La Nuova Sardegna

Battiston, l’anti-social: «Odio gossip e selfie»

di Fabio Canessa
Battiston, l’anti-social: «Odio gossip e selfie»

La Maddalena, l’attore friulano sul palco del festival

3 MINUTI DI LETTURA





LA MADDALENA. Una famosa frase dell’attore e regista russo Konstantin Stanislavskij recita che «non esistono piccoli ruoli, ma piccoli attori». E di certo Giuseppe Battiston non lo è. E non si parla della sua struttura fisica. Abbondante quanto il talento. Nella sua carriera è stato spesso impiegato in ruoli “secondari”, ma fondamentali nel racconto (ha vinto tre David di Donatello come miglior attore non protagonista), dando vita a personaggi che non si dimenticano al di là del minutaggio nei film.

Di questi e non solo ha parlato alla Maddalena, ospite del festival “La valigia dell’attore” (che si è concluso ieri con l’omaggio a Gian Maria Volonté) dove sono stati anche proiettati i suoi due più recenti lungometraggi. “Dopo la guerra” di Annarita Zambrano, che riflette sull’eredità degli anni del terrorismo in Italiae il film più corale “Hotel Gagarin” di Simone Spada che rappresenta un omaggio al cinema come fabbrica dei sogni. Spunto per parlare con Battiston dei suoi sogni, della passione che lo ha spinto verso il mestiere della recitazione. Quasi per necessità. «Era l’unica cosa che mi teneva sveglio, quando studiavo mi addormentavo. Degli anni del liceo non rimpiango nulla, ho un ricordo terribile. Per fortuna ho scoperto il teatro che mi ha salvato. Dovrebbe essere obbligatorio nelle scuole, è una palestra di vita». Dopo i primi laboratori a Udine, ottenuta la maturità Battiston lascia il Friuli per andare a Milano e frequentare la Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi. Ancora allievo («E ci fu bisogno di una dispensa perché prima del diploma era vietato, pena l’esclusione, avere contratti professionali») prende parte al film “Italia-Germania 4-3”. Il grande successo arriva una decina di anni dopo, nel Duemila, grazie a “Pane e tulipani” di Silvio Soldini. «Film di cui ho un ricordo indelebile» sottolinea Battiston che con il tempo ha costruito un percorso di attore fondato sempre più sulla lotta contro il già visto. «Non mi interessa fare la maschera. L’aspetto più stimolante di questo lavoro è confrontarsi con cose mai fatte prima, che non conosco, che devo imparare. Per me è importante uscire dal sentiero che la pigrizia dei produttori, e anche degli spettatori, vuole importi. Non rimanere incastrato in un personaggio».

E basta guardare la sua filmografia con attenzione per scoprire personaggi diversi. Piccoli gioielli come “Io sono Li” di Andrea Segre, dove Battiston incarna un provincialismo meschino e razzista, o successi come “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese dove all’attore è affidato un monologo chiave del film che riflette sulle relazioni al tempo di cellulari e social. «Senza offendere nessuno, oggi c’è una sottocultura fatta di pettegolezzi e selfie che è diventata la base della comunicazione della nostra epoca. Il telefonino ha sostituito il diario e gli amici. E credo che lo spettatore sia stato attirato da una curiosa morbosità sulla quale è stato poi portato a riflettere. Io, mi dispiace, sono completamente a-social. Non ho profili di alcun tipo». Per seguirlo basta andare al cinema («in autunno - anticipa - uscirà “Troppa grazia” diretto da Gianni Zanasi»), sperare di vederlo in qualche serie tv (di recente ha preso parte al progetto internazionale “Trust” con la regia di Danny Boyle, «Un regista geniale» sottolinea Battiston), o aspettare un suo ritorno a teatro dove si è tolto grandi soddisfazioni in particolare con lo spettacolo “Orson Welles’Roast” con il quale ha vinto anche il prestigioso premio Ubu. «Un omaggio a un gigante e una riflessione sul valore dell’indipendenza».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative