La Nuova Sardegna

Quel destino che unisce Sassari e la sua squadra

di Grazia Brundu
Quel destino che unisce Sassari e la sua squadra

Successo al Verdi della commedia “Zi vidimmu a la Torrese”: una partita diventa lo specchio della città

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SASSARI. La Torres chiama e Sassari risponde. Anche quando c’è da andarla a vedere non allo stadio per una partita, ma a teatro per una commedia in italiano e in vernacolo. Il Verdi infatti era bello pieno, venerdì sera, alla prima di “Zi vidimmu a la Torrese”, pièce in due atti sulle vicende immaginarie (ma con riferimenti non troppo velati alla realtà) della squadra cittadina e al rapporto ultracentenario che i sassaresi hanno con lei.

Quest’anno la Società educazione fisica Torres 1903 – la data è quella di nascita – festeggia i 115 anni e il lavoro firmato dall’autore teatrale Cosimo Filigheddu e dal giornalista Roberto Sanna, in replica il 25 e il 26 al Teatro Civico, è uno degli eventi in programma. A mettere in scena la commedia – con la regia di Alfredo Ruscitto (luci di Tony Grandi, fonica di Marcello Cubeddu) - non poteva che essere la Compagnia Teatro Sassari, da decenni impegnata a raccontare vizi e virtù dei suoi concittadini. Con una passione ricambiata da un pubblico, in gran parte borghese, che si compiace di vedersi rispecchiato in personaggi, di solito popolani, dallo spirito arguto. Nel lavoro di Sanna e Filigheddu la sassareseria si condensa nel desiderio di sognare per non morire di un’intera città, che punta sui piedi e sui cuori di una squadra vissuta non come semplice formazione sportiva ma come occasione di riscatto anche sociale e politico. Tra le risate per le battute in sassarese, le frecciate ai cagliaritani e ai continentali, lo spirito anarchico che non piega la testa di fronte a divi o autorità, si finisce alla fine per riflettere sulla situazione di una città che fa fatica a librarsi in alto come vorrebbe.

Siamo negli anni tra il 1997 e il 2000: la Torres – quella della finzione scenica – è in serie A e sta per disputare in casa con la Juve la partita decisiva per lo scudetto. Gli artefici del “miracolo” sono due coppie di personaggi opposte e complementari. La prima – formata dalla Fortuna (Teresa Soro) e dal Destino, che è donna (Alessandra Spiga), celate sotto i panni della factotum e della cuoca della squadra, entrambe divertenti e sopra le righe – fanno il grosso del lavoro, invertendo l’ordine della storia. Aiutate anche dalla mascotte Toruccio, il giovanissimo Andrea Riccio. A niente servirebbe, però, il loro intervento senza la buona volontà umana. Personificata dall’imprenditore Fabio Moro (Emanuele Floris), che rileva la società, fallita, per la cifra simbolica di centomila lire - chi conosce la storia dei rossoblù troverà allusioni alla vicenda societaria - e l’allenatore Daniele Bertone (Mario Lubino). Completano il cast lo spocchioso inviato della “Domenica sportiva” Omar Sivori (Ignazio Chessa), il capitano della Torres (Stefano Dionisi), il politico corrotto (Paolo Colorito) e il mitico capo dei tifosi “Zarrettu” (Michelangelo Ghisu), campione di risate e di testate, queste ultime fuori scena come gran parte dell’azione che, più che agita, è raccontata dai personaggi. Il dilemma principale è il seguente: rinunciare alla partita con la Juventus per non dover costruire, in caso di vittoria, un nuovo stadio su cui incombe l’ombra lunga dei faccendieri, o continuare a sognare nonostante tutto? Per saperlo bisogna andare a teatro.

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