La Nuova Sardegna

La dura vita in trincea degli editori sardi

di Roberto Sanna
La dura vita in trincea degli editori sardi

Numeri in calo nel primo semestre del 2018, però si continua a investire: «Noi ci crediamo ma serve una nuova legge»

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SASSARI. Un primo semestre da dimenticare dopo un 2017 che in qualche misura sembrava lanciare segnali positivi. L’editoria sarda, alla pari di altri comparti regionali e in linea con le cifre nazionali, deve ancora stringere i denti prima di poter dire di aver superato il momento nero: cifre in calo nelle vendite e nell’occupazione, nomi storici che per tenersi a galla devono fare acrobazie di ogni genere. Eppure si va avanti, confortati anche dal fatto che in Sardegna comunque si continua a leggere tanto e anche a scrivere tanto, se è vero che le vendite della narrativa sarda sono schizzate nel giro di poco tempo e che non è infrequente vedere autori sardi firmare contratti con case di rilievo nazionale.

CHI RESISTE. Le case editrici censite in Sardegna sono una trentina, anche se poi quelle “pure” forse non arrivano a dieci «e a volte hanno dovuto sottostare a un pesante ridimensionamento di organico – dice Simonetta Castia, presidente dell’Associazione editori sardi –. Ogni anno c’è qualcuno che scommette in questo settore e apre una nuova casa editrice, di contro c’è qualcun altro che deve chiudere. Chi apre spera sempre di superare il punto critico, non è però facile arrivare a cinque anni di vita. Diciamo che in questo momento stiamo registrando una scarsa attenzione a livello istituzionale e non sto parlando di finanziamenti: si fa fatica a capire le politiche, così spesso gli editori rischiano in proprio mettendosi in autogestione». Tanto per essere chiari e diretti, gli editori « in stragrande maggioranza ritengono inefficace la legge 22 perché priva di adeguate risorse e inapplicata in diversi capitoli, pur reputandola una buona legge che meriterebbe una attuazione integrale e una revisione per renderla più adeguata alle necessità del comparto» aggiunge Mario Argiolas, responsabile dell’Ufficio studi dell’Aes, il quale poi aggiunge che «il numero degli editori che pubblica con continuità negli ultimi dieci anni è calato del 20 per cento e come dimostrano anche i grafici, la produzione media annua dei titoli è diminuita del 28 per cento. Le tirature sono diminuite mediamente del 30 per cento, così come negli ultimi due lustri è diminuito il fatturato medio annuo, del 28 per cento. La stessa forza lavoro è diminuita del 50 per cento, l da una media di quattro dipendenti per casa editrice si è passati a due. Nonostante questo, si continua a scommettere nell’editoria, si prova a rinnovare contenuti e grafica, stanno aumentando anche le produzioni multimediali».

IL NODO LIBRERIE. Gli editori sono anche perplessi sui tantissimi titoli, principalmente quelli storici, fermi nelle librerie. I numeri non sono per nulla confortanti: nel semestre appena trascorso si è registrato un calo variabile delle vendite, oscillante dal 10 per cento comunicato da alcune case editrici al -30/40% della distribuzione specializzata. «Il franchising è sempre più diffuso ed è un sistema con un controllo molto stretto su pagamenti, assortimenti e politiche di promozione. Di fatto noi diamo i libri in conto deposito – spiega Simonetta Castia –, sistema che però ha prospettive di incasso che va ben oltre i dodici mesi. Questo circolo vizioso porta, a lungo andare, a erodere la quota di mercato assegnata ai prodotti realizzati nell’isola. Così la differenza la fanno i bravi librai, che credono nel prodotto locale e, pur tra tante difficoltà, lo spingono sul mercato e fanno attività di servizio a favore delle biblioteche locali, vincendo la concorrenza nazionale».

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