Nel recentissimo “L'isola senza memoria” Gian Mario Villalta si interrogava sul silenzio che per anni ha gravato sulla triste vicenda di Goli Otok, l'isola croata sulla quale il regime titino aveva...

4 MINUTI DI LETTURA





Nel recentissimo “L'isola senza memoria” Gian Mario Villalta si interrogava sul silenzio che per anni ha gravato sulla triste vicenda di Goli Otok, l'isola croata sulla quale il regime titino aveva collocato uno tra i più feroci campi di rieducazione, dove tra il 1948 e il 1956 vennero confinati, brutalizzati e uccisi migliaia di dissidenti comunisti.

Sebbene con intenzioni ed esiti differenti, il silenzio è ancora una volta il movente e l'origine di «Bestia da latte» (SEM, 160 pagine, 16euro), ultimo romanzo di Villalta, forse il più maturo e compiuto tra i suoi, dove disposizione saggistica, narrativa e poetica si integrano per restituire una vicenda in cui il contesto sociale emerge dal puro gioco dei legami intimi tra i personaggi. Si tratta in questo caso del silenzio che un insegnante, ormai prossimo all'età senile, ha imposto su quella fase delicatissima della vita di ognuno di noi che segna il passaggio dal momento in cui siamo ciò che siamo in relazione alla nostra famiglia a quello in cui la nostra individualità comincia ad affermarsi per consegnarci fatalmente a una condizione di solitudine assoluta. A determinare la rottura di quel riserbo è la riflessione che il narratore compie su suo figlio, al quale questa confessione è destinata: «Un bambino di nove anni pensiamo che sia una creatura trasparente, che piange e ride come gli dettano le emozioni, che sia incapace di fingere, tenendo chiuso nel profondo di sé il dolore o la paura, il disagio o l'angoscia come farebbe un adulto. Io so che non è così». Una confessione si è detto, e non a caso, se si considera che il libro si chiude con una citazione dal IX canto del «Purgatorio», con quei versi in cui è descritto il secondo dei tre gradini d'accesso alla porta del Purgatorio che simboleggiano le tre fasi del sacramento della Confessione – contritio cordis, confessio oris e satisfactio operis –, quello costituito «d'una pietrina ruvida e arsiccia,/crepata per lo lungo e per traverso», e che rappresenta il momento più doloroso, vale a dire quello in cui si confessano i propri turbamenti al prossimo.

Una confessione che si dipana come un'inchiesta su se stessi, sulla fallibilità della memoria, sull'esperienza e in particolar modo sulle ferite che contribuiscono alla costruzione della nostra identità. Sono gli anni del miracolo economico, quando il nordest, tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento, si avvia verso una trasformazione che, sconquassando il mondo contadino, al quale il narratore appartiene suo malgrado, avrebbe determinato un'irrimediabile mutazione antropologica.

È il momento nel quale la terra e gli animali diventano luogo e materia per la produzione industriale: se prima di allora si viveva «condividendo il rischio della sopravvivenza, la carestia e l'abbondanza, la salute e la malattia con gli esseri viventi che popolavano la fattoria», se «la loro uccisione aveva avuto la ritualità tragica di un sacrificio», ora quel patto tra uomo e natura è stato infranto per sempre e la puzza delle stalle ne è l'indicatore principale. Da quel momento gli animali sono divisi in due categorie merceologiche: le “bestie da latte” e le “bestie da carne”. Una catalogazione che il narratore estende con amarezza anche agli esseri umani quando afferma: «Io sono stato costretto a diventare una bestia da latte. Ho provato molte volte, in tempi successivi, a diventare una bestia da carne. Ero destinato a una più lunga pazienza, per produrre di più, per molto più tempo. Dovevo adoperarmi per risarcire in futuro il costo del mio allevamento, dovevo battere record, eccellere in qualità».

Bestia da carne è invece suo cugino Giuseppe, il quale si ingozza di «lavoro, di sogni erotici, di soldi, di bere e di mangiare a bocca aperta, con la foga di chi voleva di più e la paura di perdere qualcosa». Abbandonato da sua madre, da tutti considerata una poco di buono, egli è oggetto delle ire di un nonno violento e dispotico, rispetto al quale chi non fosse stato propriamente nelle sue grazie, come il protagonista, aveva un unico dovere, quello di sottomettersi. È Giuseppe il protagonista di quegli episodi subiti sottaciuti per decenni dal narratore: soprusi di ogni genere, ripetute violenze psicologiche e fisiche che rasentano l'omicidio, narrate senza alcuna traccia di concitazione, inspiegabili e inaccettabili perché perpetrati proprio dal quel cugino al quale è legato da un indiscutibile affetto. È forse questa la parte più tremenda e sconcertante del libro: quella che il lettore non dimenticherà facilmente.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative