Arte
di Mariolina Cosseddu
Ad osservarli nella ricchezza della esposizione allestita nelle sale dell’Archivio storico di Sassari, i lavori in carta di Igino Panzino convincono di una verità sottesa: rappresentano la raffinata...
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Ad osservarli nella ricchezza della esposizione allestita nelle sale dell’Archivio storico di Sassari, i lavori in carta di Igino Panzino convincono di una verità sottesa: rappresentano la raffinata ricerca di una sintesi tra le arti. Pittura, scultura e architettura si intersecano e si completano in una pluralità di linguaggi uniti da intenti comuni. Il sogno di un’arte che include le altre e le fonde in una visione unica è condizione facilmente rintracciabile nella storia dell’arte, contemporanea inclusa.
La mostra s’intitola “Carta Canta” e resterà aperta sino al 16 luglio. Panzino si misura, da sempre, col valore della forma come modello di una realtà ideale che implica e contiene altre possibilità sottoposte ad un’organica interazione, concettuale ed estetica. Il denominatore comune di questi lavori, che attraversano circa venti anni della sua attività artistica, va ricercata non solo nell’uso dei materiali che ritornano insistentemente nella sua sperimentazione materica e compositiva (in questo caso la carta da acquerello, morbida e porosa) ma anche nella modalità strutturale che controlla, con consumata sapienza manuale, strumenti essenziali di un linguaggio ridondante di senso. Concepiti come oggetti che possono vivere sia a parete che indipendenti, i lavori di Igino Panzino si offrono come “scatole” di legno chiaro e naturale, involucri preziosi che racchiudono piani sovrapposti e interdipendenti di superfici nervose, cadenzate nello spazio praticabile della tridimensionalità delle teche.
A scandire le profondità sono gli slittamenti delle carte nella successione variabile delle forme e delle cromie, il cui gioco seduttivo passa attraverso la percezione di un ritmo sempre nuovo e sorprendente. Il principio generatore di queste opere è semplice quanto sofisticato: l’arte è costruzione di forme (in qualsiasi linguaggio visivo) che, accordate, si organizzano per legami e rapporti o per antitesi e contrasti. Dove tutto ha una sua ragione d’essere.
In realtà l’abilità combinatoria di Panzino si muove sempre sul crinale di un virtuosismo affinato negli anni e sempre rinnovato, che non rinuncia mai all’eleganza dell’impaginato e alla preziosità degli orditi, sia quando sublima i bianchi o sollecita i colori a produrre scale sinfoniche. Perciò insiste sull’ambiguità percettiva come fondamento della sua poetica, così come sul rigore e purezza delle forme simili a geometriche architetture dinamicamente disposte nello spazio. E perciò niente, nel suo lavoro, è inerme, statico, freddo. Semmai si assiste a un’ astrazione che si fa evocativa, calda, persino lirica.
Le carte irregolari nei bordi corrosi e sfrangiati, le linee di sottili listelli che creano confini mobili, la bellezza intensa della materia duttile, strappata o cesellata nei motivi di un antico decoro (come nelle opere bianche e dorate), sono le apparenze di un discorso profondamente macerato nel tempo e alimentato da una cultura vasta e costantemente aggiornata. Si capisce allora che ciò che cerca Igino Panzino è l’inverarsi dell’idea, la materializzazione di un progetto che si realizza facendo, si ordina disponendo le forme ritagliate in un sistema compositivo la cui metrica chiede equilibrio, armonia assoluta, foss’anche nella dissonanza apparentemente casuale del non-finito. Anzi, proprio in virtù della negazione della rigidezza formale, il lavoro esalta la manualità raffinata con cui evidenzia i profili delle carte, la scomposizione dei piani, i passaggi di luce, l’addensarsi delle ombre, la qualità pittorica di testi plasticamente strutturati.
Questi lavori sono allora luoghi di un’utopia che Panzino persegue da anni e che, attraverso vari momenti della sua produzione, riprende e rimette in discussione trovando la possibilità di un ulteriore approfondimento: la funzione dell’arte che investe la coscienza e produce esperienze emozionali profonde. Di cui sente tutta la responsabilità intellettuale. Come negli ultimi lavori dove, alla presenza meno evidente delle carte che lascia come scenografie di fondo, propone la magia del suo tratto grafico: qui, mentre attinge frammenti da medievali codici miniati in un chirurgico prelievo di un suo personale piacere, li reinterpreta in una modalità singolare eppure così sua, così insistentemente coerente col percorso di una vita.
La mostra s’intitola “Carta Canta” e resterà aperta sino al 16 luglio. Panzino si misura, da sempre, col valore della forma come modello di una realtà ideale che implica e contiene altre possibilità sottoposte ad un’organica interazione, concettuale ed estetica. Il denominatore comune di questi lavori, che attraversano circa venti anni della sua attività artistica, va ricercata non solo nell’uso dei materiali che ritornano insistentemente nella sua sperimentazione materica e compositiva (in questo caso la carta da acquerello, morbida e porosa) ma anche nella modalità strutturale che controlla, con consumata sapienza manuale, strumenti essenziali di un linguaggio ridondante di senso. Concepiti come oggetti che possono vivere sia a parete che indipendenti, i lavori di Igino Panzino si offrono come “scatole” di legno chiaro e naturale, involucri preziosi che racchiudono piani sovrapposti e interdipendenti di superfici nervose, cadenzate nello spazio praticabile della tridimensionalità delle teche.
A scandire le profondità sono gli slittamenti delle carte nella successione variabile delle forme e delle cromie, il cui gioco seduttivo passa attraverso la percezione di un ritmo sempre nuovo e sorprendente. Il principio generatore di queste opere è semplice quanto sofisticato: l’arte è costruzione di forme (in qualsiasi linguaggio visivo) che, accordate, si organizzano per legami e rapporti o per antitesi e contrasti. Dove tutto ha una sua ragione d’essere.
In realtà l’abilità combinatoria di Panzino si muove sempre sul crinale di un virtuosismo affinato negli anni e sempre rinnovato, che non rinuncia mai all’eleganza dell’impaginato e alla preziosità degli orditi, sia quando sublima i bianchi o sollecita i colori a produrre scale sinfoniche. Perciò insiste sull’ambiguità percettiva come fondamento della sua poetica, così come sul rigore e purezza delle forme simili a geometriche architetture dinamicamente disposte nello spazio. E perciò niente, nel suo lavoro, è inerme, statico, freddo. Semmai si assiste a un’ astrazione che si fa evocativa, calda, persino lirica.
Le carte irregolari nei bordi corrosi e sfrangiati, le linee di sottili listelli che creano confini mobili, la bellezza intensa della materia duttile, strappata o cesellata nei motivi di un antico decoro (come nelle opere bianche e dorate), sono le apparenze di un discorso profondamente macerato nel tempo e alimentato da una cultura vasta e costantemente aggiornata. Si capisce allora che ciò che cerca Igino Panzino è l’inverarsi dell’idea, la materializzazione di un progetto che si realizza facendo, si ordina disponendo le forme ritagliate in un sistema compositivo la cui metrica chiede equilibrio, armonia assoluta, foss’anche nella dissonanza apparentemente casuale del non-finito. Anzi, proprio in virtù della negazione della rigidezza formale, il lavoro esalta la manualità raffinata con cui evidenzia i profili delle carte, la scomposizione dei piani, i passaggi di luce, l’addensarsi delle ombre, la qualità pittorica di testi plasticamente strutturati.
Questi lavori sono allora luoghi di un’utopia che Panzino persegue da anni e che, attraverso vari momenti della sua produzione, riprende e rimette in discussione trovando la possibilità di un ulteriore approfondimento: la funzione dell’arte che investe la coscienza e produce esperienze emozionali profonde. Di cui sente tutta la responsabilità intellettuale. Come negli ultimi lavori dove, alla presenza meno evidente delle carte che lascia come scenografie di fondo, propone la magia del suo tratto grafico: qui, mentre attinge frammenti da medievali codici miniati in un chirurgico prelievo di un suo personale piacere, li reinterpreta in una modalità singolare eppure così sua, così insistentemente coerente col percorso di una vita.
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