La Nuova Sardegna

Solo la poesia può ricomporre il senso delle nostre esistenze

di FEDERICO PALOMBA
Solo la poesia può ricomporre il senso delle nostre esistenze

“Il sicario di Sharm El Sheikh”, la raccolta di versi di Ghigo Ravenna Pagine mosse dalla tensione fra timore dell’oblio e aspirazione all’eterno 

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Che cosa può indurre un giovane e brillante avvocato, come Ghigo Ravenna, a scrivere un libro di poesie? Ce lo spiega lui stesso: è la necessità di operare una catarsi dalle emozioni, liberandole, convogliandole nelle parole, tramutandole in concetti. E così spartirle. Con questo progetto Ghigo Ravenna ha scritto 58 poesie e due racconti nel libro uscito per i tipi dell’editrice La Zattera con il titolo “Il sicario di Sharm El Sheikh”. Così facendo, egli si pone nel solco dell’invito che il grande giurista Francesco Carnelutti rivolgeva ai giovani giuristi dicendo loro: «Amate le parole, che sono gli incunaboli del pensiero».

Le poesie sono raccolte in tre capitoli: “Il vento”, “Il fuoco”, “Il colore”. Ciascuna di esse, e tutte nel loro insieme, adempiono al compito della poesia che, nei suoi ricercati accostamenti fonetici, quando non ossimorici, vuole suscitare nel lettore il bisogno di mettersi in discussione, leggendo e rileggendo con la curiosità di chi ha interesse per quello che essa ancora di più potrebbe rivelare. D’altra parte l’autore è ben consapevole che le poesie, una volta “varate”, possono produrre nel lettore sensazioni che possono essere diverse da chi le ha ingabbiate nelle parole. E non è risultato da poco in una fase storica nella quale la superficialità sembra avere il sopravvento tanto da indurre un filosofo-teologo come Vito Mancuso a consegnare un suo recentissimo libro dal titolo “Il bisogno di pensare”.

Questa libertà riconosciuta dall’autore a chi legge autorizza a darne una lettura complessiva, ovviamente soggettiva. Mi pare che il libro si faccia carico, con originalità, del più primordiale e cruciale conflitto dell’umanità: quello tra timore dell’oblio e aspirazione all’eterno. Con accenti amari e ripetuti vengono descritte angosce esistenziali dell’uomo, cogliendo fino in fondo, talora scarnificando, l’eventualità o la paura che niente resti; si assume, anche con personale sofferenza, la precarietà dell’essere e talora l’inanità dell’agire; si svelano impietosamente intime contraddizioni. Questo sembrano esprimere parole e idee ricorrenti: la corsa come fuga (soprattutto da se stessi); la vacuità; la presa d’atto che quello che si pensava non c’è mai stato, o non c’è più, o mai più ci sarà, dove il rimpianto si accompagna alla tristezza per la constatazione. Persino l’amore è «amaro come il mare ed evaporabile ad ogni sole».

Eppure sembra che da tutto ciò non trasudi l’abbandono al nichilismo: le descrizioni sono sofferte, ma non compiaciute; le storie comunicano tristezza, ma non condivisione. Il lettore è condotto per mano dentro un crudo mondo fatto di verità credute ma non vere, o di non verità credute vere, di realtà pensate diverse da come sono o delle quali si prende atto d’improvviso e con dolore, nel quale raramente regna lo stupore della presa d’atto della caducità (con quello che ciò significherebbe in termini di catarsi e di riallineamento dello spirito) mentre la valutazione oggettiva porterebbe solo nudità non scusabile. L’unico personaggio vero sembra Jekill, che non ha bisogno di cambiare mentre fa il suo sporco lavoro che produce coriandoli in carne.

E invece … Invece sembra che l’autore abbia voluto comunicare una sua visione del conflitto e della sua risoluzione, abbia voluto indicare da che parte sta. Quando ha descritto, ha raccontato e basta; quando ha messo a nudo, ha svestito e basta; quando ha svelato, non ha taciuto niente, e basta. Ma non ha condiviso; semmai è apparso attonito. Il suo esplorare quel mondo dolente non contiene un giudizio definitivo, del tipo: è tutto così, e non c’è spiraglio. E’ come se fosse stato attento a non confondere la descrizione dall’affermazione, che è – questa sì – sua e non di altri, con la quale ha scolpito su pietra il suo pensiero su uno dei più cruciali conflitti dell’umanità.

L’irrequietezza, l’insoddisfazione, la desolazione che spesso ha dipinto potrebbero, così, essere figlie della nostalgia per il bisogno di assoluto che non si vede realizzato. Infatti, ha preso posizione e si è rivelato quando ha detto: «Nessun viaggio è privo di eternità», idea contenuta nella poesia che ha dato il titolo al libro ma divenuta manifesto programmatico del libro. Se così è, le sue descrizioni non suppongono e non reclamano l’oblio: se ogni percorso può richiamare l’eterno, il viaggio, qualunque e di chiunque sia, anche tra quelli che ha descritto, ammette il riscatto. Ciò trasforma la sua fotografia in film: la negazione non è definitiva perché c’è un dopo, c’è un finale, che può essere di tutti. L’eternità può appartenere a tutti.

A questo punto vien da pensare che quelle vite descritte, che paiono avviate al deragliamento, possano riacquistare un biglietto per l’eternità. Questo appare non solo con la frase richiamata come il caposaldo del suo pensiero, ma anche con i racconti che traboccano di bisogno di assoluto e di eternità, come emerge chiaramente soprattutto dal capitolo sul “ritorno”. Esso appare come un chiaro segno dello struggente bisogno di perennità, di un poi infinito e assoluto che non finisce (questo forse significa eternità). In tal modo i viaggi non finiscono qui e così; nessun viaggio finisce così.

L’opera di Ghigo Ravenna produce l’effetto proprio della poesia: pretende meditazione, approfondimento, silenzio, umiltà. Costringe a pensare; e quando si pensa ci si mette in gioco continuamente. E’ quello che il libro costringe dolcemente a fare quando ingenera la curiosità di carpirne l’anima, di passare dall’istantanea al film, compito che spetta non più all’autore ma al lettore. Potrà pure, alla fine, non aversi una certezza; ma averci provato è già parte del gioco della vita. E questo è un bel frutto del libro.



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