Luciano Bianciardi un corsaro irrequieto
A riaprire il caso Bianciardi, è ora Il Saggiatore, con Il cattivo profeta, che raccoglie tutti i romanzi, i saggi, i racconti e i diari giovanili (1939-44), con una prefazione di Matteo Marchesini....
1 MINUTI DI LETTURA
A riaprire il caso Bianciardi, è ora Il Saggiatore, con Il cattivo profeta, che raccoglie tutti i romanzi, i saggi, i racconti e i diari giovanili (1939-44), con una prefazione di Matteo Marchesini. Autore di capolavori come “Il lavoro culturale” (1957), “L’integrazione” (1960) e “La vita agra” (1962), coetaneo di Sciascia, Calvino e Pasolini, Bianciardi fu polemista non meno grande, epperò più sfortunato, pagando la sua irrequieta libertà. Uno scrittore corsaro come Pasolini (senza mandato civile però, anarchico e insofferente di ogni ideologia), ma per una disposizione che gli arrivava da una specie di coltivato anacronismo, che lo colloca fuori dal tempo (il suo è quello del Risorgimento: come testimonia un altro romanzo, “La battaglia soda” del 1964)) e dallo spazio (lui figlio della provincia, sempre a disagio nelle capitali della modernità). Uno scrittore che vive, dentro un «ossimoro», così Marchesini, il quale scrive: «In poche parole, è come se in Bianciardi lo spirito costruttivo dell’Ottocento e quello distruttivo del Novecento, l’uomo comune e il corsivista scettico, l’utopista e il saturnino, fossero polarità mai del tutto scisse, reagenti di continuo l’una sull’altra in una straziata, ironica baruffa». Non si poteva dire meglio.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
