Archer: «Ecco perché scrivere best seller è una fatica bestiale»
di Roberta Sanna
Il lord inglese campione d’incassi a Leggendo metropolitano Poi scherza: «Amo l’Italia, vorrei essere il vostro premier»
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CAGLIARI. «Voi avete avuto un Premio Nobel, una scrittrice. Io non sono uno scrittore ma un narratore, uno storyteller, e non vincerò mai il Nobel». A Jeffrey Archer, uno degli autori più venduti al mondo – si parla di 200 milioni di copie, in 33 lingue, pubblicate in 97 Paesi – Barone Archer di Weston-super-Mare, laureato a Oxford e per venticinque anni deputato della Camera dei Lord, il posto dell’ospite intervistato sta stretto. Prende il microfono e alle domande di un divertito Giorgio Zanchini risponde direttamente dalla ribalta del palco di Leggendo metropolitano e, col suo racconto di scrittore di successo, tra aneddoti, battute e grande presenza scenica, affascina l’affollata platea come in uno show. Il segreto sulla capacità di tenere avvinto il lettore pagina dopo pagina, addirittura volume dopo volume, come nei sette della saga dei Clifton – in Italia è appena uscito per HarperCollins il primo volume “Solo il tempo lo dirà” con il quale si aspetta di scalare la classifica anche da noi – non lo rivela. È un dono – risponde a Zanchini – Dio mi ha detto scrivi “c'era una volta”… e io sono stato fortunato. Il miglior modo in fondo è scrivere di ciò che si conosce», ribadisce.
Dunque le scelte di vita e gli incontri di Archer non devono essere stati banali, visto che è stato paragonato a Dickens e a Dumas per la complessità delle trame, i colpi di scena, le agnizioni, le scoperte di consanguineità, la descrizione di contrastanti rapporti d’amicizia e di relazioni familiari. E visto che quest’ultimo è il tema di Leggendo Metropolitano, Jeffrey Archer conferma. Nella saga dei Clifton, in cui si racconta di un’ascesa sociale e del conflitto fra le due famiglie Clifton e Barrington, il protagonista Harry è lui stesso, Maisie è la madre dell’autore, la moglie e il miglior amico di Harry sono i suoi.
Ma in tutta la saga, fa notare Zanchini, si attraversano decenni seguendo i protagonisti dai sette ai settant’anni. E in “Solo il tempo lo dirà” ci sono accurate descrizioni della storia e società inglese, della Londra dei docks del 1940, poi la storia si sposta negli Stati Uniti e anche in Italia.
Insomma, il metodo di costruzione di un bestsellers, apparentemente così naturale per l’autore, è comunque lavoro e fatica, ammette Archer descrivendo il suo ritmo. «Mi alzo alle 5.30, scrivo due ore dalle 6 alle 8. Poi due ore riposo. Così per tutta la giornata. La sera vado al letto alle 10. E l’indomani ricomincio». Conclusa la prima bozza, si concede tre settimane di riposo. E poi riprende il ritmo. Per “Solo il tempo lo dirà” ha lavorato a quindici stesure, per circa mille ore di impegno. È un duro lavoro, una fatica bestiale, conclude divertito, con la soddisfazione di essere ripagato dal successo. E per quanto riguarda l’Italia aggiunge che è un amore che dura da cinquant’anni. Per scoprire i suoi preziosi tesori, Archer viaggia con un fine conoscitore dell’arte italiana come il suo amico Simon, che, colpo di scena, indica in platea.
A proposito di una domanda sulla politica, rilancia: Mi piacerebbe essere presidente del Consiglio in Italia». Potrebbe farlo tra un romanzo e l’altro, dice, visto gli incarichi di breve durata. «Ce ne sono stati 66 da quanto son nato... posso essere il sessantasettesimo?”. Tra le domande del pubblico, una sul suo autore italiano preferito. Elena Ferrante e la sua serie dell’amica geniale, è la risposta.
Dunque le scelte di vita e gli incontri di Archer non devono essere stati banali, visto che è stato paragonato a Dickens e a Dumas per la complessità delle trame, i colpi di scena, le agnizioni, le scoperte di consanguineità, la descrizione di contrastanti rapporti d’amicizia e di relazioni familiari. E visto che quest’ultimo è il tema di Leggendo Metropolitano, Jeffrey Archer conferma. Nella saga dei Clifton, in cui si racconta di un’ascesa sociale e del conflitto fra le due famiglie Clifton e Barrington, il protagonista Harry è lui stesso, Maisie è la madre dell’autore, la moglie e il miglior amico di Harry sono i suoi.
Ma in tutta la saga, fa notare Zanchini, si attraversano decenni seguendo i protagonisti dai sette ai settant’anni. E in “Solo il tempo lo dirà” ci sono accurate descrizioni della storia e società inglese, della Londra dei docks del 1940, poi la storia si sposta negli Stati Uniti e anche in Italia.
Insomma, il metodo di costruzione di un bestsellers, apparentemente così naturale per l’autore, è comunque lavoro e fatica, ammette Archer descrivendo il suo ritmo. «Mi alzo alle 5.30, scrivo due ore dalle 6 alle 8. Poi due ore riposo. Così per tutta la giornata. La sera vado al letto alle 10. E l’indomani ricomincio». Conclusa la prima bozza, si concede tre settimane di riposo. E poi riprende il ritmo. Per “Solo il tempo lo dirà” ha lavorato a quindici stesure, per circa mille ore di impegno. È un duro lavoro, una fatica bestiale, conclude divertito, con la soddisfazione di essere ripagato dal successo. E per quanto riguarda l’Italia aggiunge che è un amore che dura da cinquant’anni. Per scoprire i suoi preziosi tesori, Archer viaggia con un fine conoscitore dell’arte italiana come il suo amico Simon, che, colpo di scena, indica in platea.
A proposito di una domanda sulla politica, rilancia: Mi piacerebbe essere presidente del Consiglio in Italia». Potrebbe farlo tra un romanzo e l’altro, dice, visto gli incarichi di breve durata. «Ce ne sono stati 66 da quanto son nato... posso essere il sessantasettesimo?”. Tra le domande del pubblico, una sul suo autore italiano preferito. Elena Ferrante e la sua serie dell’amica geniale, è la risposta.
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