Il secolo anti umanistico nell’antologica dedicata a Carrà
Chi se ne intende dice che si tratti della più ampia e importante rassegna antologica dedicata a Carlo Carrà. La curatrice, onore a lei, è Maria Cristina Bandera. Chi volesse sincerarsene coi propri...
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Chi se ne intende dice che si tratti della più ampia e importante rassegna antologica dedicata a Carlo Carrà. La curatrice, onore a lei, è Maria Cristina Bandera. Chi volesse sincerarsene coi propri occhi, potrà farlo sino al 3 febbraio del 2019 presso il Palazzo Reale di Milano: certamente non se ne pentirà.
Carrà, per intendersi, è uno dei pochi novecenteschi che fu molto amato e promosso dal più grande critico d’arte italiano del secolo scorso, Roberto Longhi. Il quale scriveva: «Vedetelo mentre dipinge e quasi sferza la sua tela, con le due smorfie di ogni pittore vero. Sulle labbra, quella della fatica materiale che l’opera sempre richiede all’operaio; sulla fronte, il cipiglio, invece, mentale, mentre s’inflette sulle memoria della propria poesia che sempre duole ripassando per gli occhi».
Per mio conto – le sollecitazioni sarebbero tantissime – mi limito a un quadro del 1917, “Penelope”: è il Carrà che dialoga con Giorgio De Chirico, e che, con questa sorta d’automa meccanizzato, messo in scena per incastri di colori – direbbe Longhi – «fulgidi e torvi», nella metallica intersezione degli spazi scomposti, annuncia, meglio del suo sodale metafisico, una delle declinazioni principali del secolo a venire: quella anti umanistica e nichilistica. Che si disegnerà poi sul solco tracciato dall’Heidegger di “Essere e tempo”, in vista del teatro dell’assurdo di Samuel Beckett, degli smembramenti di Francis Bacon.
Carrà, per intendersi, è uno dei pochi novecenteschi che fu molto amato e promosso dal più grande critico d’arte italiano del secolo scorso, Roberto Longhi. Il quale scriveva: «Vedetelo mentre dipinge e quasi sferza la sua tela, con le due smorfie di ogni pittore vero. Sulle labbra, quella della fatica materiale che l’opera sempre richiede all’operaio; sulla fronte, il cipiglio, invece, mentale, mentre s’inflette sulle memoria della propria poesia che sempre duole ripassando per gli occhi».
Per mio conto – le sollecitazioni sarebbero tantissime – mi limito a un quadro del 1917, “Penelope”: è il Carrà che dialoga con Giorgio De Chirico, e che, con questa sorta d’automa meccanizzato, messo in scena per incastri di colori – direbbe Longhi – «fulgidi e torvi», nella metallica intersezione degli spazi scomposti, annuncia, meglio del suo sodale metafisico, una delle declinazioni principali del secolo a venire: quella anti umanistica e nichilistica. Che si disegnerà poi sul solco tracciato dall’Heidegger di “Essere e tempo”, in vista del teatro dell’assurdo di Samuel Beckett, degli smembramenti di Francis Bacon.
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