La Nuova Sardegna

Il gioiello recuperato di una grande autrice dei nostri giorni

di Giuseppe Mussi
Il gioiello recuperato di una grande autrice dei nostri giorni

Esce in italiano “Un feroce dicembre” di Edna O’Brien Un’opera esemplare nel percorso della scrittrice irlandese

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È necessario che prima o poi qualche editore coraggioso si cimenti nella restituzione al lettore italiano della corposa opera di una delle più grandi scrittrici viventi; che lo faccia – s’intende – con l’ordine, la cura e l’attenzione dovuti, soprattutto perché l’autrice, oltre a essere una delle più nitide voci della letteratura anglofona contemporanea, è già – allo stesso tempo – un classico del secondo Novecento. Si parla naturalmente di Edna O’Brien (classe 1930, esordio nel 1960), di cui arriva finalmente in libreria, in traduzione, uno suoi più celebri romanzi, pubblicato in inglese nel 1999. È il bellissimo “Un feroce dicembre” (Einaudi, 297 pagine, 18 euro), libro esemplare nel percorso della scrittrice irlandese, per la qualità della narrazione, con un lessico incredibilmente incisivo e una non comune capacità di gestione del ritmo, per la capacità di evocare un luogo – in questo caso la «curva di un’insenatura» lacustre di Cloontha – in cui si succedono generazioni di allevatori con le loro secolari faide.

E infatti ad aprire il romanzo è proprio il ritorno in Irlanda, presso i terreni dei propri avi, di Michael Bugler, uomo cresciuto in Australia, dove i suoi antenati si erano recati in cerca di fortune, in seguito a un grave episodio legato proprio alla faida con i vicini; un episodio oggi, forse, dimenticato. E l’uomo è estremamente determinato a stabilirsi definitivamente a Cloontha, riprendere il proprio spazio e far fruttare la sua eredità. L’iniziale amicizia con il confinante Joseph Brennan comincia subito a declinare verso un astio che trova, nella storia delle rispettive famiglie, ragioni ulteriori di conflitto. E non aiuterà il loro rapporto il fatto che la sorella di Joseph, Breege, si trovi invece immediatamente e fatalmente attratta dal nuovo vicino. Edna O’Brien informa presto il lettore che la storia che ha innanzi si inerpicherà in modo incontrovertibile sulle strade della tragedia. Lo fa in modo sottile, ma estremamente efficace: già il prologo del libro percorre l’idea che la storia dell’uomo sia una e una sola, perché la «irresistibile schiavitù della follia» corrisponde al «marchio dei vivi», condannati – tutti – a riconquistare, in una sorta di «coazione a ripetere», quello che è già stato perduto. La scrittrice affida inoltre a una straordinaria figura qual è «il Catorcio», con «un moncone al posto della gamba, un rebbio di ferro al posto della mano e la gobba di uno spiritello maligno», il compito di intervenire per far sì che gli eventi precipitino il più rapidamente possibile; e allo stesso Brennan dona la capacità oracolare di raccontare per frammenti la storia antica, dalla Bibbia a Shakespeare, in un singolare e inquieto ammonimento per sé e gli altri.

Alla O’Brien non interessa scavare nella psicologia dei personaggi, sa che non è più possibile: così indaga sulle relazioni e la dinamica dei rapporti, sulle cause e conseguenze delle azioni di ciascun individuo. Il risultato è strepitoso, e il microcosmo di Cloontha assurge in tutta la sua potenza simbolica: uomini, animali e luoghi sono tutti funzione della necessità della tragedia. È un universo di violenza, inganno, prevaricazione, sopraffazione, rimorso, dove l’amore non può mai compiersi e dove il corpo viene raccontato come saprebbe fare solo Philip Roth (non a caso uno dei massimi sostenitori dell’autrice). “Un feroce dicembre” è un libro da leggere più volte, da custodire nella propria biblioteca; un romanzo che dovrebbero studiare molti apprendisti scrittori, per imparare come può funzionare il ritmo narrativo e quanto il lessico sia in grado di sostenere contemporaneamente necessità, urgenza e capacità di discernimento dei sentimenti umani. Una lezione, per tutti, sullo spazio e sul tempo della nostra esistenza.

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