Unta, bisunta e sincera La cucina di Chef Rubio
Ha il corpo pieno di tatuaggi e uno sguardo a volte torvo. Simpatico e irriverente, non ha l'aria azzimata dei cuochi di Sky o quella da bravi ragazzi che hanno i partecipanti ai programmi di...
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Ha il corpo pieno di tatuaggi e uno sguardo a volte torvo. Simpatico e irriverente, non ha l'aria azzimata dei cuochi di Sky o quella da bravi ragazzi che hanno i partecipanti ai programmi di Antonella Clerici. No, chef Rubio è diverso: informale, diretto, parla la lingua che si sente nelle trattorie, a volte con qualche parola forte, non quella raffinata dei ristoranti a tre stelle. Ma è così che chef Rubio, al secolo Gabriele Rubini, ha conquistato il mondo dei social e delle tv. Domani sarà in piazza Duomo a Sassari alle 22,30, nel festival “Sulla terra leggeri”, per presentare il libro che ha scritto per Rizzoli: “Mi sono mangiato il mondo, viaggio fotografico tra storie, cibi e persone”.
Divertimento e provocazione, dunque, sembrano gli ingredienti con i quali chef Rubio confeziona i propri piatti. In un mondo dove la cucina è diventata una sorta di metastasi mediatica, ha messo i piedi nel piatto. Basta con i cooking show, viva la cucina vera. Non quella degli studi tv, con i cuochi in divisa immacolata e nome stampato in evidenza sul petto della giacca. No, quella semplice a base di zuppe, frittate, sughi, di piatti unti e bisunti, che hanno fatto diventare grandi generazioni di italiani. Dove è finito il cibo della tradizione? È, dice chef Rubio, nei piatti di strada. Pardon, nello street food. Oppure nelle trattorie dove, dice un luogo comune, si fermano a mangiare i camionisti. Loro sì che se ne intendono. Mica quei “fighetti” che fanno gli ospiti negli show in prima serata delle tv commerciali. E alla cucina delle trattorie dei camionisti e al cibo di strada ha dedicato molta attenzione.
Chef Rubio, che cosa ha mangiato oggi a colazione: cavallette o lombrichi?
«No, un pezzo di crostata fatta da una mia vicina di casa, che mi ha ricordato quelle che mangiavo da piccolo».
Una colazione normale, quindi. Ma perché anche nelle case si mangiano biscotti industriali e merendine?
«Perché facciamo una vita di merda e mangiamo merda. Non si può mangiare bene in un mondo dove si corre e non c'è tempo neanche per sedersi cinque minuti. Ormai si mangia in piedi. E se i genitori mangiano così non possiamo pretendere che i figli mangino meglio».
E intanto gli chef in tv propongono piatti e modelli alimentari irreali.
«Non so che cosa facciano gli altri. Io vorrei che non ci fossero eroi o miti. Anche per i figli, il modello va cercato nella vita reale. Ai figli dobbiamo dare la possibilità di fare delle esperienze dirette. Si, anche la Nutella e le patatine, una tantum, senza proibire nulla. Saranno loro a scegliere».
Tutto consentito, dunque, anche insetti e cibo che riteniamo disgustoso?
«Non esiste cibo disgustoso. Semmai siamo noi che non siamo preparati a mangiarlo»
Che cosa conosce della cucina sarda?
«Conosco quella gallurese, dell'Ogliastra e Barbagia e quella del Cagliartitano. Sono curioso di conoscere quella del Sassarese. Il piatto simbolo della Sardegna? Per me è il pane frattau, mi piace tanto».
Manderebbe suo figlio in un istituto alberghiero?
«No, preferirei fargli fare quello che ho fatto io. Prima il liceo classico. Poi la gavetta nei ristoranti, partendo con dei buoni maestri».
Un'ultima domanda. Perchè tutti quei tatuaggi sul corpo?
«È un racconto di come ero io quando avevo vent’anni».
Divertimento e provocazione, dunque, sembrano gli ingredienti con i quali chef Rubio confeziona i propri piatti. In un mondo dove la cucina è diventata una sorta di metastasi mediatica, ha messo i piedi nel piatto. Basta con i cooking show, viva la cucina vera. Non quella degli studi tv, con i cuochi in divisa immacolata e nome stampato in evidenza sul petto della giacca. No, quella semplice a base di zuppe, frittate, sughi, di piatti unti e bisunti, che hanno fatto diventare grandi generazioni di italiani. Dove è finito il cibo della tradizione? È, dice chef Rubio, nei piatti di strada. Pardon, nello street food. Oppure nelle trattorie dove, dice un luogo comune, si fermano a mangiare i camionisti. Loro sì che se ne intendono. Mica quei “fighetti” che fanno gli ospiti negli show in prima serata delle tv commerciali. E alla cucina delle trattorie dei camionisti e al cibo di strada ha dedicato molta attenzione.
Chef Rubio, che cosa ha mangiato oggi a colazione: cavallette o lombrichi?
«No, un pezzo di crostata fatta da una mia vicina di casa, che mi ha ricordato quelle che mangiavo da piccolo».
Una colazione normale, quindi. Ma perché anche nelle case si mangiano biscotti industriali e merendine?
«Perché facciamo una vita di merda e mangiamo merda. Non si può mangiare bene in un mondo dove si corre e non c'è tempo neanche per sedersi cinque minuti. Ormai si mangia in piedi. E se i genitori mangiano così non possiamo pretendere che i figli mangino meglio».
E intanto gli chef in tv propongono piatti e modelli alimentari irreali.
«Non so che cosa facciano gli altri. Io vorrei che non ci fossero eroi o miti. Anche per i figli, il modello va cercato nella vita reale. Ai figli dobbiamo dare la possibilità di fare delle esperienze dirette. Si, anche la Nutella e le patatine, una tantum, senza proibire nulla. Saranno loro a scegliere».
Tutto consentito, dunque, anche insetti e cibo che riteniamo disgustoso?
«Non esiste cibo disgustoso. Semmai siamo noi che non siamo preparati a mangiarlo»
Che cosa conosce della cucina sarda?
«Conosco quella gallurese, dell'Ogliastra e Barbagia e quella del Cagliartitano. Sono curioso di conoscere quella del Sassarese. Il piatto simbolo della Sardegna? Per me è il pane frattau, mi piace tanto».
Manderebbe suo figlio in un istituto alberghiero?
«No, preferirei fargli fare quello che ho fatto io. Prima il liceo classico. Poi la gavetta nei ristoranti, partendo con dei buoni maestri».
Un'ultima domanda. Perchè tutti quei tatuaggi sul corpo?
«È un racconto di come ero io quando avevo vent’anni».
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