Abbattere i muri del carcere con un calcio alla palla ovale
di Andrea Massidda
Il coach Max Zancuoghi racconta la storia del Giallo Dozza, squadra di detenuti La vicenda ha ispirato il film “La prima meta”, che sarà proiettato ad Alghero
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ALGHERO. Se per Oscar Wilde il rugby era «il modo migliore per tenere trenta energumeni lontani dal centro della città», e per l’attore Marco Paolini, come ripete in un suo spettacolo, è invece uno sport da gentlemen, «perché prima di tirare il pallone indietro al tuo compagno tu devi controllare che lui stia bene, che sia ben disposto, aperto e disponibile ad affrontare due bestioni che gli fanno del male», per Massimiliano Zancuoghi – da un anno allenatore dell’Amatori Alghero, promozione in Serie A appena sfiorata – un calcio a una palla ovale può abbattere le mura di un carcere. Almeno metaforicamente. Max ne è così convinto che quando cinque anni fa, a Bologna, gli proposero di allenare una squadra di circa quaranta detenuti di nazionalità diverse (italiani e stranieri con pene da quattro anni all’ergastolo) non ha esitato un attimo a dire «sì, eccomi qua». Ne è nata inizialmente una meravigliosa esperienza di vita e inclusione sociale, e in seguito anche un documentario dal titolo “La prima meta”, diretto da Enza Negroni. Lo stesso film che, grazie alla Società Umanitaria e alla principale squadra di rugby di Alghero, mercoledì prossimo sarà proiettato al cinema Miramare dalle 19.30.
La storia del “Giallo Dozza” – formazione che milita nel campionato di C2 giocando ovviamente tutte le partite in casa – colpisce già dal nome della squadra. «Dozza – racconta Max Zancuoghi – sta per carcere della Dozza, cioè il penitenziario di Bologna, mentre il colore sociale è stato scelto per un motivo preciso: nel rugby se l’arbitro ti mostra il cartellino giallo significa che hai commesso una scorrettezza e devi star fuori per dieci minuti. Ma, attenzione, poi però rientri in campo senza alcuna penalità. È esattamente quello che vogliamo che succeda ai nostri giocatori detenuti, che invece di scontare dieci minuti di squalifica, magari prima di rientrare in gioco devono attendere dieci anni».
Nessuno, prima di entrare a far parte del “Giallo Dozza”, aveva mai giocato a rugby. Di più: i detenuti selezionati non si conoscevano tra loro, ma hanno presto imparato a stare insieme. Nel docufilm come nella realtà, il duro allenamento e le partite del campionato si alternano ai ritmi lenti della vita in cella trascorsi nell’attesa di scendere in campo. «Allenare questa squadra – continua Zancuoghi – mi ha dato grande soddisfazione sin dall’inizio. Non abbiamo cominciato da zero, ma da meno dieci, nel senso che prima delle questioni sportive c’erano da affrontare tutte quelle ambientali e sociali. Il “Giallo Dozza” non è una squadra come le altre, e non solo perché nessuno conosceva il rugby, ma anche perché ognuno dei miei giocatori aveva storie difficili e dolorose sulle spalle. Prima di fare la prima partita vera – continua Max – ci siamo allenati mentalmente e fisicamente per tre mesi. E agli esordi i match finivano con una nostra sconfitta per 150-0. Può far sorridere, ma giuro che è così. Poi però, ed è questo l’aspetto straordinario, pian piano i ragazzi si sono dati una disciplina, ci hanno messo un grandissimo impegno e dopo appena un anno ci siamo piazzati al quinto posto».
Lezioni di vita fondamentali. «Credo che inatnto abbiano imparato che il lavoro paga sempre, il rispetto per tutti, compreso per la polizia penitaziaria, ma in particolare che la meta più importante è fare squadra, perché da soli si è destinati a perdere». Anche Max, tuttavia, dice di aver imparato molto. «Per accettare un impegno come questo – svela – devi veramente toglierti da dosso ogni pregiudizio sul carcere e su chi ne è ospite. Ho visto con i miei occhi quanto è duro stare dietro le sbarre, capisci che non certo una bella vita e che non vale mai la pena di finire dentro».
E l’idea di un documentario? «All’epoca allenavo anche una formazione del Bologna 1928, la società di rugby più antica d’Italia, e tra i miei ragazzi c’era il figlio di una produttrice cinematografica. le parlai del progetto in carcere e lei ne parlo con la regista Enza Negroni». «È' un film commovente e poetico – dice Alessandra Sento, direttrice dell’Umanitaria di Alghero– che racconta senza patetismi e retorica come un gruppo di uomini ritrova la propria dignità».
La storia del “Giallo Dozza” – formazione che milita nel campionato di C2 giocando ovviamente tutte le partite in casa – colpisce già dal nome della squadra. «Dozza – racconta Max Zancuoghi – sta per carcere della Dozza, cioè il penitenziario di Bologna, mentre il colore sociale è stato scelto per un motivo preciso: nel rugby se l’arbitro ti mostra il cartellino giallo significa che hai commesso una scorrettezza e devi star fuori per dieci minuti. Ma, attenzione, poi però rientri in campo senza alcuna penalità. È esattamente quello che vogliamo che succeda ai nostri giocatori detenuti, che invece di scontare dieci minuti di squalifica, magari prima di rientrare in gioco devono attendere dieci anni».
Nessuno, prima di entrare a far parte del “Giallo Dozza”, aveva mai giocato a rugby. Di più: i detenuti selezionati non si conoscevano tra loro, ma hanno presto imparato a stare insieme. Nel docufilm come nella realtà, il duro allenamento e le partite del campionato si alternano ai ritmi lenti della vita in cella trascorsi nell’attesa di scendere in campo. «Allenare questa squadra – continua Zancuoghi – mi ha dato grande soddisfazione sin dall’inizio. Non abbiamo cominciato da zero, ma da meno dieci, nel senso che prima delle questioni sportive c’erano da affrontare tutte quelle ambientali e sociali. Il “Giallo Dozza” non è una squadra come le altre, e non solo perché nessuno conosceva il rugby, ma anche perché ognuno dei miei giocatori aveva storie difficili e dolorose sulle spalle. Prima di fare la prima partita vera – continua Max – ci siamo allenati mentalmente e fisicamente per tre mesi. E agli esordi i match finivano con una nostra sconfitta per 150-0. Può far sorridere, ma giuro che è così. Poi però, ed è questo l’aspetto straordinario, pian piano i ragazzi si sono dati una disciplina, ci hanno messo un grandissimo impegno e dopo appena un anno ci siamo piazzati al quinto posto».
Lezioni di vita fondamentali. «Credo che inatnto abbiano imparato che il lavoro paga sempre, il rispetto per tutti, compreso per la polizia penitaziaria, ma in particolare che la meta più importante è fare squadra, perché da soli si è destinati a perdere». Anche Max, tuttavia, dice di aver imparato molto. «Per accettare un impegno come questo – svela – devi veramente toglierti da dosso ogni pregiudizio sul carcere e su chi ne è ospite. Ho visto con i miei occhi quanto è duro stare dietro le sbarre, capisci che non certo una bella vita e che non vale mai la pena di finire dentro».
E l’idea di un documentario? «All’epoca allenavo anche una formazione del Bologna 1928, la società di rugby più antica d’Italia, e tra i miei ragazzi c’era il figlio di una produttrice cinematografica. le parlai del progetto in carcere e lei ne parlo con la regista Enza Negroni». «È' un film commovente e poetico – dice Alessandra Sento, direttrice dell’Umanitaria di Alghero– che racconta senza patetismi e retorica come un gruppo di uomini ritrova la propria dignità».
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