Storia di una sartina, ecco il feuilleton femminista di Bianca Pitzorno
Costantino Cossu
Una bambina, una donna, una sartina nella Sassari di fine Ottocento: è la protagonista del nuovo romanzo di Bianca Pitzorno, “Il sogno di una macchina per cucire” (Bompiani, 240 pagine, 16,00 euro)
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Una bambina, una donna, una sartina nella Sassari di fine Ottocento: è la protagonista del nuovo romanzo di Bianca Pitzorno, “Il sogno di una macchina per cucire” (Bompiani, 240 pagine, 16,00 euro). In un unico personaggio tre angoli visuali che definiscono una prospettiva precisa: il punto di vista di chi, specie in una società come quella dell’Italia tra XIX e XX secolo, non ha potere. «Una scelta, non casuale – spiega la scrittrice sassarese – . Nel romanzo precedente, “La vita sessuale dei nostri antenati” avevo scelto una protagonista colta e benestante. Qui ho voluto raccontare di una donna all’opposto, povera, analfabeta, indifesa, doppiamente debole in quanto proletaria e in quanto donna, che sa cosa vuol dire la fame. E’ per questo motivo che, a differenza che negli altri miei libri, parlo così spesso di cibo, descrivendo anche nel dettaglio i poveri pasti della sartina. E però la storia del movimento operaio ci ha mostrato tante donne forti e dignitose, autosufficienti e desiderose di migliorarsi. Di artigiane orgogliose del proprio lavoro».
Nel libro la protagonista legge “I misteri di Parigi” di Eugène Sue e “Storia di una sartina” di Carolina Invernizio. Due grandi modelli di romanzo popolare. “Il sogno della macchina da cucire” quanto guarda a quei modelli?
«Guarda molto al feuilleton, rivisitandolo ovviamente con occhi moderni. Ed anche alla grande narrativa popolare che nell’Italia ottocentesca erano i libretti del melodramma. La sartina non a caso ama Puccini».
Oltre alla protagonista, nel libro ci sono altre donne che combattono per la loro emancipazione: Ester Artonesi e, soprattutto, Lily Rose Briscoe (che evidentemente rimanda alla Lily Briscoe di “Gita al faro” di Virginia Woolf). Quali difficoltà incontrano?
«Ester è una donna fortunata, un’eccezione anche tra quelle del suo ceto. Non a caso è l’unica donna della città che mostri interesse per la scienza e la tecnologia. L’unico suo momento di debolezza è quando giovanissima cede anche lei all’illusione romantica del “grande amore”, ma si riprende in fretta. Però anche lei è vittima dei pregiudizi di casta, di classe. Il suo rapporto con la sartina non sarà mai alla pari. Anche miss Lily Rose parrebbe una donna già liberata: ricca, colta, stravagante, artista, gira il mondo da sola, va in bicicletta, ha interessi “maschili”. E per questo la città – i ricchi ma anche i poveri – non la possono accettare, la trovano ridicola o pericolosa e la condannano alla solitudine. La sua debolezza, la catena che nonostante tutto la tiene legata, è un legame amoroso che la umilia. Quando finalmente deciderà di liberarsene sarà troppo tardi. Per questo personaggio mi sono ispirata, mescolandone liberamente le caratteristiche, a tre donne reali, tre intellettuali americane attive in Sardegna nei primi del Novecento e a un delitto insoluto che si è davvero verificato a Sassari nel 1914 e di cui hanno parlato all’epoca tutti i giornali. Ci sono ritornati recentemente gli storici Alberto Pintus e Maria Cugia con “Il caso Giles”, che è stato pubblicato dalle Edizioni della Associazione storica Sassarese nel 2014».
Il romanzo lega la questione di genere con quella che un tempo veniva definita “questione sociale”: disparità tra i sessi ma anche disuguaglianza di classe.
«Nella società in cui vive la sartina le differenze di classe sono invalicabili, e lei, in quanto donna non viene considerata degna di venire coinvolta nei primi movimenti operai, tanto meno nella lotta di classe. Certo avrei potuto renderla più consapevole, farle fare incontri coinvolgenti in questo senso, gettarla nella mischia (a Milano c’era già stato, nel 1902, un famoso sciopero delle “piccinine”), ma mi sarebbe parso poco verosimile. Quelle come lei pensavano che “saper stare al proprio posto” fosse un valore».
Ci sono uomini, nel romanzo, che aderiscono senza residui ai valori di un universo segnato dal più brutale dominio maschile: Guelfo Rizzardo, il barone Salai. Ma ce ne sono altri che ne escono fuori. Guido, senz’altro, che è giovane, è il futuro; ma in fondo anche il maturo Urbano Del Sorbo, che all’adesione all’ordine patriarcale è stato indotto dalla madre Licinia, una donna di potere che i valori fondanti il dominio maschile difende e promuove attivamente, sino all’abiezione…
«Guido è un’eccezione romantica quasi poco verosimile, il sogno di ogni sartina, una illusione che infatti non si realizzerà nel concreto. Don Urbano è un debole e il suo tardivo pentimento ha più sapore di ipocrisia e paura dell’inferno che di vera consapevolezza. Il vero eroe maschile della storia per me è il falegname Giuseppe che, come il santo suo omonimo, non ha paura di sposare una donna di cattiva reputazione e di allevare figli non suoi; un artigiano che ama il proprio lavoro ma anche il teatro e la musica. Ciò che lo accomuna alla sartina e me lo fa amare, è l’orgoglio privo di frustrazione per l’opera delle proprie mani».
Al movimento femminista può bastare accontentarsi dei diritti di parità?
«Naturalmente no. Se si considera il mondo nel suo complesso la disparità enorme è sempre più quella tra ricchi e poveri. Bisogna avere ben presente che lottare per la parità di genere è molto diverso per una “sartina” odierna del Terzo Mondo, che cuce in semi schiavitù sempre lo stesso pezzo alla “catena di montaggio”, che non per un’architetta, una biologa o una stilista di moda europea».
Che cosa pensa del dibattito e delle polemiche innescati dal movimento #Metoo?
«Che denunciare le violenza subite è sacrosanto, a prescindere dalla buona o cattiva “reputazione” delle vittime. Certo, sarebbe meglio farlo immediatamente e non aspettare che altre ci diano il coraggio. L’unione serve a questo, a incoraggiarsi a vicenda. Eviterei però di credere ciecamente che le donne dicano sempre la verità e che qualcuna non accusi falsamente per altri motivi, oppure che, se denuncia dopo moltissimi anni violenze subite nell’infanzia, la sua memoria in alcuni casi non possa essere stata deformata e manipolata. Prima, alle denunce delle donne non si credeva mai; non è un buon motivo perché oggi ci si debba credere sempre e comunque: i radicalismi sono sempre pericolosi. Quello che più di tutto mi dispiace è che le vittime non si sentano sorelle e non denuncino con più vigore, come intollerabili, gli stupri “a pagamento” perpetrati ogni giorno dai rispettati “clienti” sulle nuove schiave, le prostitute straniere che non hanno voce per protestare e accusare e nessuno da cui farsi difendere».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Nel libro la protagonista legge “I misteri di Parigi” di Eugène Sue e “Storia di una sartina” di Carolina Invernizio. Due grandi modelli di romanzo popolare. “Il sogno della macchina da cucire” quanto guarda a quei modelli?
«Guarda molto al feuilleton, rivisitandolo ovviamente con occhi moderni. Ed anche alla grande narrativa popolare che nell’Italia ottocentesca erano i libretti del melodramma. La sartina non a caso ama Puccini».
Oltre alla protagonista, nel libro ci sono altre donne che combattono per la loro emancipazione: Ester Artonesi e, soprattutto, Lily Rose Briscoe (che evidentemente rimanda alla Lily Briscoe di “Gita al faro” di Virginia Woolf). Quali difficoltà incontrano?
«Ester è una donna fortunata, un’eccezione anche tra quelle del suo ceto. Non a caso è l’unica donna della città che mostri interesse per la scienza e la tecnologia. L’unico suo momento di debolezza è quando giovanissima cede anche lei all’illusione romantica del “grande amore”, ma si riprende in fretta. Però anche lei è vittima dei pregiudizi di casta, di classe. Il suo rapporto con la sartina non sarà mai alla pari. Anche miss Lily Rose parrebbe una donna già liberata: ricca, colta, stravagante, artista, gira il mondo da sola, va in bicicletta, ha interessi “maschili”. E per questo la città – i ricchi ma anche i poveri – non la possono accettare, la trovano ridicola o pericolosa e la condannano alla solitudine. La sua debolezza, la catena che nonostante tutto la tiene legata, è un legame amoroso che la umilia. Quando finalmente deciderà di liberarsene sarà troppo tardi. Per questo personaggio mi sono ispirata, mescolandone liberamente le caratteristiche, a tre donne reali, tre intellettuali americane attive in Sardegna nei primi del Novecento e a un delitto insoluto che si è davvero verificato a Sassari nel 1914 e di cui hanno parlato all’epoca tutti i giornali. Ci sono ritornati recentemente gli storici Alberto Pintus e Maria Cugia con “Il caso Giles”, che è stato pubblicato dalle Edizioni della Associazione storica Sassarese nel 2014».
Il romanzo lega la questione di genere con quella che un tempo veniva definita “questione sociale”: disparità tra i sessi ma anche disuguaglianza di classe.
«Nella società in cui vive la sartina le differenze di classe sono invalicabili, e lei, in quanto donna non viene considerata degna di venire coinvolta nei primi movimenti operai, tanto meno nella lotta di classe. Certo avrei potuto renderla più consapevole, farle fare incontri coinvolgenti in questo senso, gettarla nella mischia (a Milano c’era già stato, nel 1902, un famoso sciopero delle “piccinine”), ma mi sarebbe parso poco verosimile. Quelle come lei pensavano che “saper stare al proprio posto” fosse un valore».
Ci sono uomini, nel romanzo, che aderiscono senza residui ai valori di un universo segnato dal più brutale dominio maschile: Guelfo Rizzardo, il barone Salai. Ma ce ne sono altri che ne escono fuori. Guido, senz’altro, che è giovane, è il futuro; ma in fondo anche il maturo Urbano Del Sorbo, che all’adesione all’ordine patriarcale è stato indotto dalla madre Licinia, una donna di potere che i valori fondanti il dominio maschile difende e promuove attivamente, sino all’abiezione…
«Guido è un’eccezione romantica quasi poco verosimile, il sogno di ogni sartina, una illusione che infatti non si realizzerà nel concreto. Don Urbano è un debole e il suo tardivo pentimento ha più sapore di ipocrisia e paura dell’inferno che di vera consapevolezza. Il vero eroe maschile della storia per me è il falegname Giuseppe che, come il santo suo omonimo, non ha paura di sposare una donna di cattiva reputazione e di allevare figli non suoi; un artigiano che ama il proprio lavoro ma anche il teatro e la musica. Ciò che lo accomuna alla sartina e me lo fa amare, è l’orgoglio privo di frustrazione per l’opera delle proprie mani».
Al movimento femminista può bastare accontentarsi dei diritti di parità?
«Naturalmente no. Se si considera il mondo nel suo complesso la disparità enorme è sempre più quella tra ricchi e poveri. Bisogna avere ben presente che lottare per la parità di genere è molto diverso per una “sartina” odierna del Terzo Mondo, che cuce in semi schiavitù sempre lo stesso pezzo alla “catena di montaggio”, che non per un’architetta, una biologa o una stilista di moda europea».
Che cosa pensa del dibattito e delle polemiche innescati dal movimento #Metoo?
«Che denunciare le violenza subite è sacrosanto, a prescindere dalla buona o cattiva “reputazione” delle vittime. Certo, sarebbe meglio farlo immediatamente e non aspettare che altre ci diano il coraggio. L’unione serve a questo, a incoraggiarsi a vicenda. Eviterei però di credere ciecamente che le donne dicano sempre la verità e che qualcuna non accusi falsamente per altri motivi, oppure che, se denuncia dopo moltissimi anni violenze subite nell’infanzia, la sua memoria in alcuni casi non possa essere stata deformata e manipolata. Prima, alle denunce delle donne non si credeva mai; non è un buon motivo perché oggi ci si debba credere sempre e comunque: i radicalismi sono sempre pericolosi. Quello che più di tutto mi dispiace è che le vittime non si sentano sorelle e non denuncino con più vigore, come intollerabili, gli stupri “a pagamento” perpetrati ogni giorno dai rispettati “clienti” sulle nuove schiave, le prostitute straniere che non hanno voce per protestare e accusare e nessuno da cui farsi difendere».
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