Il ritorno di Falcò tra spie bellissime e fiumi di denaro
di Alessandro Marongiu
Esce “L’ultima carta è la morte” di Arturo Pérez-Reverte Una storia che senza facilonerie si rifà ai noir d’altri tempi
3 MINUTI DI LETTURA
«Non conosco nessuno, nel duro mondo in cui viviamo, in grado di gestire le cose crudeli e oscure con la naturalezza con cui lo fai tu. Sei un attore perfetto, un truffatore matricolato e un criminale pericoloso… Perfino il sangue sembra scivolarti addosso senza lasciare tracce, come sopra una tela cerata»: in un contesto, diciamo, normale, queste parole suonerebbero poco lusinghiere. Nel contesto in cui vengono pronunciate, però, assumono valenza pari a dei complimenti, addirittura a un elenco di qualità da far invidia: perché è l’Ammiraglio ad esprimersi così, e lo sta facendo all’indirizzo del suo sottoposto Lorenzo Falcò, il protagonista di “L’ultima carta è la morte” di Arturo Pérez-Reverte (Rizzoli, 386 pagine, 20 euro), con cui i lettori hanno già preso dimestichezza grazie al fortunato “Il codice dello scorpione” del 2017.
Non che i rapporti tra i due siano semplici – la spia non sa tenere a freno la lingua, e in passato, quando non lavorava ancora per lui, l’Ammiraglio ha cercato di farlo ammazzare: per il bene supremo del Paese, sia chiaro –, ma tant’è: Falcò è il miglior uomo a disposizione dello SNIO, il servizio che, nella Spagna in cui si combatte la guerra civile tra i repubblicani “rossi” e i nazionali di Franco, si occupa per conto di questi ultimi di infiltrazioni, sabotaggi, “trattamenti” (torture) e “congedi” (uccisioni). Il resto, le intemperanze, le sbruffonerie, può passare in secondo piano. La missione è delicata: un fiume di danaro del Banco de España, nella forma di sei-settecento tonnellate in monete antiche e lingotti d’oro, è stato trasferito in Russia dai repubblicani («c’è chi prende precauzioni nel caso tutto si risolva in un fuggifuggi finale», commenta sarcastico Tomás Ferriol, il banchiere ufficioso dei nazionali); una parte rilevante, circa trenta tonnellate, è stata caricata a bordo della nave mercantile “Mount Castle”, che si trova a Tangeri, in acque neutrali. Ormeggiato accanto, pronto a dar battaglia per la sponda fedele al Caudillo e a riportare in patria il bottino, c’è il cacciatorpediniere “Martín Álvarez”. «E cosa ci si aspetta che io faccia?», domanda l’agente all’Ammiraglio, che gli risponde: «Che tu vada a Tangeri e torni con quelle tonnellate d’oro». Falcò rimane a bocca aperta: «Così, con le buone?»; la replica è quanto mai scontata: «Con le buone, o con le cattive».
Rifacendosi al noir d’altri tempi, con “L’ultima carta è la morte” Arturo Pérez-Reverte scrive un romanzo a portata di grande pubblico, che però, al grande pubblico, evita di strizzare l’occhio con semplificazioni o facilonerie: siamo nei territori del genere puro, ma di quello con un suo certo peso specifico, insomma. Il personaggio principale accentra tutta o quasi l’attenzione del lettore, con la sua caratterizzazione volutamente spinta all’eccesso: bello quanto affascinante, ha uno stuolo di amanti in ogni porto, è sempre letale quando è armato o deve menare le mani e, se gli conviene, non si fa troppi scrupoli a tradire in un lampo un padrone per il suo nemico. Ma anche Falcò, pur così idealizzato, come tutti gli esseri (e i personaggi) umani ha un punto debole. «Non l’avevano mai ingannato prima, ricordò assorto. Mai una donna, e mai in quel modo. Si era rivelata un’indiscutibile maestra nel gioco sporco, rischioso, a cui giocavano entrambi»: lei, il punto debole, è Eva Neretva, russa e spietata, e il fatto che sia già a Tangeri, a bordo della “Mount Castle”, ad attenderlo per un incontro che potrebbe essere definitivo, non lascia per niente tranquilli né Lorenzo, né il suo cuore.
Non che i rapporti tra i due siano semplici – la spia non sa tenere a freno la lingua, e in passato, quando non lavorava ancora per lui, l’Ammiraglio ha cercato di farlo ammazzare: per il bene supremo del Paese, sia chiaro –, ma tant’è: Falcò è il miglior uomo a disposizione dello SNIO, il servizio che, nella Spagna in cui si combatte la guerra civile tra i repubblicani “rossi” e i nazionali di Franco, si occupa per conto di questi ultimi di infiltrazioni, sabotaggi, “trattamenti” (torture) e “congedi” (uccisioni). Il resto, le intemperanze, le sbruffonerie, può passare in secondo piano. La missione è delicata: un fiume di danaro del Banco de España, nella forma di sei-settecento tonnellate in monete antiche e lingotti d’oro, è stato trasferito in Russia dai repubblicani («c’è chi prende precauzioni nel caso tutto si risolva in un fuggifuggi finale», commenta sarcastico Tomás Ferriol, il banchiere ufficioso dei nazionali); una parte rilevante, circa trenta tonnellate, è stata caricata a bordo della nave mercantile “Mount Castle”, che si trova a Tangeri, in acque neutrali. Ormeggiato accanto, pronto a dar battaglia per la sponda fedele al Caudillo e a riportare in patria il bottino, c’è il cacciatorpediniere “Martín Álvarez”. «E cosa ci si aspetta che io faccia?», domanda l’agente all’Ammiraglio, che gli risponde: «Che tu vada a Tangeri e torni con quelle tonnellate d’oro». Falcò rimane a bocca aperta: «Così, con le buone?»; la replica è quanto mai scontata: «Con le buone, o con le cattive».
Rifacendosi al noir d’altri tempi, con “L’ultima carta è la morte” Arturo Pérez-Reverte scrive un romanzo a portata di grande pubblico, che però, al grande pubblico, evita di strizzare l’occhio con semplificazioni o facilonerie: siamo nei territori del genere puro, ma di quello con un suo certo peso specifico, insomma. Il personaggio principale accentra tutta o quasi l’attenzione del lettore, con la sua caratterizzazione volutamente spinta all’eccesso: bello quanto affascinante, ha uno stuolo di amanti in ogni porto, è sempre letale quando è armato o deve menare le mani e, se gli conviene, non si fa troppi scrupoli a tradire in un lampo un padrone per il suo nemico. Ma anche Falcò, pur così idealizzato, come tutti gli esseri (e i personaggi) umani ha un punto debole. «Non l’avevano mai ingannato prima, ricordò assorto. Mai una donna, e mai in quel modo. Si era rivelata un’indiscutibile maestra nel gioco sporco, rischioso, a cui giocavano entrambi»: lei, il punto debole, è Eva Neretva, russa e spietata, e il fatto che sia già a Tangeri, a bordo della “Mount Castle”, ad attenderlo per un incontro che potrebbe essere definitivo, non lascia per niente tranquilli né Lorenzo, né il suo cuore.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
