La Nuova Sardegna

La voce di Diawara contro odio e razzismo

di Andrea Musio

All’anfiteatro di Tharros per il cartellone di Dromos Revolution il concerto della cantante del Mali

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THARROS. Dura come una roccia e dolce come una madre. Fatoumata Diawara, portavoce femminile della giovane Africa. Un concerto incandescente lunedì sera all'anfiteatro Tharros, tutto esaurito. Un nome altisonante nella nuova world music per il cartellone di Dromos Revolution, dedicato al cinquantenario della rivoluzione culturale del '68.

Coraggiosa Fatoumata. In un periodo storico in cui l'odio sembra prendere il sopravvento, lei canta e prega per la pace e per l'amore e non solo per il popolo africano ma per il genere umano tutto. «Dobbiamo smettere di giudicarci a vicenda – grida a gran voce – Cibo e non bombe, amore e non odio, abbracci e non pugni. Dobbiamo smettere di combattere per il colore della pelle. Siamo come il Signore ci ha fatti e dobbiamo unirci per salvare il pianeta, ripulire i mari, lasciare un mondo migliore per i nostri figli. Loro non hanno colpa della nostra pazzia».

Novanta minuti di live mozzafiato con ritmi serrati, a tratti cadenzati, e dolci melodie. Un set tutto da ballare con i ritmi tribali ed un jazz fusion che da subito ha trascinato il pubblico presente sotto al palco, dimenticando le poltroncine dell'arena. Impossibile stare immobili. La granitica energia della cantante malese ha da subito contagiato i presenti, con una performance al fulmicotone in cui non ha risparmiato energie per ricambiare l'affetto che i suoi fan, giunti nell'area archeologica della Penisola del Sinis, da ogni angolo dell'isola.

«Una serata importante – spiega il direttore artistico di Dromos, Salvatore Corona – sancisce una collaborazione importante con le Cantine Contini perché si sono addossati tutte le spese del concerto, così come l'Hotel Mistral 2 nel caso del concerto di Marialy Pacheco della settimana scorsa».

Una band di supporto esuberante, composta da Yacouba Kone alla chitarra, Arecio Smith alle tastiere, Sekou Bah al basso e Jean Baptiste Gbadoe alla batteria, a chiudere il cerchio per una serata esaltante e toccante allo stesso tempo. Brani presi dall'ultimo album intitolato “Fenfo” pubblicato tre mesi fa dalla Shanachie Records, alcuni dei precedenti dischi ed alcuni tributi a Nina Simone, Stevie Wonder e «a colui che per primo ha parlato dell'Africa al mondo», spiega la Dawara: il grande padre Fela Kuti.

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